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venerdì 12 dicembre 2014

La crisi non molla Servono statisti non «capipopolo»

Il 12 agosto, in un intervento pubblico, il premier, Matteo Renzi, ha dichiarato: «L’Italia è in una situazione drammatica, ma possiamo farcela». La situazione è, dunque, difficile e pericolosa; potrebbe finire anche tragicamente, ma non dobbiamo perdere la speranza. Grosso modo le parole di un medico, che curando un paziente in condizioni gravi e di pericolo, non nasconde la drammaticità del momento, ma conforta i familiari, dicendo che la speranza non deve andare perduta, giacché lui stesso resta fiducioso.

Il dramma troverebbe sintesi nel concretarsi di una condizione di deflazione, ossia: una generalizzata tendenza dei prezzi a flettere. Quando tale sia l’orizzonte economico: sono differiti i consumi in beni durevoli; cala la propensione agli investimenti di impresa; aumenta il peso dei debiti, per chi è ricorso al mercato del credito; i saggi di interesse, ancorché nominalmente molto bassi, possono essere alti in termini reali; i risparmiatori inclinano a divenire rentiers e investono in titoli del debito pubblico; divengono alquanto privilegiati, ma esuberanti come numero, i dipendenti della pubblica amministrazione, garantiti dal posto fisso; e via elencando. In breve: la deflazione si congiunge con un’alta avversione al rischio. Per questo fa scattare il segnale di pericolo. I governi sono allora propensi: a nuovi investimenti pubblici finanziati in disavanzo; a concedere incentivi per nuovi investimenti di impresa; ad allentare i vincoli burocratici; a rendere molto flessibili i contratti di lavoro; a sollecitare la politica monetaria verso scelte così dette «accomodanti», sperando che riprenda un’inflazione, sia pure molto contenuta; a stimolare investimenti esterni e a importare risparmio meno avverso al rischio; a un controllo più rigoroso per contenere la spesa pubblica corrente; e così via.

Resta da capire se tutto ciò sia possibile al governo italiano, al presente. La risposta affermativa è tutta collegata con l’attuazione di riforme strutturali, che per ora hanno difficoltà ad essere approvate dal Parlamento, e che potrebbero richiedere anche qualche trasferimento di sovranità all’Europa.

Certo, potremmo farcela! Non, tuttavia, in virtù di una distribuzione «a pioggia» di un bonus mensile di 80 euro o a motivo della approvazione in prima lettura della riforma del Senato. Non invocando che la Commissione di Bruxelles concordi su nuova spesa pubblica in disavanzo sul fondamento di riforme strutturali solo indicate come buone intenzioni.

Insomma, la crisi si supera e dal pericolo ci si allontana premettendo gli interessi generali del Paese a quelli elettorali della propria parte politica. Secondo esperienza, agendo da statisti e non da capi-popolo. Questo è il problema: direbbe Amleto!

Tancredi Bianchi

L'Eco di Bergamo, 13/12/14

mercoledì 26 novembre 2014

L'astensionismo alle regionali? E' il fallimento del federalismo



http://www.tubechop.com/watch/4217119

A La Gabbia del 23/11/14 si commentano i dati freschissimi della scarsa affluenza alle elezioni regionali in Emilia-Romagna (39,96%, elezioni precedenti 64,93%) e Calabria (44,08%, elezioni precedenti 59,26%).

Il conduttore Gianluigi Paragone mi dà la parola ed esprimo il mio "pensierino della sera". Il tutto sotto l'occhio attento della Viviana Beccalossi, Assessore al Territorio, Urbanistica e Difesa del suolo della Lombardia.

lunedì 3 novembre 2014

Lo Stato dei diritti negati: lavoro, casa, dove siete?



http://www.tubechop.com/watch/3887170

Ospite tra il pubblico a La Gabbia del 2/11/14, il conduttore Gianluigi Paragone mi dà la parola sui dirittti negati: lavoro e casa, con un occhio alle fasce sociali più deboli, quelle che sembrano invisibili agli occhi dei più.

sabato 11 ottobre 2014

Pd stai sereno, ci pensa Renzi

È VENUTO IL MOMENTO
DI “ROTTAMARE” IL PD
ULTIMO BALUARDO
DEL VECCHIO SISTEMA

 Sull’articolo 18 le componenti del Pd ostili a Renzi hanno tirato la corda ma non fino al punto di romperla. Tardi, ma appena in tempo, si sono accorte che a strappare gli avrebbero fatto un piacere grande come una casa. Ma cosa faranno di fronte alle prossime provocazioni – che, statene certi, arriveranno presto e ancora più forti – del premier? Se, per esempio, il governo proponesse l’invio di un paio di Tornado a far la guerra all’Isis, resisterebbero alla tentazione di far scoppiare una rissa parlamentare che potrebbe anche avere come esito quello che stavolta è stato evitato?

