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lunedì 14 aprile 2014

Stiamo Serenissimi

Dei Serenissimi e del loro pittoresco Tanko (buffo ma armato di cannoncino) non si sente già più parlare. C'è una gran voglia, da parte della politica e della stampa, di archiviare l'episodio come esempio di folklore venetista deviato. Trattamento analogo a quello riservato ai Forconi, versione 2.0 dell'eterno inconcludente Masaniello italico.

Sia i Forconi che i Serenissimi ci mettono del loro a ridicolizzarsi, con le loro urla scomposte, l'accento marcato (veneto o meridionale che sia) di chi non ha frequentato l'Accademia, gli slogan ingenui e populisti, le vene del collo gonfie di una rabbia che sfugge a qualsiasi mediazione politica. Eppure sottovalutare questi campanelli d'allarme è un errore imperdonabile. Significa non cogliere i segnali di pericolo che arrivano dal territorio profondo, in preda alla peggiore crisi economica dal Dopoguerra.

L'appello del Veneto indipendentista deve essere raccolto. Non per andare ad un'assurda e improbabile secessione, ma per attuare un vero decentramento funzionale e fiscale. Va applicato il principio di sussidiarietà, che prevede che i soldi vengano spesi dalla politica il più vicino possibile al cittadino, che così può controllare come vengono utilizzate le sue tasse e orientare di conseguenza le sue scelte elettorali. Insomma il principio "pago, vedo, voto" che oggi non è applicato perché i soldi delle tasse finiscono nel calderone romano e perdono tracciabilità. Qualcuno sa a cosa è servita di preciso l'addizionale statale della tassa sui rifiuti? Come sono stati spesi dallo Stato quei soldi?

Nella puntata della trasmissione La gabbia del 06/04/2014, intitolata "Lo Stato nel mirino", prendo la parola per un breve commento su quel che manca ai Serenissimi per essere utili a tutti noi.



http://www.tubechop.com/watch/2528530

mercoledì 11 dicembre 2013

#forconi & forchette

Forconi e forchette

giorgio gandola
l'eco di bergamo, 12/12/13

Il problema dei forconi non sono le motivazioni, perché chiedere a gran voce un taglio delle imposte che strangolano i cittadini è del tutto legittimo e condivisibile in un Paese nel quale lo Stato è ancora l’unica azienda a non avere fatto sacrifici. Il problema dei forconi non sono neppure le modalità, perché al di là del disagio viabilistico e di deplorevoli eccessi teppistici (da tenere sotto controllo e se il caso da sanzionare con rigore), la protesta viene accettata nella sua essenza. Una frase per tutte sentita alla radio da parte di un automobilista imbottigliato dalle parti di Orio: «Se è per loro accetto di stare in coda». Il problema dei forconi sono i leader, la loro caratura politica, o almeno ciò che dei loro predecessori la storia più o meno recente ci racconta. Provo a spiegarmi. La Life (Liberi imprenditori federalisti europei) è nata in Veneto negli anni Novanta e già allora s’era distinta per un braccio di ferro permanente e frontale con lo Stato, con la Guardia di finanza, con l’Agenzia delle entrate. Il suo leader era Fabio Padovan, che parlava di casta prima del libro di Stella e Rizzo e che incitava alla rivolta civile, esattamente come oggi i suoi successori. Nel frattempo Padovan, sull’onda di quelle proteste di piazza, fu eletto in Parlamento e come spesso accade entrò incendiario e uscì pompiere. L’anno scorso, lui che aveva fatto per primo le barricate in difesa delle partite Iva, votò contro l’abolizione dei vitalizi a Montecitorio perché c’era anche il suo. Come nascere forconi e morire forchette.