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martedì 13 maggio 2014

#Gori e la verandeide di #Bergamo Alta







mercoledì 11 dicembre 2013

#forconi & forchette

Forconi e forchette

giorgio gandola
l'eco di bergamo, 12/12/13

Il problema dei forconi non sono le motivazioni, perché chiedere a gran voce un taglio delle imposte che strangolano i cittadini è del tutto legittimo e condivisibile in un Paese nel quale lo Stato è ancora l’unica azienda a non avere fatto sacrifici. Il problema dei forconi non sono neppure le modalità, perché al di là del disagio viabilistico e di deplorevoli eccessi teppistici (da tenere sotto controllo e se il caso da sanzionare con rigore), la protesta viene accettata nella sua essenza. Una frase per tutte sentita alla radio da parte di un automobilista imbottigliato dalle parti di Orio: «Se è per loro accetto di stare in coda». Il problema dei forconi sono i leader, la loro caratura politica, o almeno ciò che dei loro predecessori la storia più o meno recente ci racconta. Provo a spiegarmi. La Life (Liberi imprenditori federalisti europei) è nata in Veneto negli anni Novanta e già allora s’era distinta per un braccio di ferro permanente e frontale con lo Stato, con la Guardia di finanza, con l’Agenzia delle entrate. Il suo leader era Fabio Padovan, che parlava di casta prima del libro di Stella e Rizzo e che incitava alla rivolta civile, esattamente come oggi i suoi successori. Nel frattempo Padovan, sull’onda di quelle proteste di piazza, fu eletto in Parlamento e come spesso accade entrò incendiario e uscì pompiere. L’anno scorso, lui che aveva fatto per primo le barricate in difesa delle partite Iva, votò contro l’abolizione dei vitalizi a Montecitorio perché c’era anche il suo. Come nascere forconi e morire forchette.

martedì 26 novembre 2013

doctor jekyll, mister #silvio

L'indimenticabile Silvio Berlusconi
dottor jekyll, mister silvio

gianlorenzo barollo

l'eco di bergamo 26/11/13

È uno strano caso quello del signor Silvio e del cavaliere Berlusconi. Uno è un avventuroso imprenditore di successo, proprietario di televisioni e giornali, finito nel mirino della magistratura per qualche banale dimenticanza tributaria (mister Agrama ne sa qualcosa)
ed eccessiva generosità verso prosperose teenager. L’altro è un politico che parla dritto alla pancia della gente e ha raccolto milioni di voti sotto la bandiera della libertà (ora condannato per la faccenda dei soldi non versati al fisco. Il cavaliere invece ha guidato fino all’altro ieri il polo del centro destra finchè non è scivolato su una chiazza di spread davanti a palazzo Grazioli. E’ una situazione incresciosa, poichè si tratta della stessa persona. Silvio stesso si è svelato rivolgendosi al presidente Napolitano: dammi la grazia, ma senza che te lo chieda. Purtroppo non funziona così. E poi sono in arrivo altre sentenze, altri impicci. Mica si può concedere l’amnistia perpetua, come il prigione». Serve una soluzione definitiva al caso: questi due individui non possono coesistere nella stessa persona. Pena la caduta del governo, il default dell’Italia, il crollo dell’euro e il naufragio delle democrazie occidentali. Pare che il Cnr stia lavorando a un progetto di sdoppiamento atomico con ciclotrone. Avremo finalmente due soggetti distinti: il reo Silvio e il cavaliere smacchiato. Oppure raddoppieremo i nostri guai.

martedì 29 ottobre 2013

#Social #media #marketing o morte

«Pmi, usate Twitter e Facebook» Piace il guru dei social network Ben 150 imprese presenti nella sede di Confindustria per ascoltare Maz Nadjm «Con i nuovi mezzi le imprese possono capire le esigenze dei potenziali clienti»
di Mariagrazia Mazzoleni

Platea giovane e look informale, relatori compresi. Ad ascoltare Maz Nadjm, il guru dei social media, ieri si sono presentate centocinquanta imprese bergamasche. Ma le adesioni, causa capienza della sala, hanno dovuto essere stoppate a poco più di una settimana dall'apertura dell'evento, promosso dai servizi innovativi e tecnologici di Confindustria in collaborazione con la società di marketing Multiconsult. Jeans e maglioncino rosso nella sede di Confindustria Bergamo, il quarantenne inglese - definito nel 2011 dal The Sunday Times e nel 2012 da Forbes tra i cinquanta professionisti più influenti al mondo, nell'ambito dei social network - ha dispensato consigli sui nuovi luoghi del business. E se nelle nuove piazze ci stanno i clienti della sua società, SoMazi, (dalla Bbc all'American Express, dal Chelsea Football Club a Sky, dalla Nestle a Expedia e alla British Airways) c'è posto comunque anche per le imprese di casa nostra. Che, a considerare dal numero dei presenti all'incontro -moderato da Giovanna Ricuperati, amministratore delegato di Multiconsult - su questa opportunità hanno cominciato almeno a ragionarci. Insomma qualcosa si muove anche in chiave local, soprattutto nel settore dei prodotti di consumo.