A noi i partiti liquidi non piacciono, ma veder liquefare il Pd ci piace, e molto. Ma come, si dirà, siete contro i “non partiti” e poi volete che si dissolva l’unico soggetto politico che ha le caratteristiche del partito di massa, o comunque che ne ha conservato le sembianze? No, non c’è contraddizione. Intanto perché il Pd partito vero non lo è mai stato. Ricordate il momento della fondazione nell’ottobre del 2007? Veltroni fu eletto segretario non dal congresso ma dall’assemblea costituente del Pd, un organismo, composto da 2.858 persone, figlio delle nomenclature di Ds e Margherita. E sapete quando si tenne la prima assise congressuale, chiamata chissà perché “convenzione”? Due anni dopo, l’11 ottobre 2009, quando Veltroni si era già dimesso, sostituito da Franceschini, e il governo Prodi era caduto. Nel frattempo hanno inventato le primarie aperte a chiunque, che significa azzerare – anzi, mortificare – il ruolo dei tesserati. E un partito senza iscritti non è un partito. Non è un caso se in coincidenza con il quasi 41% delle europee, cioè il miglior risultato elettorale mai conseguito dalla sinistra (pur in percentuale e non in numero assoluto di voti), si registra il numero minimo di aderenti (100 mila contro il mezzo milione della segreteria Bersani).

Il secondo motivo per cui siamo spettatori plaudenti della parabola “morente” del Pd – sì, è una parola forte, ma la usiamo a ragion veduta – è perché esso contiene ancora tutte le ambiguità insite nel claudicante processo di trasformazione del Pci – che non ha mai metabolizzato fino in fondo il comunismo, tant’è che dovette aspettarne la formale caduta a Berlino come a Mosca per distaccarsene – cui si sono aggiunte le fragilità culturali e politiche della sinistra cattolica e la marginalità delle componenti laiche. Chiudere con il passato in modo definitivo, dunque, gioverebbe alla stessa sinistra, che potrebbe rinascere su basi più moderne.

Infine c’è un terzo motivo per cui guardiamo a quel che accade dentro il Pd con la speranza di chi avendo come propria ragione sociale la nascita della Terza Repubblica, auspica che si chiuda definitivamente la sciagurata stagione politica apertasi nel 1994. Suo malgrado, Renzi ha il merito di aver sepolto il bipolarismo bastardo su cui si è retto il gioco politico di questi vent’anni e a cui gli italiani hanno guardato – sbagliando – come al salvifico sistema che avrebbe rilanciato il Paese debellando la corruzione. Come sia andata, oggi non c’è bisogno di dirlo. Ora, l’irruzione sulla scena di Renzi, pur tra mille contraddizioni, ha consentito di archiviare entrambi i poli: il centro-destra si è liquefatto, del centro-sinistra è rimasto solo il Pd, che a sua volta si sta liquefacendo. E tutto questo è un bene, perché prima consegniamo alla storia (si fa per dire) la Seconda Repubblica e meglio faremo nel comunque difficile compito di uscire dal declino e far rinascere il Paese. Da questo punto di vista, Berlusconi non è più e mai più sarà un problema. Anche perché sembra essere tornato all’idea iniziale di quando, nel 1993, architettò la sua “discesa in politica” e certo non si attendeva il successo e le responsabilità del 1994: a lui basta un manipolo di parlamentari che gli consentano di tutelare se stesso e i propri interessi. Diverso è invece il Pd, che pur avendolo eletto segretario considera Renzi un corpo estraneo e ha una gran voglia di espellerlo per poter tornare come prima. Ma i rapporti di forza sono rovesciati, è Renzi ad avere il coltello dalla parte del manico. Ed è bene che lo usi come un macete. Anche perché non riuscirà mai a farlo suo, il Pd. E quindi tanto vale che lo “superi”. Come questo avverrà è dettaglio di cronaca, che sia nelle cose crediamo non ci siano più dubbi.

