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venerdì 12 dicembre 2014

La crisi non molla Servono statisti non «capipopolo»

Il 12 agosto, in un intervento pubblico, il premier, Matteo Renzi, ha dichiarato: «L’Italia è in una situazione drammatica, ma possiamo farcela». La situazione è, dunque, difficile e pericolosa; potrebbe finire anche tragicamente, ma non dobbiamo perdere la speranza. Grosso modo le parole di un medico, che curando un paziente in condizioni gravi e di pericolo, non nasconde la drammaticità del momento, ma conforta i familiari, dicendo che la speranza non deve andare perduta, giacché lui stesso resta fiducioso.

Il dramma troverebbe sintesi nel concretarsi di una condizione di deflazione, ossia: una generalizzata tendenza dei prezzi a flettere. Quando tale sia l’orizzonte economico: sono differiti i consumi in beni durevoli; cala la propensione agli investimenti di impresa; aumenta il peso dei debiti, per chi è ricorso al mercato del credito; i saggi di interesse, ancorché nominalmente molto bassi, possono essere alti in termini reali; i risparmiatori inclinano a divenire rentiers e investono in titoli del debito pubblico; divengono alquanto privilegiati, ma esuberanti come numero, i dipendenti della pubblica amministrazione, garantiti dal posto fisso; e via elencando. In breve: la deflazione si congiunge con un’alta avversione al rischio. Per questo fa scattare il segnale di pericolo. I governi sono allora propensi: a nuovi investimenti pubblici finanziati in disavanzo; a concedere incentivi per nuovi investimenti di impresa; ad allentare i vincoli burocratici; a rendere molto flessibili i contratti di lavoro; a sollecitare la politica monetaria verso scelte così dette «accomodanti», sperando che riprenda un’inflazione, sia pure molto contenuta; a stimolare investimenti esterni e a importare risparmio meno avverso al rischio; a un controllo più rigoroso per contenere la spesa pubblica corrente; e così via.

Resta da capire se tutto ciò sia possibile al governo italiano, al presente. La risposta affermativa è tutta collegata con l’attuazione di riforme strutturali, che per ora hanno difficoltà ad essere approvate dal Parlamento, e che potrebbero richiedere anche qualche trasferimento di sovranità all’Europa.

Certo, potremmo farcela! Non, tuttavia, in virtù di una distribuzione «a pioggia» di un bonus mensile di 80 euro o a motivo della approvazione in prima lettura della riforma del Senato. Non invocando che la Commissione di Bruxelles concordi su nuova spesa pubblica in disavanzo sul fondamento di riforme strutturali solo indicate come buone intenzioni.

Insomma, la crisi si supera e dal pericolo ci si allontana premettendo gli interessi generali del Paese a quelli elettorali della propria parte politica. Secondo esperienza, agendo da statisti e non da capi-popolo. Questo è il problema: direbbe Amleto!

Tancredi Bianchi

L'Eco di Bergamo, 13/12/14

mercoledì 26 novembre 2014

L'astensionismo alle regionali? E' il fallimento del federalismo



http://www.tubechop.com/watch/4217119

A La Gabbia del 23/11/14 si commentano i dati freschissimi della scarsa affluenza alle elezioni regionali in Emilia-Romagna (39,96%, elezioni precedenti 64,93%) e Calabria (44,08%, elezioni precedenti 59,26%).

Il conduttore Gianluigi Paragone mi dà la parola ed esprimo il mio "pensierino della sera". Il tutto sotto l'occhio attento della Viviana Beccalossi, Assessore al Territorio, Urbanistica e Difesa del suolo della Lombardia.

lunedì 3 novembre 2014

Lo Stato dei diritti negati: lavoro, casa, dove siete?



http://www.tubechop.com/watch/3887170

Ospite tra il pubblico a La Gabbia del 2/11/14, il conduttore Gianluigi Paragone mi dà la parola sui dirittti negati: lavoro e casa, con un occhio alle fasce sociali più deboli, quelle che sembrano invisibili agli occhi dei più.

sabato 11 ottobre 2014

Pd stai sereno, ci pensa Renzi

È VENUTO IL MOMENTO
DI “ROTTAMARE” IL PD
ULTIMO BALUARDO
DEL VECCHIO SISTEMA

 Sull’articolo 18 le componenti del Pd ostili a Renzi hanno tirato la corda ma non fino al punto di romperla. Tardi, ma appena in tempo, si sono accorte che a strappare gli avrebbero fatto un piacere grande come una casa. Ma cosa faranno di fronte alle prossime provocazioni – che, statene certi, arriveranno presto e ancora più forti – del premier? Se, per esempio, il governo proponesse l’invio di un paio di Tornado a far la guerra all’Isis, resisterebbero alla tentazione di far scoppiare una rissa parlamentare che potrebbe anche avere come esito quello che stavolta è stato evitato?