«La comunicazione via social media raggiunge rapidamente le grandi masse (circa un miliardo e mezzo nel mondo sono le persone che li frequentano) e in questa piazza - sostiene Nadjm -tendono tutti ad essere molto trasparenti. A condividere pareri e suggerimenti su quello che piace o che non piace. Quindi le aziende, quelle di 40.000 dipendenti come quelle di 50 addetti, hanno un doppio interesse per starci: informare da un lato e ascoltare dall'altro, per capire le esigenze dei potenziali clienti. Anzi per le imprese più piccole è sicuramente più vantaggioso perché l'utilizzo dei social è molto meno costoso di altre forme di pubblicità».

Nato come programmatore, Maz Nadjm, deve la sua fortuna al fatto di aver intuito già dieci anni fa - Facebook era ancora agli albori - l'importanza dei social. Da Twitter a Linkedin, da Facebook a Instagram, passando per Google: «Ognuno ha una propria specificità - ha ricordato il fondatore di SoMazi - ma non bisogna dimenticare che in tutti si confrontano esseri umani e quindi le informazioni devono essere sempre leali, trasparenti, autentiche e a lungo termine, perché dirette a persone che a loro volta trasferiranno il loro giudizio, positivo o negativo, ad amici e followers».

In rete si scambiano opinioni e si formano le decisioni di buyer e consumatori. Una presenza professionale sul web non è più un'opzione o una scelta, ma una necessità, sia in ambito «B2B» (business to business) che «B2C» (business to consumer). Tanto più che i social non sono solo uno strumento legato al processo di vendita, ma abbracciano tutta l'attività, dallo studio e definizione del prodotto, al percorso di distribuzione, fino al customer service. Ragionare in chiave social vuol dire quindi mettere alla prova tutta l'azienda. Con un ulteriore vantaggio: si tratta di iniziative misurabili, il ritorno è immediatamente verificabile.

Ad entrare nei dettagli è stato Luca Bonfanti, responsabile area sociale network di Multiconsult, intervenuto al convegno con Fabio Rezzoagli (Linkedin Italia) e Angela Falotico (Tsw, società leader in Italia nello sviluppo di piattaforme di e-commerce). «Ci sono almeno tre indici di misurazione - ha spiegato -, il fatturato generato (quanti contatti sono arrivati all'e-commerce), la visibilità data all'azienda (che può essere comparata con i costi della pubblicità cartacea) e la riduzione immediata dei costi (in rete si danno risposte e assistenza che prima avvenivano via telefono)». «I social - ha ribadito Bonfanti - sono quindi utili per qualunque tipo di impresa e di qualsiasi dimensione. Anche in Bergamasca siamo passati dalla fase in cui venivano considerati poco più di un gioco, a quella in cui si riconosceva una potenzialità di business, per entrare ora nella terza fase relativa alla valutazione di questo strumento come area d'investimento. È stato stravolto anche il modo di lavorare nel marketing. È ormai statistico, infatti, che il 60-70% del processo d'acquisto di un cliente si è completato ancora prima che il consumatore contatti l'azienda».

Passaparola digitale, piazza virtuale più grande al mondo, le definizioni si sprecano. Una cosa è chiara - tentando un'estrema sintesi del convegno - se le imprese bergamasche vogliono continuare a vendere, devono esserci.

L'Eco di Bergamo 29/10/13

martedì 2 luglio 2013

#spendingreview o spending deppiù?