Fin dal primo momento, abbiamo detto che Renzi ci sembrava forte nella parte destruens e debole in quella costruens. Dunque non ci aspettiamo che sia lui – se poi invece lo fosse, tanto di guadagnato – l’architetto della Terza Repubblica, cioè di un nuovo ordine politico e di più moderni assetti istituzionali. Tant’è vero che quando si è mosso su questi terreni, dalla legge elettorale fino alla boiata della riforma del Senato, lo ha fatto molto maldestramente. Ma ci aspettiamo invece che sia pienamente capace di dare sepoltura al vecchio sistema. Sì, certo, avendola presa, quest’opera di rottamazione, prima di tutto dal lato delle persone, e con modi spicci, un po’ è sgradevole. Ma, si sa, la politica non è un “tea delle cinque”. Dunque, il rottamatore vada fino in fondo. Poi ne riparliamo.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica

giovedì 2 ottobre 2014

Renzi governa con Berlusconi?



http://www.tubechop.com/watch/3676650

Nella puntata de La Gabbia del 28/09/14 il conduttore Gianluigi Paragone mi dà la parola, e dico che il re è nudo, e governa con Silvio...

lunedì 15 settembre 2014

Renzi: dimenticare Cernobbio

 MENTRE INFURIA LA GUERRA TRA I “POTERI DEBOLI” (ENI DOCET) NON BASTA ROTTAMARE CERNOBBIO  

TerzaRepubblica non ha mai creduto ai grandi complotti, e tantomeno ci crede ora che i poteri – tutti, da quelli politici e istituzionali a quelli economico-finanziari per finire con quelli mediatici – lungi dall’essere “forti”, come si insiste a definirli, sono debolissimi, anzi drammaticamente frantumati. Ergo, non crediamo che esista un gruppo di potere, e neppure un singolo “grande vecchio”, che stia organizzando in Italia chissà quali trame, come farebbe credere – anche grazie ad una sequenza temporale che effettivamente induce al sospetto – il combinato disposto tra le recenti inchieste giudiziarie (Eni), il brutale regolamento di conti ai piani alti di quel che resta del capitalismo italico e il repentino cambio di umore di alcuni media su Renzi e il suo governo.

Ma, allontanata l’ombra della dietrologia, rimane necessario analizzare il perché di certi accadimenti, e le loro correlazioni. Partiamo dalla notizia dell’inchiesta giudiziaria che coinvolge vecchi e nuovi amministratori dell’Eni per una fornitura nigeriana. Nonostante fosse cosa già nota, e senza minimamente sottolineare che l’Italia è l’unico paese al mondo in cui si perseguono come reati intermediazioni intercorse in transazioni internazionali che altrove vengono considerate di assoluta normalità, il Corriere della Sera giovedì ha sparato la vicenda in prima pagina. Ma con tutta evidenza, anche leggendo altri articoli il giorno dopo, nel mirino dello scoop (si fa per dire) non è l’Eni ma il presidente del Consiglio, accusato di aver agito con leggerezza al momento delle nomine fatte recentemente ai vertici delle più importanti società a partecipazione del Tesoro.

A parte due osservazioni a margine – perché il Corriere non l’ha detto subito, e perché, in un paese dove la magistratura è decisamente fallace dovremmo trarre deduzioni e conseguenze da un capo d’accusa e non da una sentenza – viene spontaneo associare questa scelta sia all’enfasi con cui si è dato conto delle ruvide dichiarazioni della Bce negli ultimi tempi, dalla “minaccia alla sovranità” al “dovete fare una manovra correttiva”, sia al taglio che gli editoriali del giornale del fu “salotto buono” hanno assunto da un po’ di tempo a questa parte, ultimo quello del duo Alesina-Giavazzi in cui si avvisa Renzi che gli è rimasto poche ore per dimostrare di essere capace di governare, altro che “mille giorni”. Insomma, viene il sospetto che dopo l’entusiastico sostegno iniziale al giovinotto di Firenze, ora si voglia fargli la pelle. Per carità, non saremo certo noi – che quando tutti suonavano la fanfara lo abbiamo criticato, pur costruttivamente – a negare che ci sia una lunga lista di doglianze da rivolgere a Renzi. Ma un conto è alimentare un confronto dialettico, altro è cecchinare. Renzi ha dunque fatto bene a difendere la nomina di Descalzi: così facendo ha difeso l’Eni e il suo management e ha difeso se stesso, ma soprattutto ha fatto capire che la magistratura non può diventare il filtro che seleziona la classe dirigente del paese, che abbia scientemente o meno questo obiettivo in testa.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica

sabato 19 luglio 2014

Renzi, quella tentazione elettorale

ECONOMIA, RIFORME, EUROPA
​TROPPE DIFFICOLTÀ, C’È IL RISCHIO
CHE RENZI VOGLIA RISOLVERE TUTTO ANDANDO ALLE ELEZIONI

Renzi è un politico che coniuga la capacità tattica, di cui è dotato in modo inversamente proporzionale a quella strategica, con la vocazione del giocatore di poker. Inoltre eredita un sistema politico che negli ultimi due decenni ha creato quella che potremmo definire una “democrazia declamatoria”, basata sulla negazione formale del potere – che ha cancellato il senso della responsabilità politica e creato forme di potere surrettizie quando non occulte – ed esclusivamente orientata alla ricerca e raccolta del consenso, e come tale produttrice di “non governo”. Inevitabilmente, il combinato disposto delle due cose spinge Renzi, il suo governo e l’embrione di sistema di potere che intorno a lui si sta coagulando a forzare la mano e i tempi di un cambiamento in sé salutare ma che richiede, per non essere solo distruttivo, di possedere una chiara visione di ciò che si vuole costruire in alternativa. Definire tutto ciò un attentato alla democrazia e attribuire a questo processo di trasformazione l’obiettivo di arrivare ad una dittatura, come una certo filone mediatico-intellettuale sta facendo, è un evidente forzatura, che tra l’altro finisce col rafforzare proprio chi s’intende combattere. Evidentemente il lupo perde il pelo ma non il vizio: lo si è fatto per anni puntando il dito accusatorio contro Berlusconi, e il risultato è stata benzina nel motore del Cavaliere e costruzione di processi giudiziari che, come dimostra l’assoluzione – ineccepibile – sul caso Ruby, non reggono alla prova della magistratura giudicante.

Dunque, sgombriamo il campo dalle sciocchezze, e parliamo di cose serie. Il vero tema è quello individuato negli ultimi giorni da un paio di articoli pregevoli di Galli Della Loggia e da uno non meno acuto di Salvati: di che pasta è fatto Renzi, cosa ha in testa e cosa serve al Paese in questa fase in cui si gioca tutto, sotto il profilo economico, della tenuta sociale, della modernizzazione istituzionale e amministrativa. Noi siamo convinti che si sia commesso l’errore di non dire la verità al Paese sulle sue reali condizioni di salute e che, di conseguenza, dopo aver evocato mille idee suggestive e usato la tattica di lanciare continuamente la palla in avanti senza badare a far goal, si voglia puntare alle elezioni anticipate nel più breve tempo possibile. Perché da un lato, il Renzi politico, a discapito del Renzi statista, vuole tradurre in forza parlamentare sua quel 41% che – inaspettatamente anche per lui – ha preso alle europee, e perché, dall’altro, il Renzi presidente del Consiglio vuole scavallare il 31 dicembre senza manovre correttive a suo carico ed evitando che le molte contraddizioni in cui il governo è caduto diventino palesi agli occhi dell’opinione pubblica. Anche qui, non c’è da scandalizzarsi se la dimensione mediatica prevale su quella programmatica – purtroppo, succede ormai stabilmente in tutte le democrazie occidentali, sempre più intrise di populismo e peronismo – ma certo non può essere l’unico faro che illumina l’azione del governo e l’unico metro di misura dei suoi risultati. È stato così con Berlusconi, e il disastro è sotto gli occhi di tutti. E, seppure con modalità meno sfacciate, è stato così anche negli anni del centro-sinistra, con l’aggravante che taluni obiettivi erano sbagliati in partenza e che alcune componenti della sua eterogenea maggioranza erano vocate solo all’opposizione quando non all’antagonismo duro e puro.

