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lunedì 14 ottobre 2013

#olivati a #lagabbia 09/10/13: ipotesi #amnindulto? una schifezza


dopo un serrato confronto televisivo in diretta tra movimento 5 stelle e larghe intese, arriva  il mio telegrafico intervento al talk show "La gabbia" di mercoledì 09/10/13 (condotto da gianluigi paragone su La7) sull'ipotesi di indulto o amnistia avanzata in questi giorni dalle forze politiche governative.

il dibattito infiammato sulla rete e in televissione intorno al tema giutizia/amnindulto/berlusconi ci dice che l'opinione pubblica è esasperata. anche stavolta finirà tutto a tarallucci e vino? intanto la distanza tra il popolo e il palazzo cresce, ogni giorno di più.

di seguito riporto una conversazione su facebook con un collega genovese sul tema carceri, che ha anche un risvolto immobiliare. come si vede le soluzioni spendibili sono diverse; sempre che la politica non opti, come sempre, per soluzioni tampone come indulto o amnistia ("amnindulto"), che oltre ad offendere i cittadini onesti lasciano incancrenire di nuovo il problema del sovraffollamento delle carceri nel giro di un paio d'anni, come successe per l'indulto del 2006.
  • Conversazione iniziata Mercoledì
  • Manuel Giampaolo Lanata
    Manuel Giampaolo Lanata

    Caro Giuliano, ho condiviso in pieno il tuo intervento contro l'indulto alla Gabbia che sto guardando. Bravo!
  • Giuliano Olivati
    Giuliano Olivati

    grazie. siamo tutti esasperati. mobbasta
  • Giovedì
  • Manuel Giampaolo Lanata
    Manuel Giampaolo Lanata

    L'argomento carceri è tornato d'attualità ma, come sempre, anzichè soluzioni definitive si cercano scorciatoie temporanee. Ti propongo una mia piccola indagine e considerazione di qualche mese fa: se ti trova concorde e vorrai farla tua, e magari e portarla alla ribalta della Gabbia, non avró certo nulla in contrario: In Italia un detenuto costa 119 E al giorno (in carceri da terzo mondo), in Spagna costa la metà e in Francia costa 100 E (ma lì le carceri sono modello!). 119 per 365 per 66 mila detenuti (tanti sono in Italia) fanno quasi 3 miliardi di E all'anno pagati dallo stato italiano. La CCA (www.cca.com) è un'azienda privata che ha costruito e gestisce oltre 60 penitenziari in Europa (non so quanti nel mondo) e che, rispettando standard qualitativi altissimi, chiede allo stato meno di 30 E al giorno per ciascun detenuto, cioè un quarto di quanto spendiamo adesso. Affidare tutti i nostri detenuti a questa azienda ci farebbe risparmiare tre quarti dei suddetti tre miliardi all'anno e risolverebbe il problema delle carceri italiane "da terzo mondo". Questa soluzione, peró, si scontra col vizio dell'italica politica di magnare ovunque e, pertanto, non verrà mai adottata. Intanto paghiamo noi.
  • Giuliano Olivati
    Giuliano Olivati

    convengo manuel e ti ringrazio. aziende private potrebbero prendere in appalto le caserme inutilizzate e invendibili in ogni città e avremmo risolto emergenza carceri. ma è troppo intelligente, naa

domenica 25 agosto 2013

#Silvio, cessa quest'assurda commedia

Non esiste soluzione politica ai tribunali

Il dibattito politico-istituzionale si sta letteralmente avvitando su un'equazione –l'agibilità politica di Berlusconi come presupposto per la governabilità – del tutto falsa. È come tentare un'impossibile somma, ci insegnavano i maestri alle scuole elementari, mettendo insieme le pere e le mele. Proprio da considerazioni elementari occorre partire per vedere quale gigantesca impostura si nasconda dietro la furoreggiante campagna politica e mediatica che predica la necessità di una «soluzione politica» per la condanna all'ex premier, colpevole e condannato definitivamente per frode fiscale. L'origine dello stravolgimento dei fatti sta proprio nel punto di partenza della richiesta. Fino «a prova contraria», è il caso di dire, una condanna penale è una circostanza che nulla ha a che vedere con la politica, a meno che non si tratti di una condanna per reati politici (di per sé fuori questione in una democrazia). La realtà dei fatti mostra che Berlusconi si è reso colpevole di un reato grave e socialmente esecrabile – sottrarre al fisco 7,3 milioni di euro – in particolare per un imprenditore facoltosissimo. La pretesa di un salvacondotto politico per una condanna giudiziaria sta fuori dal perimetro logico, prima ancora che di quello etico e civile. La questione potrebbe essere, dunque, facilmente rubricata come mancanza di raziocinio o, al peggio, come disturbo psichico di chi la sostiene. Disgraziatamente non è così, perché le ragioni – quelle sì strettamente e direttamente politiche – che stanno alla base delle posizioni del Pdl tendono a stravolgere il rapporto tra legittimazione popolare e legittimità dello Stato di diritto. Giuliano Ferrara – allorché esulta perché, a suo dire, il presidente della Repubblica ha riconosciuto «l'eccezionalità» del caso Berlusconi – compie una duplice forzatura. Piega in modo improprio e fuorviante le sagge parole di Napolitano e, nel contempo, cerca di dar credito alla tesi che essere leader di un partito (per di più di un partito che ha un notevole consenso elettorale) configuri, per ciò stesso, un carattere di diversità rispetto ai cittadini normali. Sarebbe come dire che avere consenso elettorale definisce uno status di privilegio. L'esatto contrario non soltanto della nostra Costituzione e del principio basilare che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, ma del comune buon senso. In realtà, coloro che sono alla testa di formazioni politiche, ancor più se (come nel caso dell'ex premier) con un passato di responsabilità istituzionali di altissimo livello, dovrebbero ripudiare per principio ogni forma di protezione che non sia espressamente prevista dalle leggi. E magari, come si usava fare sino a qualche decennio fa, chiedere esplicitamente, in caso di vicende giudiziarie, di non valersi delle tutele previste per i parlamentari. A ben vedere, la bislacca tesi del consenso come fattore di garanzia «speciale» ha alla base un presupposto rischiosissimo per la democrazia, quello che la legittimazione popolare ottenuta attraverso il consenso elettorale sia fonte di una legittimità «speciale», che non conosce limiti e non deve essere sottoposta alle regole degli ordinamenti democratici. A voler prendere minimamente sul serio tale idea, si finisce per scivolare verso forme plebiscitarie di derivazione sudamericana che poco hanno in comune con le democrazie vere.

Stefano Sepe
L'Eco di Bergamo 25 08 2013