A noi i partiti liquidi non piacciono, ma veder liquefare il Pd ci piace, e molto. Ma come, si dirà, siete contro i “non partiti” e poi volete che si dissolva l’unico soggetto politico che ha le caratteristiche del partito di massa, o comunque che ne ha conservato le sembianze? No, non c’è contraddizione. Intanto perché il Pd partito vero non lo è mai stato. Ricordate il momento della fondazione nell’ottobre del 2007? Veltroni fu eletto segretario non dal congresso ma dall’assemblea costituente del Pd, un organismo, composto da 2.858 persone, figlio delle nomenclature di Ds e Margherita. E sapete quando si tenne la prima assise congressuale, chiamata chissà perché “convenzione”? Due anni dopo, l’11 ottobre 2009, quando Veltroni si era già dimesso, sostituito da Franceschini, e il governo Prodi era caduto. Nel frattempo hanno inventato le primarie aperte a chiunque, che significa azzerare – anzi, mortificare – il ruolo dei tesserati. E un partito senza iscritti non è un partito. Non è un caso se in coincidenza con il quasi 41% delle europee, cioè il miglior risultato elettorale mai conseguito dalla sinistra (pur in percentuale e non in numero assoluto di voti), si registra il numero minimo di aderenti (100 mila contro il mezzo milione della segreteria Bersani).

Il secondo motivo per cui siamo spettatori plaudenti della parabola “morente” del Pd – sì, è una parola forte, ma la usiamo a ragion veduta – è perché esso contiene ancora tutte le ambiguità insite nel claudicante processo di trasformazione del Pci – che non ha mai metabolizzato fino in fondo il comunismo, tant’è che dovette aspettarne la formale caduta a Berlino come a Mosca per distaccarsene – cui si sono aggiunte le fragilità culturali e politiche della sinistra cattolica e la marginalità delle componenti laiche. Chiudere con il passato in modo definitivo, dunque, gioverebbe alla stessa sinistra, che potrebbe rinascere su basi più moderne.

Infine c’è un terzo motivo per cui guardiamo a quel che accade dentro il Pd con la speranza di chi avendo come propria ragione sociale la nascita della Terza Repubblica, auspica che si chiuda definitivamente la sciagurata stagione politica apertasi nel 1994. Suo malgrado, Renzi ha il merito di aver sepolto il bipolarismo bastardo su cui si è retto il gioco politico di questi vent’anni e a cui gli italiani hanno guardato – sbagliando – come al salvifico sistema che avrebbe rilanciato il Paese debellando la corruzione. Come sia andata, oggi non c’è bisogno di dirlo. Ora, l’irruzione sulla scena di Renzi, pur tra mille contraddizioni, ha consentito di archiviare entrambi i poli: il centro-destra si è liquefatto, del centro-sinistra è rimasto solo il Pd, che a sua volta si sta liquefacendo. E tutto questo è un bene, perché prima consegniamo alla storia (si fa per dire) la Seconda Repubblica e meglio faremo nel comunque difficile compito di uscire dal declino e far rinascere il Paese. Da questo punto di vista, Berlusconi non è più e mai più sarà un problema. Anche perché sembra essere tornato all’idea iniziale di quando, nel 1993, architettò la sua “discesa in politica” e certo non si attendeva il successo e le responsabilità del 1994: a lui basta un manipolo di parlamentari che gli consentano di tutelare se stesso e i propri interessi. Diverso è invece il Pd, che pur avendolo eletto segretario considera Renzi un corpo estraneo e ha una gran voglia di espellerlo per poter tornare come prima. Ma i rapporti di forza sono rovesciati, è Renzi ad avere il coltello dalla parte del manico. Ed è bene che lo usi come un macete. Anche perché non riuscirà mai a farlo suo, il Pd. E quindi tanto vale che lo “superi”. Come questo avverrà è dettaglio di cronaca, che sia nelle cose crediamo non ci siano più dubbi.

Fin dal primo momento, abbiamo detto che Renzi ci sembrava forte nella parte destruens e debole in quella costruens. Dunque non ci aspettiamo che sia lui – se poi invece lo fosse, tanto di guadagnato – l’architetto della Terza Repubblica, cioè di un nuovo ordine politico e di più moderni assetti istituzionali. Tant’è vero che quando si è mosso su questi terreni, dalla legge elettorale fino alla boiata della riforma del Senato, lo ha fatto molto maldestramente. Ma ci aspettiamo invece che sia pienamente capace di dare sepoltura al vecchio sistema. Sì, certo, avendola presa, quest’opera di rottamazione, prima di tutto dal lato delle persone, e con modi spicci, un po’ è sgradevole. Ma, si sa, la politica non è un “tea delle cinque”. Dunque, il rottamatore vada fino in fondo. Poi ne riparliamo.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica

mercoledì 8 ottobre 2014

Marchionne maestro nell'uso degli aiuti di Stato, di qua e di là dall'oceano



http://www.tubechop.com/watch/3706391

Nella puntata de La Gabbia del 5/10/14 Gianluigi Paragone modera il dibattito su Marchionne e il modello-Fiat. Intervengo per ricordare con quali soldi (pubblici) il manager eroe dei due mondi manda avanti la baracca, di qua e di là dall'oceano. All'ubiquo Mario Adinolfi che mi dà sulla voce preciso che gli aiuti di Stato americani sono serviti a salvare i posti di lavoro della Chrysler negli Usa, non certo quelli della Fiat in Italia che sono a rischio.

