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giovedì 23 gennaio 2014

La #spendingreview ai tempi di #rimborsopoli? La facciamo solo noi cittadini



http://www.tubechop.com/watch/1892055

15 gennaio 2014: ospite nel pubblico a La Gabbia, il talk del mercoledì sera su La7 condotto da Gianluigi Paragone, faccio un tweet vocale su rimborsopoli e spending review...
Che ne dite, siamo noi populisti o sono loro ladri?!?

domenica 25 agosto 2013

allo Stato serve lo spesometro

Spesa pubblica record: più 69% in quindici anni Mestre (Venezia) Il Centro studi della Cgia di Mestre ha calcolato che dal 1997 a oggi la spesa pubblica, al netto degli interessi sul debito, è aumentata del 68,7%. In termini assoluti è cresciuta di quasi 296 miliardi. Alla fine del 2013 le uscite, sempre al netto degli interessi, ammonteranno così a 726,6 miliardi. Per contro, le entrate fiscali che comprendono solo tasse, imposte, tributi e contributi pagati dagli italiani, sono cresciute del 52,7%. A fronte di un aumento di 240,8 miliardi, il ammonterà 2013 nel complessivo gettito considerato l'incremento è stato del 58,8%, ma se analizziamo il trend delle tasse locali ci accorgiamo che sono praticamente «esplose»: più 204,3% (pari, in termini assoluti, a +74,4 miliardi di euro), con un gettito che nel 2013 sfiorerà i 111 miliardi. Quelle centrali, invece, sono incrementate «solo» del 38,8% (pari a +102,6 miliardi in valore assoluto), anche se nel 2013 le entrate di competenza dello Stato ammonteranno a ben 367 miliardi di euro. Tutti gli importi, sottolinea ancora la Cgia, sono a prezzi correnti, includono, cioè, anche l'inflazione. In linea generale lo studio afferma che lo scenario emerso da questa analisi vede che la spesa pubblica, al netto degli interessi, ha viaggiato a una velocità superiore a quella registrata dalle entrate fiscali, anche se a livello locale la tassazione ha subito una vera e propria impennata. Ciò ha contribuito ad aumentare il carico fiscale generale, portandolo a toccare un livello mai raggiunto in passato. In aggiunta, alla luce di una spesa pubblica complessiva che in questi anni è sempre stata superiore al totale delle entrate finali, la dimensione del nostro debito pubblico è continuata a crescere in partenza di questa rilevazione, fa notare la Cgia, coincide con l'approvazione della prima legge Bassanini che diede avvio al federalismo amministrativo e alla semplificazione burocratica. «Appare evidente – dice il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi – che qualcosa non ha funzionato. Se i rapporti tra i cittadini e la pubblica amministrazione sono materia di federalismo le leggi Bassanini e le riforme di settore che sono state realizzate successivamente non hanno aspettavamo proprio sul fronte della razionalizzazione della spesa e sul suo contenimento a vantaggio dei cittadini».

domenica 7 luglio 2013

la #spendingreview e l'estinzione dei burosauri

Il mitico TPS aveva visto lungo
[photo: Ilpeggio]

UN SOLO OBIETTIVO RIDURRE LA SPESA

di  PINO ROMA
L'Eco di Bergamo 7/7/13

l livello raggiunto dal debito pubblico – oltre
2.000 miliardi di euro –
ci obbliga ad emettere
ogni anno 400 miliardi di titoli e a pagare 80 miliardi di
interessi. Tale obbligo è la
causa principale del permanere di una condizione di oppressione fiscale per le imprese, i lavoratori e le famiglie, ostacola enormemente la crescita e ci espone alla speculazione internazionale.

L’uscita dall’euro non servirebbe certamente ad alleggerirci da quest’obbligo, né sarebbe una soluzione salvifica quella di superare il principio del pareggio di bilancio. In presenza di un debito così elevato,
l’obiettivo primario rimane quello di ridurre sensibilmente la spesa, in particolare quella improduttiva, per rendere sostenibile il debito ed evitare che si avvii una spirale pericolosa dove a maggior debito corrispondono maggiori tensioni sul mercato e, soprattutto, minore crescita. Questo obiettivo fu posto in primo piano dal compianto ministro del Tesoro Tommaso Padoa Schioppa, che si propose di sostituire al sistema dei tagli lineari il metodo della spending review, con l’intento di realizzare tagli incisivi ma selettivi della spesa. Ciò non gli fu possibile per la breve durata di quel governo. Il ministro del Tesoro che gli successe, Giulio Tremonti, continuò nella prassi di contenere il debito attraverso tagli lineari, certamente di più agevole realizzazione anche se foriera di indubbie iniquità e di risultati modesti.