L’intervista
Stefano Visalli
[photo: officinedemocratiche]
STEFANO VISALLI
analista di problemi finanziari

«La spesa si riduce
eliminando gli sprechi
Ma servono 5 anni»

Caccia alle risorse finanziarie per coprire i «buchi» che si creano nei conti pubblici magari perché si riducono voci di entrata come Imu e Iva.
È una spirale che va bloccata.
Basta con gli interventi sporadici o d’emergenza: serve, invece, un piano di riorganizzazione
della spesa pubblica a medio raggio, calibrato su un arco di almeno cinque anni, altrimenti la
toppa rischia di essere peggio del buco. È questa l’analisi di Stefano Visalli, analista di McKinsey
& Company, nota società di consulenza per la gestione di problemi finanziari e societari. Vissalli ha, tra l’altro, fatto parte della Commissione ministeriale per la revisione della spesa tra il
2007 e il 2008 e di fronte alle polemiche di questi giorni taglia corto:
«I centri di spesa – spiega – sono tanti e ramificati in ogni
livello dell’amministrazione pubblica. Basterebbe razionalizzarli, senza intaccare la qualità
dei servizi, per avere a disposizione trenta miliardi l’anno di
nuove risorse a disposizione dello Stato. Ma invece si preferisce
correre sempre dietro all’emergenza. Per non cambiare davvero le cose. L’emergenza rischia
di essere un alibi».

Spending revew, tagli alla spesa,
sua riqualificazione. Come e dove
trovare i soldi?
«Prima di tutto una doverosa premessa. Quello che è emerso
con estrema chiarezza dal lavoro fatto, a tale scopo, sia dalla
Commissione istituita dal compianto ministro Padoa Schioppa nel 2007 sia da quello svolto,
più recentemente, dai tecnici incaricati dal ministro Giarda è
che lo spazio per riorganizzare la spesa è uno spazio molto importante. Lo confermano anche le analisi
di McKinsey portate a termine in altri Paesi».

«Importante» nel senso
del valore economico?
«Sì. Non è difficile immaginare che questa riorganizzazione potrebbe liberare risorse per una trentina di
miliardi l’anno».

Due punti di Pil?
«Esatto ma il problema è che riorganizzare la spesa pubblica
vuol dire ristrutturare le modalità di erogazione dei servizi. Attenzione: non meno servizi ma
rivedere come questi vengono offerti».

Possiamo fare qualche esempio?
«Prendiamo il caso delle Prefetture, ma questo potrebbe valere
per qualsiasi altra "agenzia" erogatrice di servizi. Noi oggi abbiamo una Prefettura in ciascuna
provincia e il personale che vi lavora è più o meno indipendente dal numero degli utenti serviti.
Anche le cose che fa ogni Prefettura sono, più o meno, indipendenti dalla tipologia della provincia in cui si trovano ad operare questi uffici. Se uno ripensasse alla loro organizzazione, si
dovrebbe chiedere: "Ma quali sono le cose che effettivamente servono
nella mia provincia e quali, invece, vanno studiate per la popolazione di Roma?". Se
si ragionasse così ci accorgeremmo facilmente che un buon 30% delle attività svolte potrebbe essere razionalizzato. Una razionalizzazione che, col trascorre del tempo,
porta a risparmi ed economie di scala».

Il problema, allora, è come condurre in porto questa riorganizzazione?
«Certo, non si può procedere per decreto. Bisogna entrare nel
merito, rivedere la situazione, ristrutturare e riorganizzare, esattamente come farebbe una qualsiasi azienda. Gli spazi per operare e risparmiare ci sono. Peccato che questi stessi spazi non
possono essere usati per coprire l’Imu o l’Iva».

Perché?
«Perché bisogna ragionare in una prospettiva di cinque anni
con processi di riorganizzazione calibrati per questo arco temporale. Fatto questo, alla fine ci
si ritroverà con una trentina di miliardi di spesa in meno che
potranno essere reinvestiti proprio nei servizi. Ragionare sull’immediato, con la caccia alle
coperture di Iva e Imu, non mi sembra serio. Se lo si fa con questa enfasi e insistenza è solo perché la politica, in realtà, non vuol cambiar niente».

Forse l’emergenza incalza?
«Non credo che sia così. Penso invece che sia più difficile fare le
cose di cui ho parlato prima piuttosto che operare con i soliti tagli lineari a tutti gli enti statali. Verificare nel dettaglio quando, dove e come si spendono i soldi dei cittadini è una strada più ardua. Tocca interessi
concreti. Invece tagliare un po’ a tutti si tramuta nella solita, neutra, operazione contabile.
Quindi si preferisce percorrere la via più facile. Quella che, di fatto, non rompe gli equilibri e
che soprattutto non si fa nemici».■

Daniele Vaninetti
L'Eco di Bergamo, 03/07/13

sabato 29 giugno 2013

IL #GOVERNO DEGLI SPIEDINI


di GIORGIO GANDOLA
L'Eco di Bergamo, 29/06/13
Il nipote di Letta
[photo: Panorama]