Ecco il mio live-tweeting dallo studio de La Gabbia (con una piccola spiegazione finale anche per l'On. Emanuele Fiano del Pd ospite in studio, anche lui alquanto fiatofilo):



giovedì 2 ottobre 2014

Renzi governa con Berlusconi?



http://www.tubechop.com/watch/3676650

Nella puntata de La Gabbia del 28/09/14 il conduttore Gianluigi Paragone mi dà la parola, e dico che il re è nudo, e governa con Silvio...

lunedì 15 settembre 2014

Renzi: dimenticare Cernobbio

 MENTRE INFURIA LA GUERRA TRA I “POTERI DEBOLI” (ENI DOCET) NON BASTA ROTTAMARE CERNOBBIO  

TerzaRepubblica non ha mai creduto ai grandi complotti, e tantomeno ci crede ora che i poteri – tutti, da quelli politici e istituzionali a quelli economico-finanziari per finire con quelli mediatici – lungi dall’essere “forti”, come si insiste a definirli, sono debolissimi, anzi drammaticamente frantumati. Ergo, non crediamo che esista un gruppo di potere, e neppure un singolo “grande vecchio”, che stia organizzando in Italia chissà quali trame, come farebbe credere – anche grazie ad una sequenza temporale che effettivamente induce al sospetto – il combinato disposto tra le recenti inchieste giudiziarie (Eni), il brutale regolamento di conti ai piani alti di quel che resta del capitalismo italico e il repentino cambio di umore di alcuni media su Renzi e il suo governo.

Ma, allontanata l’ombra della dietrologia, rimane necessario analizzare il perché di certi accadimenti, e le loro correlazioni. Partiamo dalla notizia dell’inchiesta giudiziaria che coinvolge vecchi e nuovi amministratori dell’Eni per una fornitura nigeriana. Nonostante fosse cosa già nota, e senza minimamente sottolineare che l’Italia è l’unico paese al mondo in cui si perseguono come reati intermediazioni intercorse in transazioni internazionali che altrove vengono considerate di assoluta normalità, il Corriere della Sera giovedì ha sparato la vicenda in prima pagina. Ma con tutta evidenza, anche leggendo altri articoli il giorno dopo, nel mirino dello scoop (si fa per dire) non è l’Eni ma il presidente del Consiglio, accusato di aver agito con leggerezza al momento delle nomine fatte recentemente ai vertici delle più importanti società a partecipazione del Tesoro.

A parte due osservazioni a margine – perché il Corriere non l’ha detto subito, e perché, in un paese dove la magistratura è decisamente fallace dovremmo trarre deduzioni e conseguenze da un capo d’accusa e non da una sentenza – viene spontaneo associare questa scelta sia all’enfasi con cui si è dato conto delle ruvide dichiarazioni della Bce negli ultimi tempi, dalla “minaccia alla sovranità” al “dovete fare una manovra correttiva”, sia al taglio che gli editoriali del giornale del fu “salotto buono” hanno assunto da un po’ di tempo a questa parte, ultimo quello del duo Alesina-Giavazzi in cui si avvisa Renzi che gli è rimasto poche ore per dimostrare di essere capace di governare, altro che “mille giorni”. Insomma, viene il sospetto che dopo l’entusiastico sostegno iniziale al giovinotto di Firenze, ora si voglia fargli la pelle. Per carità, non saremo certo noi – che quando tutti suonavano la fanfara lo abbiamo criticato, pur costruttivamente – a negare che ci sia una lunga lista di doglianze da rivolgere a Renzi. Ma un conto è alimentare un confronto dialettico, altro è cecchinare. Renzi ha dunque fatto bene a difendere la nomina di Descalzi: così facendo ha difeso l’Eni e il suo management e ha difeso se stesso, ma soprattutto ha fatto capire che la magistratura non può diventare il filtro che seleziona la classe dirigente del paese, che abbia scientemente o meno questo obiettivo in testa.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica

sabato 19 luglio 2014

Renzi, quella tentazione elettorale

ECONOMIA, RIFORME, EUROPA
​TROPPE DIFFICOLTÀ, C’È IL RISCHIO
CHE RENZI VOGLIA RISOLVERE TUTTO ANDANDO ALLE ELEZIONI

Renzi è un politico che coniuga la capacità tattica, di cui è dotato in modo inversamente proporzionale a quella strategica, con la vocazione del giocatore di poker. Inoltre eredita un sistema politico che negli ultimi due decenni ha creato quella che potremmo definire una “democrazia declamatoria”, basata sulla negazione formale del potere – che ha cancellato il senso della responsabilità politica e creato forme di potere surrettizie quando non occulte – ed esclusivamente orientata alla ricerca e raccolta del consenso, e come tale produttrice di “non governo”. Inevitabilmente, il combinato disposto delle due cose spinge Renzi, il suo governo e l’embrione di sistema di potere che intorno a lui si sta coagulando a forzare la mano e i tempi di un cambiamento in sé salutare ma che richiede, per non essere solo distruttivo, di possedere una chiara visione di ciò che si vuole costruire in alternativa. Definire tutto ciò un attentato alla democrazia e attribuire a questo processo di trasformazione l’obiettivo di arrivare ad una dittatura, come una certo filone mediatico-intellettuale sta facendo, è un evidente forzatura, che tra l’altro finisce col rafforzare proprio chi s’intende combattere. Evidentemente il lupo perde il pelo ma non il vizio: lo si è fatto per anni puntando il dito accusatorio contro Berlusconi, e il risultato è stata benzina nel motore del Cavaliere e costruzione di processi giudiziari che, come dimostra l’assoluzione – ineccepibile – sul caso Ruby, non reggono alla prova della magistratura giudicante.

Dunque, sgombriamo il campo dalle sciocchezze, e parliamo di cose serie. Il vero tema è quello individuato negli ultimi giorni da un paio di articoli pregevoli di Galli Della Loggia e da uno non meno acuto di Salvati: di che pasta è fatto Renzi, cosa ha in testa e cosa serve al Paese in questa fase in cui si gioca tutto, sotto il profilo economico, della tenuta sociale, della modernizzazione istituzionale e amministrativa. Noi siamo convinti che si sia commesso l’errore di non dire la verità al Paese sulle sue reali condizioni di salute e che, di conseguenza, dopo aver evocato mille idee suggestive e usato la tattica di lanciare continuamente la palla in avanti senza badare a far goal, si voglia puntare alle elezioni anticipate nel più breve tempo possibile. Perché da un lato, il Renzi politico, a discapito del Renzi statista, vuole tradurre in forza parlamentare sua quel 41% che – inaspettatamente anche per lui – ha preso alle europee, e perché, dall’altro, il Renzi presidente del Consiglio vuole scavallare il 31 dicembre senza manovre correttive a suo carico ed evitando che le molte contraddizioni in cui il governo è caduto diventino palesi agli occhi dell’opinione pubblica. Anche qui, non c’è da scandalizzarsi se la dimensione mediatica prevale su quella programmatica – purtroppo, succede ormai stabilmente in tutte le democrazie occidentali, sempre più intrise di populismo e peronismo – ma certo non può essere l’unico faro che illumina l’azione del governo e l’unico metro di misura dei suoi risultati. È stato così con Berlusconi, e il disastro è sotto gli occhi di tutti. E, seppure con modalità meno sfacciate, è stato così anche negli anni del centro-sinistra, con l’aggravante che taluni obiettivi erano sbagliati in partenza e che alcune componenti della sua eterogenea maggioranza erano vocate solo all’opposizione quando non all’antagonismo duro e puro.

Ora, però, la somma tra scelte di politica economica di scarso respiro – i cui risultati sono misurabili con i numeri del pil, che definiscono una deludente “non ripresa” – l’affastellarsi di provvedimenti, spesso un po’ dilettanteschi nella loro formulazione, che sono andati a creare un micidiale “ingorgo legislativo” da cui non sarà facile uscire a discapito degli impegni presi (Senato, legge elettorale, titolo quinto della Costituzione, province, ecc.), e gli inciampi sul terreno europeo (“caso Mogherini” ma ancor di più “caso Letta”) che fanno significativamente scrivere di Renzi all’Economist “inexperience, improvisation and moments of vacuity”, sono macigni del cui peso il furbo e veloce presidente del Consiglio intende assolutamente liberarsi. E per farlo ci sono solo due modi: o cambiare registro, o approfittare degli errori altrui per imbastire una bella campagna elettorale in stile berlusconiano. Come? Vittimizzandosi. Se ci pensate, non gli sarebbe difficile. Primo: le opposizioni interne alle due maggioranze, quella sua (i ribelli del Pd) e quella rappresentata dal “patto di sindacato” neanche troppo occulto con Forza Italia (i malpancisti ostili a Verdini e al cerchio magico berlusconiano), lungi dal rappresentare un problema, gli consentono di dire agli italiani che così il Paese non si può governare e che devono dargli una maggioranza salda e tutta sua per poterlo finalmente fare. Secondo: l’ostilità sempre più evidente delle cancellerie europee sarà pure un fastidio al suo ego, ma consente a Renzi di raccontare ai suoi concittadini che quella egoista della Merkel e quei burocrati mangia pane a tradimento di Bruxelles e Strasburgo ci stanno affamando e che occorre dargli più forza per vincerli nella tenzone che contrappone i membri del club dell’euro. Terzo: se poi ripartisse, come non è da escludere, lo spread e la pressione speculativa sui nostri titoli di Stato, ecco un altro buon motivo per sollecitare il consenso di un Paese che avendo scelto – e qui sta il capolavoro politico-mediatico di Renzi di questi mesi – di avere fiducia pressochè cieca nell’unico soggetto rimasto sulla scena dopo la fine della Seconda Repubblica e il fallimento dei governi di transizione di Monti e Letta, non disposto così facilmente a disinnamorarsi. Solo che bisogna far presto. Se non capiamo male, fosse per lui urne anche subito. Ma tra semestre europeo e freno (sempre più allentato, però…) del Quirinale, la data più probabile è quella di marzo 2015. Domani, se ci pensate bene.