Ora, però, la somma tra scelte di politica economica di scarso respiro – i cui risultati sono misurabili con i numeri del pil, che definiscono una deludente “non ripresa” – l’affastellarsi di provvedimenti, spesso un po’ dilettanteschi nella loro formulazione, che sono andati a creare un micidiale “ingorgo legislativo” da cui non sarà facile uscire a discapito degli impegni presi (Senato, legge elettorale, titolo quinto della Costituzione, province, ecc.), e gli inciampi sul terreno europeo (“caso Mogherini” ma ancor di più “caso Letta”) che fanno significativamente scrivere di Renzi all’Economist “inexperience, improvisation and moments of vacuity”, sono macigni del cui peso il furbo e veloce presidente del Consiglio intende assolutamente liberarsi. E per farlo ci sono solo due modi: o cambiare registro, o approfittare degli errori altrui per imbastire una bella campagna elettorale in stile berlusconiano. Come? Vittimizzandosi. Se ci pensate, non gli sarebbe difficile. Primo: le opposizioni interne alle due maggioranze, quella sua (i ribelli del Pd) e quella rappresentata dal “patto di sindacato” neanche troppo occulto con Forza Italia (i malpancisti ostili a Verdini e al cerchio magico berlusconiano), lungi dal rappresentare un problema, gli consentono di dire agli italiani che così il Paese non si può governare e che devono dargli una maggioranza salda e tutta sua per poterlo finalmente fare. Secondo: l’ostilità sempre più evidente delle cancellerie europee sarà pure un fastidio al suo ego, ma consente a Renzi di raccontare ai suoi concittadini che quella egoista della Merkel e quei burocrati mangia pane a tradimento di Bruxelles e Strasburgo ci stanno affamando e che occorre dargli più forza per vincerli nella tenzone che contrappone i membri del club dell’euro. Terzo: se poi ripartisse, come non è da escludere, lo spread e la pressione speculativa sui nostri titoli di Stato, ecco un altro buon motivo per sollecitare il consenso di un Paese che avendo scelto – e qui sta il capolavoro politico-mediatico di Renzi di questi mesi – di avere fiducia pressochè cieca nell’unico soggetto rimasto sulla scena dopo la fine della Seconda Repubblica e il fallimento dei governi di transizione di Monti e Letta, non disposto così facilmente a disinnamorarsi. Solo che bisogna far presto. Se non capiamo male, fosse per lui urne anche subito. Ma tra semestre europeo e freno (sempre più allentato, però…) del Quirinale, la data più probabile è quella di marzo 2015. Domani, se ci pensate bene.

Certo, se Renzi imposta una campagna elettorale di stampo berlusconiano dopo essere stato a palazzo Chigi con modalità berlusconiane, può darsi che lui ne esca vincitore, ma di sicuro l’Italia ha tutto da perderci. Per questo speriamo – senza troppa convinzione, però – di sbagliarci.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica

venerdì 23 maggio 2014

La teoria del #gombloddoh



http://www.tubechop.com/watch/2908742

Trenta secondi di purissima teoria del complotto antierlusconiano (pron. #gombloddoh) a La Gabbia del 21/05/14.

venerdì 2 maggio 2014

#Renzi, il #Mussolini democratico 2.0

Corsi e ricorsi storici. Dai un'occhiata al Tweet di @elpme10 (e alle risposte, tra cui le mie): https://twitter.com/elpme10/status/462335224979128321

mercoledì 30 aprile 2014

Job Act, ovvero girare intorno al lavoro



http://www.tubechop.com/watch/2713365

Il mitico Job Act di Renzi creerà davvero posti di lavoro? Una mia considerazione a La Gabbia del 23/04/14, con la conclusione del conduttore Gianluigi Paragone: "il lavoro va pa-ga-to!"

domenica 20 aprile 2014

Fuori i mafiosi dal Tempio

Annullata una processione pasquale in Calabria per infiltrazione mafiosa. Il vescovo non accetta l'ordine del prefetto di far portare le statue dei santi dai volontari della Protezione Civile anziché dagli uomini vicini alla ndrangheta. Fioriscono polemiche e commenti. Mi spiace ma questa volta non riesco ad essere politicamente corretto.

Vogliamo dirlo che le mafie nascono tutte come società segrete a sfondo religioso, vogliamo dirlo che i mafiosi sono uomini di religione oltre che di politica e di controllo militare del territorio, vogliamo dirlo che nelle loro case c'è pieno di santi Micheli Arcangeli Madonne trafitte dalle 7 spade Gesù cristi ecc.? Diciamolo, perché se non si recide questo nodo gordiano inutile poi fare le scenette sulle processioni.

Quindi quel vescovo che si fa riprendere mentre i fedeli gli baciano feudalmente l'anello, è quantomeno connivente con un certo andazzo, perchè non venitemi a dire che lui non sapeva cosa ci fosse dietro le processioni. Ma dirò di più se io fossi un cristiano di Calabria, e sapessi come tutti sanno che le statue nelle processioni sono portate dagli ndranghetisti, io a quelle processioni non andrei, mandando quindi un messaggio molto preciso. Finiamola di dire che è colpa del sistema, il sistema è fatto da noi.

Nessuno salverà un popolo dagli oppressori che portano le statue in processione mentre il popolo applaude. Evidentemente a quel popolo va bene così.

Infatti nel paese dove hanno accettato di far portare le statue dalla Protezione Civile, metà popolazione per protesta ha disertato la processione senza mafiosi. È chiaro che quel popolo in realtà è diviso in due popoli, a questo punto bisogna vedere quale dei due popoli prevarrà. Ma questa cosa non la possiamo decidere noi qui dal Nord dove mangiamo la polenta, la dovete decidere voi cari amici del Sud.