In Dalmazia, vicino a Pisak,
c’è una trattoria che si chiama
Stalingrad. Il menù è un
trionfo di piatti: antipasti,
primi di pasta all’italiana, secondi di pesce, dessert. Ma
ad ogni richiesta il titolare risponde:
«Oggi questo finito, domani». Oggi si
possono ordinare sempre e solo cevapcici, spiedini con patate fritte e insalata di cetrioli. Ogni giorno così. Il domani di quell’oste non arriva mai e lui, per farsi perdonare, sull’ultimo cetriolo attacca a suonare la fisarmonica.

Quando il governo Letta ha deciso di
prendere tempo anche sulla faccenda
degli F35 abbiamo pensato all’arte del
rinvio del signor Stalingrad. C’era l’Imu da abolire o confermare? Tutto
rimandato a settembre. C’era l’Iva da aumentare o no? Tutto congelato fino a ottobre. C’era la legge elettorale da cambiare per dare al Paese uno strumento idoneo a ottenere solide maggioranze e governabilità? Tutto sciolto nel brodo delle parole. Domani. Oggi spiedini e patate fritte, il minimo indispensabile per poter dare la sensazione di crescita, il minimo indispensabile per
garantire la navigabilità, il minimo indispensabile sempre. Non c’è, o non c’è ancora, la dimensione
del sogno, dell’orizzonte da raggiungere, del rilancio da mettere in atto con idee nuove. Servono vigore, caro presidente del Consiglio, e ancora vigore. La fisarmonica mette malinconia, meglio una
schitarrata rock.

Per la verità una decisione ruggente dal governo Letta è stata presa: le dimissioni del ministro Idem. Il problema è che non l’ha presa lui, l’ha presa lei.

sabato 8 giugno 2013

#berlusconi, l' #euro e il bar sport #italia

il sogno inconfessabile di silvio
nel post I lirici dell'industria italiana abbiamo illustrato i danni che la liretta e il dumping della svalutazione competitiva hanno causato alla produzione italiana, troppo spesso sostenuta dall'esportazione di prodotti di modesta fattura, che ci ha relegato in un'eterna serie B manifatturiera. il tutto a danno delle eccellenze industriali nazionali, quelle che non hanno bisogno del cambio per esportare.

ora ci risiamo, e alla grande: la crisi turba (giustamente) le masse e chiama il suo capro espiatorio: colpa dell'euro che non ci consente di svalutare la liretta per esportare! del resto conoscete un esponente della classe dirigente italiota che abbia mai avuto il coraggio di ammettere le responsabilità sue e della casta? sempre meglio dar la colpa al #gombloddoh demoplutopippopaperino.

a due politici molto attenti alla pancia del "bar sport italia", due uomini di spettacolo come grillo e berlusconi, non è parso dunque il vero di poter ridurre tutto al derby calcistico italia/germania: tutta colpa di quella strunz della merkel! andiamo a battere i pugni sul tavolo in europa! anzi vai tu giovane letta, armiamoci e partite...

e così il nostro popolo di fantozzi, frittatona di cipolle birra gelata e rutto libero, si accomoda beato sul sofà sognando "italia/germania 4 a 3"; senza capire che è stato proprio chi propone quel modello autarchico e fumettistico, nazionalista e vagamente fascioide ("l'orgoglio della sovranità nazionale!")  la causa della deriva economica e politica della nazione.

sul tema ha parole chiare Alberto Krali nel suo fondo su L'Eco di Bergamo del 08/06/13:


SE L’EURO DIVENTA LA VITTIMA SACRIFICALE

Berlusconi ha lanciato la sfida: o il governo Merkel comprende le ragioni di Roma o l’Italia va per la sua strada. La Germania è sempre pronta a bacchettare gli altri, la tutela dei suoi interessi nazionali è intransigente. E per un Paese in recessione tragica come l’Italia è questo

un carico non più sopportabile. Questo è un tema caldo ed è evidente che se il capo del governo Enrico Letta dal vertice europeo del 27 e 28 giugno esce a mani vuote, nel Paese si scatenerà un moto di rabbia contro l’euro. 