Certo, se Renzi imposta una campagna elettorale di stampo berlusconiano dopo essere stato a palazzo Chigi con modalità berlusconiane, può darsi che lui ne esca vincitore, ma di sicuro l’Italia ha tutto da perderci. Per questo speriamo – senza troppa convinzione, però – di sbagliarci.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica

venerdì 30 maggio 2014

Il referendum sull' #euro? C'è già stato e ha vinto #Renzi



http://www.tubechop.com/watch/2951157

A La Gabbia del 28/05/14 tanto per cambiare si parla di Euro. Il conduttore Gianluigi Paragone mi dà la parola e faccio una breve riflessione sulle elezioni europee, che in Italia si sono risolte in un plebiscito pro-euro e pro-Europa. Vittorio Sgarbi e Matteo Salvini ascoltano, Michele Emiliano e Mario Adinolfi concordano.

domenica 25 maggio 2014

sabato 24 maggio 2014

Italia al collasso se lasciasse l'euro

Italia al collasso se lasciasse l’euro
Il fronte anti-Ue frastagliato e diviso

L'Eco di Bergamo, 21/05/14

L’euro ha fatto bene all’Italia e abbandonarlo vorrebbe dire rischiare il default. Lo afferma Paolo Magri, direttore dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) di Milano. Per l’analista, che è un bocconiano di Bergamo, decisive saranno la crescita e la lotta alla disoccupazione.

Dinanzi all’offensiva antieuro, l’opinione pubblica fatica a vedere i vantaggi della moneta unica.

«Negli anni ‘90 l’Italia pagava per indebitarsi fino al 12% di interessi. I mercati internazionali – ovvero chi ci prestava i soldi – non si fidavano dell’Italia e dell’uso che faceva della lira. Per quanto paradossale possa sembrare, con l’euro l’Italia ha acquisito quote di sovranità in campo monetario che non aveva più, quanto meno perché adesso partecipa alle decisioni della Bce – invece di soccombere alle decisioni della potente Bundesbank del marco –: anzi, ne esprime il presidente, Mario Draghi».

Uscire dall’eurozona che conseguenze avrebbe?

«Anzitutto sarebbe una decisione da prendere in gran segreto per evitare enormi fughe di capitali all’estero. La lira si svaluterebbe molto, ma i guadagni per le imprese che esportano rischierebbero di essere compensati dall’impennata dei prezzi delle risorse energetiche (che si pagano in dollari). La conseguenza probabilmente più drammatica sarebbe sul debito pubblico. L’inflazione ne ridurrebbe il peso reale, ma la sfiducia dei mercati farebbe schizzare in alto gli interessi, con il rischio di rendere insostenibili gli oltre 2.000 miliardi di euro di debito. Il default dell’Italia potrebbe essere dietro l’angolo».

Non pensa che la contraddizione dell’Ue sia il mancato equilibrio fra ciò che è necessario fare in economia e ciò che è possibile fare sul piano del consenso politico?

«Il caso italiano è emblematico: un Paese fortemente europeista, ma dallo scoppio della crisi il consenso è crollato. Se i cittadini percepiscono solo i vincoli dell’Ue e non le opportunità, è inevitabile che il consenso crolli. Quel che conta è tornare a tassi di crescita sostenuti e combattere la disoccupazione>.

Non pensa che vi sia anche una responsabilità delle classi dirigenti?

«Se si guarda alle varie misure prese dallo scoppio della crisi i poteri della Commissione Ue sono aumentati. L’impressione è che però si vada verso un’Europa intergovernativa in cui i governi prendono – quando trovano l’accordo – le decisioni. Questo perché i Trattati Ue non erano stati pensati per affrontare una crisi così profonda e i governi hanno dovuto prendere l’iniziativa per rispondere con velocità, in assenza di adeguati strumenti giuridici. Ma quando le nuove regole introdotte andranno a pieno regime, la situazione tenderà a riequilibrarsi. Servirà comunque un po’ di coraggio in più».

La Germania è il grande accusatore ma anche il grande accusato.

«La Germania è un grande leader riluttante e intermittente. La sua leadership appare piena quando si tratta di ricordarci di fare i compiti a casa, ma risulta quasi assente nel delineare la strategia di crescita dell’Eurozona. Sbaglia chi critica Berlino, perché ci ricorda –a ragione – che un rapporto debito - Pil che corre verso il 135% è insostenibile. Sarebbe invece bene chiedere con forza alla Germania di dar conto di un decennio di crescita basata sulle proprie esportazioni, con poco riguardo a quelle degli altri Paesi Ue, e di politiche commerciali ed energetiche perseguite secondo un’ottica bilaterale e poco europeista».