La mafia senza il consenso popolare può fare poco, non dimentichiamo  che il boss mafioso Brusca decise di collaborare quando vide che la popolazione siciliana applaudiva il suo arresto. Questo a suo stesso dire fu per lui un grande shock culturale e politico.

È il popolo che deve far fallire quelle processioni infiltrate dalla ndrangheta, cacciando i mafiosi dal Tempio. Basta non partecipare.

sabato 19 aprile 2014

Tecnico, politico o bravo? Il tormentone delle nomine nelle società pubbliche



http://www.tubechop.com/watch/2583077

Ad ogni tornata di nomine dei vertici delle società pubbliche si srotola il tormentone: "Vogliamo i tecnici! Fuori i curriculum! Basta con gli amici degli amici!". Nella puntata de La Gabbia dedicata alle "Poltrone Renzi" dico telegraficamente perché il problema, nelle società partecipate dal Tesoro, è un po' più complesso dell'assunzione di un manager in una società privata...

domenica 13 aprile 2014

Il mistero misterioso dei black bloc

Graditissimi i vostri commenti e spunti di riflessione, anche qui...

domenica 6 aprile 2014

Renzi ha ucciso Silvio, e il prossimo e' Grillo

«L’allievo ha ucciso il maestro, come in Kill Bill»
L'Eco di Bergamo, 6 aprile 2014

«C’è qualcosa di dramatico sulla scena politica italiana di questi mesi», ci dice Alessandro Amadori, politologo ed esperto di comunicazione, autore di diversi volumi su Berlusconi. «Siamo allo scontro amletico, ai duelli omerici tra big men. Quelli della Seconda Repubblica in confronto erano minuetti settecenteschi».

Perché parla di duelli amletici?

«Stiamo assistendo a una distruzione del sistema che sarebbe parso inimmaginabile dodici mesi fa. I toni sono da scontro per la vita e per la morte (politicamente parlando). E sullo sfondo ci sono macerie politiche, quinte che crollano, come il Senato».

Chi vede come big men in campo su queste distese di macerie politiche?

«Berlusconi, poi Grillo, ma soprattutto Renzi. Se Berlusconi e Grillo sono stati i protagonisti delle ultime elezioni politiche, i protagonisti delle Europee saranno Grillo e Renzi».

Cominciamo da Berlusconi. Il fuorionda tra Toti e Gelmini sembra sintetizzare la situazione politica più di ogni analisi, servizio o intervista…

«Succede così anche nella vita normale delle persone. È quello che viene detto alle spalle che svela i veri atteggiamenti di una persona. Tutti noi siamo oggetti di comunicazioni a doppio livello. C’è una parte nascosta nella comunicazione quotidiana. Chi è più fortunato ha meno sdoppiamento, chi è meno fortunato è soggetto ai rischi del doppio livello».

Triste conclusione…

«Ma è così. Ed è sempre più rivelatoria la comunicazione celata, segreta. È umano. Non è un caso che io nella mia vita mi sforzi di applicare un principio zen: comportati in pubblico come quando sei in privato e in privato come quando sei in pubblico».

Dunque anche lei coglie questa inquietudine in Berlusconi, di cui si parla nel fuorionda?

«Non c’è dubbio: sono vari mesi che Berlusconi vive una condizione di profonda sofferenza in vista della pena da scontare. Soprattutto uno come lui, abituato alla completa libertà di movimento. Questa cosa è un supplizio e una nemesi della vita nei suoi confronti. Sarebbe pesante per qualsiasi leader politico, ma lo è a maggior ragione per Berlusconi».

Passiamo al secondo contendente, Matteo Renzi.

«Renzi e Berlusconi si assomigliano come due gocce d’acqua, soprattutto sul piano comunicativo. Sono uno l’erede spirituale dell’altro, anche se ovviamente politicamente sono molto diversi. Ma dal punto di vista comunicativo c’è addirittura qualcosa di più di una somiglianza: c’è una discendenza. Politicamente è l’allievo che alla fine uccide il maestro, come in “Kill Bill” di Tarantino».

Sempre stando al fuorionda tra Toti e Gelmini, si parla del fatto che quello di Berlusconi per Renzi è stato un abbraccio mortale.

«Certo che è stato un abbraccio mortale. Renzi ha totalmente sottratto la scena a Berlusconi. Ha reincanalato tutta l’energia del Cavaliere. Ha trovato un’operazione di transfert quasi psicanalitica. Ha preso la relazione tra Berlusconi e l’opinione pubblica e l’ha caricata su di sé. Gli ha levato il sangue politico e lo ha svuotato. Renzi è come se fosse stato costruito in laboratorio dall’esperienza comunicativa di Berlusconi. Solo che adesso la sua creatura ha svuotato di energia il creatore e l’ha quasi destinato al museo delle cere. Un destino crudele».