Tutti i ceti sociali soffrono: dalle imprese ai lavoratori, l’Italia intera ribolle. Basta scorrere i giornali, o guardare i festival dell’economia. A Trento la manifestazione organizzata dal Sole 24Ore e dalla casa editrice Laterza suona: sovranità in conflitto; mille chilometri più a Sud, ai Dialoghi di Trani è emblematico il titolo: quo vadis Europa? Il politico Berlusconi ha alzato quindi le antenne e ha anticipato tutti nel dettare l’agenda politica. Ancora una volta i democratici si fanno sorprendere. Perdono così due occasioni: la prima è riprendere contatto con quegli elettori che la crisi la sentono e potrebbero riavvicinarsi al Pd, la seconda è togliere di mano all’ex capo del governo il pallino dell’euro.


La parola d’ordine è la crescita ma viene declinata in euro sì o euro no. Rai Radio3, che peraltro è vicina agli ambienti cosiddetti progressisti, sull’amletico quesito ci ha costruito una trasmissione: ma nel Pd sono troppo presi dalle loro beghe e non sentono gli umori neanche della piazza mediatica. Così nelle prossime settimane saremo presi tra i due fuochi di Grillo e Berlusconi, che sul rapporto viscerale con le folle hanno costruito le loro fortune politiche. L’ex comico con la proposta di un referendum sulla moneta unica ha trovato il classico

capro espiatorio sul quale scaricare tutte le colpe.
E l’ex capo del governo, resuscitato dopo le elezioni, ha esteso il concetto: la colpa è della Merkel.

Ma è proprio così? Spesso si dimentica che se il Paese in recessione, con i debiti che si ritrova, non avesse alla spalle la Banca centrale europea, sarebbe già affondato sui mercati internazionali. E poi non si dice che la svalutazione renderebbe più convenienti i prodotti italiani rispetto a quelli tedeschi ma non a quelli cinesi e asiatici. Erigere dazi doganali in difesa della produzione nazionale avrebbe come ripercussione la chiusura del mercato cinese all’industria italiana. E parliamo della nazione che ha il più grande numero di potenziali consumatori al mondo. E in crescita costante. Insomma non c’è partita. Ma è una questione di testa, non di pancia. 


Sono 31 infatti i miliardi di euro di cofinanziamento (dal Fondo europeo di sviluppo regionale e dal Fondo sociale europeo) che devono essere ancora spesi da qui al 2015, e che l’Italia per inefficienza non ha attivato. E che dire del 20% del Pil di economia sommersa ? E dei 60 miliardi di corruzione diffusa (dati della Corte dei Conti)? La vera misura di cui l’Italia ha bisogno è quello dell’osservanza della legge. L’euro ha fatto crescere i prezzi. E tutti si lamentano, giustamente. Ma si dà il caso che mentre da noi sono aumentati, sino

al doppio, in Francia ancora oggi nei negozi c’è il cartellino con l’equivalente in franchi. Così la gente fa i conti in rapporto al suo stipendio. Chi doveva controllare? Il governo. Allora Berlusconi e Tremonti non vollero inimicarsi i commercianti, che sono tanti e votano.

E poiché gli elettori hanno sempre ragione e i governanti pure, l’unico ad avere torto è la moneta unica. Tanto non può parlare.


ALBERTO KRALI

vedi anche 

#ultimaparola: uscire dall' #euro è la playstation degli accademici à la page? 

mercoledì 29 maggio 2013

MERITO (ANCHE) DI #MONTI

Mario Monti 2012-06-27.JPG
Supermario

Questo freddo di ritorno che evoca cappotti ci fa ricordare un certo loden vuoto. 

Proprio oggi, proprio per la chiusura della procedura europea di infrazione per eccesso di debito. Se l’Europa ci ha riammesso nel salotto con un posto libero sul divano; se la smette di guardarci con l’aria
sussiegosa che si riserva ai mentecatti; se ci consente di investire in crescita (magari per pagare i debiti alle aziende) una decina dimiliardi di euro, un piccolo, flebile, impercettibile ma solido grazie a Mario
Monti dovremmo avere il coraggio di dirlo. 

«Nessuno si aspetti riconoscenza da un italiano», era solito dire Napoleone, che i francesi per nulla diversi da noi chiamavano l’Imperatore quando vinceva e l’Italiano quando perdeva. Ma dare a Monti ciò che è di Monti ci sembra il minimo. Quindi un enorme grazie agli
italiani, nel senso di cittadini contribuenti, che si sono messi sulle spalle il Paese per impedirgli di rotolare nel fango del fallimento. E un piccolo grazie a Monti che li ha guidati in quegli undici mesi decisivi per salvare la baracca.