Si sta però creando una faglia fra il Nord «buono» e il Sud «cattivo».

«Esistono differenze sul piano culturale, che si riflettono a livello politico ed economico. Il mandato di Schroeder prima e la Grosse Koalition poi sono stati vissuti dai tedeschi come momenti di vera unità nazionale. Questo ha permesso di vincere le resistenze sulla riforma della contrattazione sindacale – avvicinandola al livello delle imprese e calmierando i salari – e di rilanciare la produttività del lavoro. Ha certamente contribuito una predisposizione culturale a cedere sul piano individuale per il bene della collettività, accompagnata dalla promessa di averne un ritorno nuovamente sul piano individuale attraverso uno Stato federale più forte e con un sistema di Welfare efficiente. Un approccio culturalmente difficile da replicare nel Sud dell’Europa, a partire dal nostro Paese».

I partiti tradizionali (popolari, socialisti e liberaldemocratici) con questo voto si giocano tutto.

«Secondo i sondaggi, gli euroscettici dovrebbero assestarsi tra il 27 e il 30%. Al loro interno si trovano partiti che spaziano dal populismo fine a se stesso a forme di nazionalismo acceso alla Le Pen. Difficile immaginare in che modo e su quali temi potranno trovare un accordo stabile. Il rischio è che la loro unità si esprima in un “no” ad oltranza. Di fronte a questa prospettiva, le pressioni per un’ulteriore convergenza tra popolari e socialisti saranno elevate».

A luglio inizia il semestre di presidenza italiana: quali dovrebbero essere le iniziative più opportune in chiave europeista e per alleviare le sofferenze sociali?

«La gente chiede un segnale forte sulla lotta alla disoccupazione, a partire da quella giovanile. L’Ue ha già avviato la Youth Employment Initiative, ma è difficile trovare qualcuno che ne sappia qualcosa. E a ragione. Si mobiliteranno risorse per 6 miliardi di euro, una briciola rispetto al necessario. D’altra parte con un bilancio europeo pari a circa l’1% del Pil dell’Ue, non si può fare molto altro. L’Eurozona dovrebbe potersi indebitare per creare occupazione e opportunità di crescita e fronteggiare choc che colpiscono, incolpevolmente, solo alcuni suoi membri».

Franco Cattaneo

venerdì 23 maggio 2014

La teoria del #gombloddoh



http://www.tubechop.com/watch/2908742

Trenta secondi di purissima teoria del complotto antierlusconiano (pron. #gombloddoh) a La Gabbia del 21/05/14.

giovedì 15 maggio 2014

#Tangentopoli continua: non son marce le mele, è marcio l'albero



http://www.tubechop.com/watch/2850983

Al talk show La Gabbia del 14/05/14 si parla della "cupola" che iintendeva ondizionaaregli appalti di Expo2015 e della sanità lombarda. Il Senatore Roberto Formigoni, per 20 anni imperatore della Lombardia, minimizza. Io mi alzo per una telegraefica riflessione...

martedì 13 maggio 2014

#Gori e la verandeide di #Bergamo Alta







sabato 10 maggio 2014

Manette e ripresa

LE INCHIESTE GIUDIZIARIE,
LA RIPRESA CHE RESTA UNA CHIMERA,LE LACERAZIONI DELLA SINISTRA: TUTTA ACQUA AL MULINO DI GRILLO

Speriamo di sbagliare, ma coltiviamo il timore – e non da oggi – che le elezioni europee siano uno tsunami. Avendo avuto il sopravvento il populismo, e pure di grana grossa, era inevitabile che con il passare dei giorni a godere del vantaggio di un clima di tensione emotiva fossero coloro che più e meglio fanno leva sull’indignazione degli italiani. Grillo in testa, ovviamente, ma anche la Lega che tenta di rigenerarsi sposando la linea anti-euro. Ma se questa era la tendenza già in atto, ora, però, anche i fatti vanno in soccorso del populismo radicale, regalandogli occasioni di acquisizione di consenso insperate.

Ci riferiamo alla nuova ondata di arresti che, come goccia che fa traboccare il vaso, rappresenta in sé, senza neppure indurre ad entrare nel merito di ciascuna inchiesta e dei loro reali fondamenti, appare agli occhi dei cittadini a dir poco devastante. Ma ci riferiamo anche alle notizie, per quanto passate in secondo piano, che certificano che – come ha scritto TerzaRepubblica in tempi non sospetti, anche a costo di beccarsi l’accusa di menar gramo – la ripresa non c’è e che non si vedono i presupposti perché, almeno per quest’anno, ci sia. Come pure ci riferiamo alle sempiterne contorsioni della sinistra che, in tempi di crisi della destra e scarsa rilevanza del centro, rappresentano un ulteriore vantaggio offerto alla marea montante dell’antipolitica.