Veramente lo ha anche riabilitato quando sembrava all’angolo…

«Quella è stata un’operazione politica che Machiavelli avrebbe definito un capolavoro. Nello stesso tempo in cui ha fatto rinascere Berlusconi, Renzi lo ha fatto uscire dalla tana da cui la sinistra non riusciva a stanarlo e lo ha ucciso, dal punto di vista politico. Lo ha trasformato in una statua di cera».

Come definisce Renzi politicamente?

«Un predatore della politica. Il modo con cui ha tolto la scena ai suoi avversari è impressionante: non se ne sente più parlare. Lo stesso concetto di rottamazione è il concetto di un predatore. Cosa che non è mai stato in realtà Berlusconi, che tenta più di ammaliare l’elettore o l’avversario politico. Cerca di sedurre e non uccide mai nessuno, nemmeno chi lo ha tradito. Se ci pensa, ha ucciso solo se stesso. Un processo di suicidio politico che merita un libro. Come ha costruito il più grande successo di marketing della storia dell’Occidente è riuscito a creare il più grosso fallimento della storia dell’Occidente».

Rimane il terzo protagonista della scena politica: Beppe Grillo.

«Grillo ha capito tutto, ha capito che Renzi ha trasformato in una mummia, politicamente, Berlusconi, mettendolo in una teca, a futura memoria, ed essendo lui l’oggetto del prossimo processo di predazione si muove scompostamente, combatte come un orso. Da tempo ha capito che la lotta è mortale. Renzi, come ha battuto il Cavaliere, così sta sottraendo il terreno del cambiamento del sistema a Grillo. Ora sta tentando di svuotarlo avocando su di sé il cambiamento del sistema di cui parla Grillo. Come se dicesse: non c’è bisogno di lui, il sistema lo cambio io da dentro il Palazzo. E stando ai sondaggi funziona»

Francesco Anfossi

lunedì 17 marzo 2014

La differenza tra #Renzi e #Berlusconi



http://www.tubechop.com/watch/2333257

La differenza tra Renzi, Berlusconi, Monti e Letta? Faccio un tweet TV a La Gabbia, puntata del 16/03/14

giovedì 13 marzo 2014

Italiani, popolo di masochisti!!!

Italianiiiii!!!!!!
A volte mi chiedo se noi italiani non siamo un popolo di masochisti, travolti dal piacere della sconfitta.

Monti prende il Paese alle soglie del collasso economico-finanziario e a prezzo di sangue sudore e lacrime (nostre) riesce a non farci fare la fine della Grecia. Risultato: trattato come un macellaio che ha massacrato l'Italia.

Gli subentra Enrichetto Letta, bravo ragazzo un po' pasticcione che tuttavia riesce a dare all'estero l'idea di un'Italia che si impegna per risolvere i suoi problemi senza chiedere la carità a nessuno, continua a tenere i conti abbastanza in ordine e lo spread si calmiera. Risultato? Viene trattato da cazzaro (oddio lui e Saccomanni un po' lo erano, soprattutto sulla comunicazione), calciosederato e rottamato tra le risate del pubblico pagante (dato che paghiamo le tasse).

Ora s'avanza il giovane e baldanzoso Matteino Renzi, che per non fare la fine di Letta promette di rivoltare l'Italia come un calzino in 100 giorni. Risultato: trattato da televenditore di padelle, ma che dici Mastrota della politica, non è vero niente, sei contaballe, l'Italia è destinata al fallimento e tu ci stai vendendo fumo. Il tutto senza nemmeno dargli il tempo di scoprire le carte sul tavolo, così, a titolo preventivo, fiorentino borioso e pallongonfio non t'azzardare a tentare di cambiare il brutto Belpaese.

Insomma il salvataggio dell'Italia non ci piace mai: graduale no, shock nemmeno, il caffè non lo gradiamo né dolce né amaro e l'è sempre tutto sbagliato, tutto da rifare.

La verità è che perdere ci piace, ci fa godere. E hai voglia far rialzare un popolo di perdenti e felici di esserlo. Aveva capito tutto un altro giovane e controverso presidente del consiglio, che quando entrò a Palazzo Chigi a furor di popolo aveva solo qualche mese in più del Renzi del giuramento al Quirinale. Lui, che pure si era formato in trincea e non in senso metaforico, allargava le braccia e commentava "governare l'Italia non è difficile, è inutile".

venerdì 21 febbraio 2014

Perché siamo costretti a sperare in #Renzi



http://www.tubechop.com/watch/2068157

A "La Gabbia" del 12/02/14 dico alla nazion una cosa estremamente sgradevole: Renzi non piace ma conviene sperare che funzioni (grazie al conduttore Gianluigi Paragone che ha difeso la mia libertà di parola dal pubblico del "mucchificio"). Grande sorpresa: Roberto d'Agostino la pensa esattamente come me (chi l'avrebbe mai detto).