Non dimentichiamoci che Monti lo hanno voluto i partiti (soprattutto Berlusconi e Bersani), lo
hanno sostenuto i partiti e lo hanno tradito i partiti mettendosi di traverso quando sarebbe toccato a loro risparmiare. Se oggi i conti tornano, è giusto che torni (a respirare) anche il preside che ha reso possibile la scomoda operazione. Ora vediamo se la politica degli scontrini e dei veti incrociati saprà essere più efficace.


GIORGIO GANDOLA
L'Eco di Bergamo 30/05/13

giovedì 17 gennaio 2013

√ dell'ossessione sull' #imu e la fiscalità #immobiliare



IMU: tassa che esiste in tutto il mondo

IMU prima casa: economicamente ininfluente sul mercato immobiliare sul piano oggettivo, si presta purtroppo a deformazioni isteriche della realtà da parte dei politici e strumentalizzazioni elettorali con conseguente turbativa di mercato 

IMU non-1a casa: eccessivamente alta, da rimodulare per alleggerire immobili di impresa e immobili dati in locazione

IMU va versata ai comuni come bacino di finanziamento delle autonomie locali: taxation with representation 

effetto psicologico IMU su immobiliare: ultima goccia che fa traboccare il vaso 

3 cause: 

  1.  terrorismo psicologico x ragioni politiche (partiti) e di audience (media) 
  2.  oscurità del calcolo che spaventa 
  3. incertezza sulle aliquote che si è concesso ai comuni di deliberare tardivamente (solo col saldo si è saputo l’ammontare dell’imposta) 


problemi di sperequazione sulla base imponibile: si risolvono con riforma rendite catastali, da compensare con abbassaamento aliquote per mantenere invarianza di gettito ed evitare aumento di pressione fiscale

sabato 12 gennaio 2013

√ #olivati a #ultimaparola: #tremonti superstar, #imu e #immobiliare di stato

giulio tremonti guest star a "l'ultima parola", il talk show politico condotto da gianluigi paragone su rai2, nella puntata di venerdì 11 gennaio. si parte nell'anteprima web (condotta da giulia cazzaniga) con una mia domanda sull'imu, che dà modo al prof. giulio di lanciarsi in una crociata contro la tassa come l'ha voluta il governo monti (da min. 17:00) *** più tardi, in puntata, faccio a tremonti una domanda sulle dismissioni del patrimonio immobliare pubblico (finora un flop). siamo proprio in campagna elettorale, e il prof. dà la colpa alle invendibili scuole e caserme, dimenticando il fallimento delle sue cartolarizzazioni (SCIP1 e SCIP2)degli immobili degli enti pubblici (per lo più appartamenti): 10.500 alloggi invenduti da INPS e 12.000 da INPDAP (che nel triennio 2009-11 ne ha dismesi solo 1.200): la mia domanda al min. 01:17:40 tornato a casa, giro un videino di risposta e approfondimento sul tormentone-imu. e alla prossima puntata :)

giovedì 15 novembre 2012

√ #Motocicletta, 10 HP

Crash

Oggi ho fatto un incidente. Non mi succede mai, e infatti stavolta son stato tamponato, son incidentato e non incidentante. Ero sull'asse interurbano di Bergamo (equivalente orobico della tangenziale milanese), era l'una del pomeriggio, ero sulla smartina aziendale con la donna misteriosa della mia vita (#lamoglie) quando dopo Seriate in direzione Bergamo abbiamo trovato colonna. Quindi ho frenato, preoccupandomi, e col sollievo di non tamponare. Poi ho visto nel retrovisore il motociclista. Cazzo va troppo forte, questo ci viene addosso, ho il tempo di esclamare e bang! ci ha presi, nello specchietto laterale lo vedo rotolare sull'asfalto e la moto mi supera strisciando per terra sulla destra (bruttissima visione). Io e #lamoglie gridiamo all'unisono (21 anni di coniugio ci hanno insegnato a urlare insieme) e scattiamo fuori, pensando di trovarlo morto, minimo è morto.