Vediamo i tre regali a Grillo con maggiore dettaglio. Partendo dalla “nuova Tangentopoli”, l’ennesima. Il paragone regge fino a un certo punto, anche perché quella di oltre vent’anni fa era un’ondata di fango che sommergeva i partiti, qui invece si tratta di vicende legate alle persone. Ma soprattutto, ciò che rende diverso l’oggi è la magistratura. Non perché siano cambiati i metodi – anzi – ma perché nel 1992 una procura, quella di Milano, prese la leadership del mondo togato dando l’impressione all’opinione pubblica di essere un contro-potere organizzato, mentre ora è proprio quella stessa procura a simboleggiare – caso Robledo, ma non solo – le spinte centrifughe che attraversano la magistratura, in una sorta di “tutti contro tutti” lacerante. Tuttavia, proprio questa confusione accresce gli effetti deflagranti delle inchieste in corso, rendendole potenzialmente capaci di assestare un colpo mortale ad una classe politica acerba e ancora in cerca di legittimazione. A tutto vantaggio di chi – Grillo – è nella condizione naturale di cavalcare l’ennesima ondata di indignazione. Anzi, Grillo non dovrà nemmeno scomodarsi troppo, perché i frutti cadranno direttamente nel suo prato. E a tutto svantaggio di chi – Renzi – dovrà scegliere se alzare il tono contro la “vecchia politica”, finendo per pagarne le conseguenze in parlamento (ricordiamoci che le europee non ne modificheranno gli assetti), oppure se pagare il fio elettorale per evitare di alzare troppo i toni della polemica politica.

Il fatto è che questo stesso schema – Grillo che sale, Renzi che scende – rischia di ripetersi per effetto delle notizie che arrivano dal fronte economico. Il calo della produzione industriale di marzo, che porta ad un miserabile +0,1% il risultato del trimestre, smentisce infatti tutte le previsioni, anche le più prudenti, andando a consolidare l’idea che, contrariamente a quanto detto dal governo, la ripresa è di là da venire. La qual cosa diventa un assist per Grillo e un boomerang per Renzi non tanto e non solo perché con questi dati non c’è che da attendersi un rialzo del pil modesto per il 2014 – non è un caso che l’Ocse abbia appena licenziato la previsione di una crescita di mezzo punto contro il +0,8% del governo (lo scarto è di oltre un terzo) – quanto perché non sarà difficile propinare all’opinione pubblica l’equazione “Renzi è uguale agli altri, promette ma non mantiene”.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica

mercoledì 7 maggio 2014

Il testo base del ddl #Riforme Costituzionali

venerdì 2 maggio 2014

#Renzi, il #Mussolini democratico 2.0

Corsi e ricorsi storici. Dai un'occhiata al Tweet di @elpme10 (e alle risposte, tra cui le mie): https://twitter.com/elpme10/status/462335224979128321

#Twitter: How Much and How Often?

Photo: The Vortex
Twitter is a very versatile social platform, used in many ways and styles.

Teens use it as a personal chat, news media as a broadcasting channel, politicians as a personal press agency, influencers and showbiz stars as an interface with their audience, business companies both as a dynamic ad billboard and as an instant customer service, etc.

IMHO posting links to articles can be automated, because it's recognised as a form of news broadcasting. In this case I do recommend answering questions and mentions, but the reply can be delayed a few hours.

On the contrary personal statements, statuses or questions (eg "I'm feeling great" or "Are you ready for my new blog post?") can't be automated, as they need quick interaction with replies from the audience.

Anyway none of your followers will check his TL 24/7, so by tweeting continuously you'll reach potentially all of them, annoying no one. Unless you overflow your TL in frequency of course.

#M5S ed elezioni europee, burattini e burattinai

IL RISCHIO DELLE ELEZIONI EUROPEE  È CHE SI CONSEGNINO A GRILLO LE CHIAVI DELLA POLITICA ITALIANA

Non sarà sfuggito che la modalità con cui Beppe Grillo ha strutturato la sua campagna elettorale per le europee corre su un doppio binario. Da un lato, quello scontato della polemica anti-euro, finalizzato ad intercettare tutti gli italiani – e sono un numero crescente, purtroppo – che non avendo dalla politica nostrana analisi serie su come stanno veramente le cose, e tanto meno risposte ai mille problemi quotidiani, rivolgono i loro motivi di delusione e rabbia verso l’Europa, immaginando che tutti i mali discendano da Bruxelles e Francoforte, o da Berlino se – come ama far credere Berlusconi, non meno guitto del comico genovese – si riconduce ogni scelta europea a quei “maledetti dei tedeschi”. Naturalmente le cose non stanno così, o meglio stanno anche così ma in contesto molto più complesso delle semplificazioni propagandistiche, ma soprattutto non sono quelle sbandierate dai populisti nostrani, di uscire dall’euro o di mandare a quel paese l’Europa e le sue regole (per quanto rigide e spesso stupide), le ricette giuste per uscire dai guai.