Se volete sapere perché è meglio che Renzi non fallisca, dovete sciropparvi il (fortunatamente breve) video stile "Ora ve lo spiego io" qua sotto ;)

Renzi ultima carta della politica prima del caos


lunedì 17 febbraio 2014

#M5S, l'esercito di #Casaleggio & Associati

Panorama: Casaleggio burattinaio di Grillo
Grillo, anzi il suo burattinaio Casaleggio & Associati è per la distruzione della democrazia rappresentativa parlamentare a favore di una fantomatica democrazia diretta assembleare della rete. Il delirio orwelliano del progetto - Gaia.

In realtà dietro questa farneticazione si cela un astuto partito azienda con una lobby parlamentare, anzi la più grande lobby parlamentare della storia italiana (160 membri tra Camera e Senato). Casaleggio, manager della Webegg (gruppo Telecom Italia) chiusa malamente in profondo rosso, è socio (formalmente ex) di Sassoon, parente dei Rothschild. Gente sinceramente da non perdere mai di vista, anzi meglio mettersi con le spalle al muro. I pentastellati vedono il #gombloddoh anche nello spot della Nutella, ma su Casaleggio e la sua massoneria da fumetto stranamente non hanno mai nulla da eccepire.

Un esempio di lobby action potente e pericolosa della Casaleggio & Associati? Il blitz parlamentare con cui M5S lo scorso agosto fece passare un emendamento che rendeva nullo il rogito o il contratto di locazione privo di allegazione dell'Attestato di Prestazione Energetica.

Questa assurda sanzione ha creato un mare di problemi, e solo recentemente la nullità è stata convertita in una multa. Ora applichiamo per un momento al Movimento 5 Stelle lo stesso principio del sospetto sistematico usato dai grillini...combiniamo il rasoio di Occam (l'ipotesi più semplice è quella con maggiori probabilità di essere vera) con il principio del "cui prodest" e chiediamoci: chi c'era dietro? Niente niente qualche categoria cliente della Casaleggio & Associati?

Ai grilloti non frega niente di governare, creerebbe solo problemi e non servirebbe al partito azienda del sosia di Patti Smith. Devo andare avanti?

giovedì 30 gennaio 2014

Il decreto #Bankitalia? Una stampante per fregare l'#euro e i suoi trattati

La Banca d'Italia
Photo: WIkipedia
La rivalutazione delle quote Bankitalia che tanto ha inzibarrito i grillini in realtà (se la capissero) doverebbe piacergli un casino, a loro che son sovranisti anti euro per il ritorno alla lira stampa-stampa e al gettone telefonico.

Il meccanismo del decreto Bankitalia è una simil-stampante per fregare i trattati euro! Infatti con la rivalutazione a bilancio delle quote Bankitalia detenute dalle banche private (le ex "banche di interesse nazionale"), queste devono pagare le tasse sulla plusvalenza. Ma come faranno? Elementary, Watson:  rivendendo alla stessa Bankitalia le quote rivalutate eccedenti il 3% del capitale (tetto massimo stabilito dal decreto).

Quindi i soldini delle tasse che le banche devono pagare allo Stato ce li mette la stessa banca centrale italiana, ricomprando le sue quote dalle banche! E che soldi sono? Qualcuno parla delle riserve derivanti dal mitico signoraggio bancario (che finalmente vien buono). In altre parole, l'intera operazione è un colossale escamotage per far sì che Bankitalia immetta, indirettamente (attraverso un buy-back) ma concretamente, liquidità nelle casse piangenti dello Stato. Capito la stampante smart? Evidentemente nell'Euro si può stare in maniera creativa, anche un po' all'italiana...

Oops...ma non si doveva dire?!? ^_^

giovedì 23 gennaio 2014

La #spendingreview ai tempi di #rimborsopoli? La facciamo solo noi cittadini



http://www.tubechop.com/watch/1892055

15 gennaio 2014: ospite nel pubblico a La Gabbia, il talk del mercoledì sera su La7 condotto da Gianluigi Paragone, faccio un tweet vocale su rimborsopoli e spending review...
Che ne dite, siamo noi populisti o sono loro ladri?!?