Il motociclista

Il morto è in piedi, si toglie il casco e si prende la testa tra le mani, gemendo e disperandosi. Intorno le macchine sfrecciano di qua e di là, è la situazione post incidente più pericolosa lo so. Buoni samaritani? Neanche a parlarne, ma va detto che anche fermarsi è pericoloso, manca la corsia d'emergenza. La moto è riversa sull'asfalto accesa, un po' sgarbellata. Un motorone crucco che ne basta la metà, avrà il doppio dei cavalli della mia Smart. "Buongiorno", gli dico, "son cose che capitano". Lui farfuglia qualcosa, io sempre didascalico: "Lei ora è sotto shock". Va a spegnere la moto ma non sappiamo bene che fare, lo invito a sedersi e lui ovviamente sta in piedi. E' un sessantenne coi capelli e i baffi grigi, la faccia simpatica. Si sente in colpa dice cose strane (è scioccato) e a me la situazione non mi sta piacendo ma per niente, anche perché siamo su un cavalcavia a ringhiera bassa. "Devo mettere il triangolo",  dico a #lamoglie che nel frattempo è impallidita, ma non faccio in tempo ad andare alla macchina che...

Chiamo esercito

Out of the blue arriva una camionetta dell'esercito, una jeep con livrea mimetica. Sembra un film, ma chi li ha chiamati questi? #Lamoglie a bocca aperta cita il sindaco Alemanno, "chiamo esercito...": le Forze armate democratiche son venute a noi. Scendono tre soldati, due uomini e una donna in tenuta da combattimento con la tuta leopard e gli anfibi, tre bei tipi, giovani, molto sicuri di sé che prendono immediatamente in mano la situazione. Meno male che sono professionisti di firma e non di leva come una volta, penso. Hanno una procedura, si vede subito. Uno si mette dietro la camionetta con la giacca catarifrangente segnalando l'ostacolo alle auto che arrivano, la ragazza prosegue l'ideale cordone davanti alla moto incidentata, il capopattuglia ci coordina. "Non spostiamo la moto che arriva la polizia, abbiam chiamato anche l'ambulanza, signora è pallida si sieda nel mezzo [la camionetta è "il mezzo"], signore l'ambulanza è anche per lei, lei che guidava la macchina mi spieghi la dinamica...". Nel frattempo avvertono la loro destinazione a Ponte San Pietro che stan facendo assistenza ad un incidente e tarderanno, segno che hanno ordine di prestare soccorso in simili casi: "e bravo esercito, mi piace", penso.

Happy ending

Dall'insidioso caos post incidente siamo ormai in piena operazione militare. D'incanto il motociclista cessa di fare discorsi strani (c'è l'esercito...), #lamoglie si ritrova con un bel colpo di frusta (preconizzato dalla soldatessa), io e il signore in attesa dell'ambulanza facciamo la constatazione amichevole e tutti chiedono agli altri se stian bene, salvo che nessuno lo chiede ai soldati che per definizione son combat ready. Arriva l'ambulanza a sirene spiegate, nel frattempo qualche infelice in macchina strombazza ai militari, infastidito dal non poterci travolgere a 120 all'ora. Al motoclista che rifiuta il ricovero (miracolato, non si è nemmeno strappato i jeans) fan firmare la liberatoria, #lamoglie finisce al pronto soccorso delle Gavazzeni dove le danno parecchi giorni di collare, io rimando gli appuntamenti del pomeriggio.

Morale

E' andata di lusso, secondo il classico paradigma del "culo nella sfiga". Il motociclista non teneva la distanza ma è riuscito a frenare, tamponandoci a bassa velocità (se no ciao) e non si è fatto pressoché nulla. Dietro di noi non avevamo il Tir Danese Impazzito, mio ricorrente incubo stradale, e nessuno ci è venuto addosso (se no ciao). L'esercito ci ha fatto da centro assistenza a gratis, evitando il rischio postaccidentale che è gravissimo su autostrade e superstrade (grazie ragazzi, voi onorate il tricolore e non lo dico con la solita ironia). La Smart viaggia ma è un po' rincagnata a tergo, per fortuna ci penserà l'assicurazione, è la macchina più cara del mondo coi pezzi di ricambio. Last but not least #Lamoglie: se non succedeva era meglio, ma anche questa volta sopravviverà. E io...beh chi mi ammazza a me? :)

E ora, per premiarvi, "Il tempo di morire" dell'immortale Lucio Battisti

sabato 3 novembre 2012

√ L'Eco di #Bergamo dà il colpo di grazia ai giovani ciusi (#choosy)


o voi giovani ciusi che schifate i mac-job, in quanto plurilaureati e meritevoli di un posto alla vs altezza, magari garantito dallo stato che ha tanto investito nella vs formazione d'eccellenza: primo, leggete qua sotto; secondo, in miniera! LOL

«Saper fare tutto»
Così nei multisala
i giovani fan carriera

Dalla maschera al barista, fino alle biglietterie
Riuscire ad adattarsi nei vari ruoli è il segreto
che ha permesso a molti di crescere in Uci