L’altro binario su cui si muove il capo dei pentastellati, invece, è quello dell’attacco frontale alla sinistra. Con un linguaggio e degli argomenti (si fa per dire) che non hanno nulla da invidiare all’anticomunismo che per due decenni ha sciorinato Berlusconi. I suoi blitz a Piombino e Siena, nei giorni scorsi, ne sono piena testimonianza, e fanno pensare che Grillo intenda tagliare la strada a Renzi nella corsa al recupero dei voti moderati e qualunquisti che Forza Italia, giocoforza, perderà per strada.

Niente di granché sofisticato, anche se rimane il dubbio che la tattica elettorale, per quanto rudimentale, sia davvero farina del sacco dell’arruffapopoli – il che lascia aperta la domanda sull’eventuale burattinaio e la sua nazionalità – non fosse altro perché si ha l’impressione che essa si collochi nel quadro di una strategia politica, questa sì, meno primitiva e più strutturata. Infatti, è evidente che al di là delle percentuali, il 25 sera i 5stelle saranno i veri vincitori delle tornata elettorale se avranno conquistato in modo inoppugnabile il secondo posto scalzando Forza Italia (ovviamente, non ne parliamo se dovessero battere il Pd, ma questa, per fortuna, resta un’ipotesi remota). Certo, non tutti i risultati saranno uguali: un conto è, per ipotesi, che il Pd prenda il 35% e i 5stelle il 25%, un altro che quei dieci punti di differenza si riducano alla metà o ancor meno. Ma in tutti i casi la conseguenza politica sarà la stessa: per Renzi sarà difficile, per non dire impossibile, tenere a bada tutte le fibrillazioni che pulsano dentro il suo partito, e in particolare nei gruppi parlamentari (che, contrariamente ai ruoli apicali nel Pd e al governo, non sono di sua espressione). Finora lo ha potuto fare minacciando ogni due per tre di andare alle elezioni anticipate, così da spaventare chi sa bene che non sarà ricandidato o comunque sarà messo in condizione di non essere rieletto. Ma dopo le europee, se Grillo avrà tallonato Renzi e ridimensionato Berlusconi, delle due l’una: o si farà la riforma denominata “italicum” (ma non si capisce perché Berlusconi dovrebbe prestarsi a farla passare), e in questo caso il meccanismo di conteggio dei voti, pensato sì per far vincere il primo ma anche per avvantaggiare il secondo (il miglior perdente), non consegnerebbe un quadro politico basato sul patto Renzi-Berlusconi che è la seconda gamba (oltre quella dell’alleanza di governo) su cui si tiene in piedi Renzi, bensì sull’impossibile diarchia Renzi-Grillo; oppure si terrà buona la norma uscita dalla decisione con cui la Corte Costituzionale ha cancellato il “porcellum”, cioè un proporzionale senza condizionamenti, e allora Renzi, che sulla base dei risultati delle europee in un’eventuale elezione anticipata uscirebbe primo ma privo del premio di maggioranza che gli consegni il pallino in mano, sarebbe costretto a fare un governo con Berlusconi (quello con Grillo lo esclude il comico), finendo con lo spaccare il Pd in modo irrimediabile.

Si dirà: basta che Renzi non vada alle elezioni. Certo. Facile a dirsi, meno a farsi. Perché il presidente del Consiglio, uscito indebolito, ancorché primo, dal voto del 25 maggio, e dovendo dimostrare che non c’era bluff elettorale nelle sue mosse di governo di questi mesi – anche questa, cosa non facile – si ritroverà stretto in una morsa politica da cui non sarà per nulla facile divincolarsi. Perché nel frattempo i parlamentari del Pd si sono accorti che non possono essere minacciati più di tanto, come dimostra il caso del “decreto lavoro”, in cui, al di là delle modifiche introdotte, è stata voluta e ottenuta la sconfitta politica del governo. Prove generali di quel che accadrà? Una cosa è certa: Renzi si è fatto più prudente e, su consiglio di Napolitano, più incline alla mediazione. Ma siamo solo all’inizio.

Certo, tutto dipenderà dal voto. Formalmente si voterà per l’Europa e l’euro – e mai come questa volta ce n’è bisogno – ma il vero risvolto delle elezioni sarà nazionale. E dunque, almeno una cosa si può far discendere dalle valutazioni che vi abbiamo proposto: il burattino Grillo è una sciagura. Che, però, non si esorcizza inseguendolo sul suo terreno: quanto a populismo non lo batte nessuno, ormai nemmeno più l’inceronato Berlusconi. Questo, Renzi, bisogna che cominci a metterselo bene in testa.

Enrico Cisnetto
Terzarepubblica

mercoledì 30 aprile 2014

Job Act, ovvero girare intorno al lavoro



http://www.tubechop.com/watch/2713365

Il mitico Job Act di Renzi creerà davvero posti di lavoro? Una mia considerazione a La Gabbia del 23/04/14, con la conclusione del conduttore Gianluigi Paragone: "il lavoro va pa-ga-to!"