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  • L'Eco di Bergamo Sabato 03 Novembre 2012
  • ECONOMIA,
  • pagina 12
Francesco Lamberini
Come i fast food e la grande distribuzione, fino a qualche anno fa anche i cinema multisala, fenomeno relativamente giovane in Italia, erano considerato dai giovani una sorta di «primo addestramento» per poi spiccare il volo verso altri lidi lavorativi. Una sorta di «palestra» dove fare esperienze in attesa di completare gli studi e intraprendere la professione da loro scelta per vocazione.
Ma con il passare degli anni in molti, complice anche la crisi, hanno scoperto che anche una carriera interna oggi può diventare strategica. Merito anche di una formazione che tende ad essere il più avvolgente possibile, con la possibilità in pochi mesi di imparare a fare molte cose e tutte diverse, per poi scegliere la propria strada. È una realtà che alla Uci Cinamas di Curno conoscono ormai da tempo, come conferma Sonia Fois, direttore marketing Uci Italia: «l'avvicendamento dei nostri dipendenti non ha subito variazioni di grande rilievo in questi anni» e aggiunge: «Chi sceglie di continuare questo lavoro lo fa a volte a seguito di una scelta professionale mirata».
Curno, scelta non casuale
La location Curno – spiegano alla Uci – è stata scelta nel 1999 «in modo tutt'altro che casuale. Si è voluto privilegiare quest'area a ridosso di Bergamo perché in tal modo il cinema sarebbe sorto proprio di fronte ad uno dei centro commerciali fra i più importanti d'Italia, in una zona ad alta densità demografica e con una popolazione dal reddito medio-alto».
Stare a contatto con il pubblico, lavorare in un ambiente giovane sono alcune delle peculiarità che inducono molti giovani a rivolgersi al mondo delle multisale, specie se devono arrotondare in attesa di laurearsi. Ma a volte questo mestiere continua anche dopo, con la possibilità di far carriera all'interno del gruppo.
«Il personale del cinema – spiega Sonia Fois – è composto da tre manager, un direttore e due vicedirettori, che gestiscono la struttura, e da uno staff di persone il cui numero varia sensibilmente a seconda del periodo: in caso di uscita di film importanti viene pianificata una cospicua immissione di personale a tempo determinato. Il range oscilla comunque dai 30 ai circa 50 dipendenti. I compiti affidati al personale spaziano dalla maschera alla copertura delle postazioni in biglietteria e al bar».
Ma è l'aspetto formativo che si differenzia molto da altre esperienze: «Sul fronte della formazione – precisa il direttore marketing – ci ispiriamo alla formula "training on the job", che in pratica consente a ogni dipendente di essere all'altezza di ricoprire tutte le postazioni, per poter operare al meglio e riuscire a dare un adeguato servizio alla clientela, anche nei momenti di maggiore affluenza».
L'età media dei dipendenti non è però composta solo da giovanissimi, anzi oscilla attorno ai trent'anni: significa che c'è chi ormai, anche dopo il corso di studi, ha fatto una scelta ben precisa. Interessante anche la spartizione del lavoro a livello di sessi, che a differenza di altre «palestre del lavoro», in questo caso praticamente si equivale: «In termini percentuali possiamo dire che il 51% degli occupati sono uomini e il 49% donne – precisa Fois –. Lavoriamo principalmente con personale part-time, che opera tipicamente nella fascia serale e nei weekend, e quindi é un lavoro che si adatta perfettamente alle disponibilità di tempo degli studenti universitari, ma non solo».
Impegnati fino a tarda sera
La vita di un cinema, festivi a parte, è molto sbilanciata verso una fascia serale-notturna, ma il personale «mostra buona adattabilità: è impegnato su vari turni, finalizzati a coprire l'orario che va dall'apertura, ovvero le 17 in settimana, le 14 al sabato e le 11 alla domenica, alla chiusura, che avviene alle 3,30 di notte al sabato e all'1,30 negli altri giorni».
In un momento di crisi economica come quello attuale, c'è piuttosto da chiedersi se la gente è ancora disposta a spendere dei soldi per andare al cinema. «Al pubblico – conclude Sonia Fois – continua a piacere il cinema, in particolare quando c'è il giusto prodotto da andare a vedere. Stiamo valutando l'opportunità di dotare una delle 9 sale di Curno di nuove e più avanzate tecnologie audio-video. L'investimento si aggirerà intorno ai 300-400 mila euro»