Con l’avvento del governo Monti, è stato approvato dal Parlamento un emendamento che ha fissato, finalmente, come obiettivo prioritario la realizzazione della spending review. Il compito è stato affidato ad un’apposita Commissione, presieduta da Enrico Bondi, che, fortemente ostacolata dalla burocrazia ministeriale, ha prodotto risultati modesti, realizzando risparmi di spesa per soli 5 miliardi di euro. Il neo ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, collega per molti anni in Banca d’Italia di Padoa Schioppa, ha riproposto, in una recente intervista al Corriere della Sera, l’esigenza imprescindibile di una nuova energica azione di spending review. A sollecitargliela sono: gli impegni presi per i pagamenti alle imprese da parte della Pubblica amministrazione; gli incentivi per le ristrutturazioni; la rata Imu non pagata; il mancato
aumento dell’Iva; i fondi per la Cassa integrazione in deroga e quelli anticipati alle Regioni; lo sblocco dei versamenti per i vari terremoti. Non solo, perché il ministro ha ancora affermato: «Vogliamo
rilanciare l’economia riducendo le tasse sul lavoro e sulle imprese. Non possiamo farlo aumentando
il debito, quindi dobbiamo ridurre la spesa corrente. Riconvocheremo il comitato interministeriale
per il controllo della spesa e avremo un commissario straordinario».

È certamente questa l’unica strada per fare uscire il Paese da una situazione che apre scenari sempre più drammatici. Ciò che c’è da fare lo sappiamo da tempo. Ci sono enti e uffici inutili da sopprimere e altri da rafforzare. Ci sono imprese pubbliche da privatizzare, ci sono spese ministeriali da
tagliare consistentemente e dotazioni ministeriali da rifinanziare, come quelle per l’istruzione, perché funzionali a generare sviluppo. Ci sono centri di ricerca da sostenere e molti altri da eliminare.
Ci sono università da chiudere ed alcune da potenziare. Lo stesso vale per tribunali ed ospedali, alcuni dei quali anche pericolosi per la salute dei cittadini. Occorre ridurre i trasferimenti a quegli enti (Regioni, Province, Comuni) che dissipano denaro pubblico, ma anche operare aumenti nelle dotazioni degli enti virtuosi.

Rispetto a tutto ciò, le continue contrapposizioni che ostacolano l’azione dell’attuale governo, che,
nonostante la larga maggioranza di cui dispone, vive una situazione di evidente precarietà, non lasciano spazio a ottimismi. Forse, il segnale più confortante registrato nei mesi scorsi è rappresentato dalla volontà del governo di rivedere e porre in discussione i rapporti tra politica e burocrazia.
Negli ultimi anni c’è stata una crescita abnorme del potere di strutture e di personaggi dell’alta burocrazia che sono nati nell’ombra della politica e hanno poi finito per condizionarla. Nella giusta direzione, quindi, va la decisione del governo di sostituire alla guida della Ragioneria Generale dello Stato Mario Canzio - definito il «signor no» e ritenuto l’unico vero interprete dei conti dello Stato - con Daniele Franco, proveniente dall’Ufficio Studi della Banca d’Italia. Sarebbe opportuno che a questa decisione seguisse anche l’avvicendamento dei massimi burocrati tra i vari ministeri, in modo da evitare l’accumulo di eccessivi poteri personali.

I responsabili politici dovrebbero ormai essersi resi conto che la gran parte dei cittadini è ben consapevole della necessità di scelte radicali e razionali in ogni comparto della spesa pubblica e sa bene che
dalla situazione di grave crisi che stiamo vivendo si può uscire solo con scelte coraggiose e ancorate
solo all’interesse generale.

martedì 2 luglio 2013

#spendingreview o spending deppiù?


L’intervista
Stefano Visalli
[photo: officinedemocratiche]
STEFANO VISALLI
analista di problemi finanziari

«La spesa si riduce
eliminando gli sprechi
Ma servono 5 anni»

Caccia alle risorse finanziarie per coprire i «buchi» che si creano nei conti pubblici magari perché si riducono voci di entrata come Imu e Iva.
È una spirale che va bloccata.
Basta con gli interventi sporadici o d’emergenza: serve, invece, un piano di riorganizzazione
della spesa pubblica a medio raggio, calibrato su un arco di almeno cinque anni, altrimenti la
toppa rischia di essere peggio del buco. È questa l’analisi di Stefano Visalli, analista di McKinsey
& Company, nota società di consulenza per la gestione di problemi finanziari e societari. Vissalli ha, tra l’altro, fatto parte della Commissione ministeriale per la revisione della spesa tra il
2007 e il 2008 e di fronte alle polemiche di questi giorni taglia corto:
«I centri di spesa – spiega – sono tanti e ramificati in ogni
livello dell’amministrazione pubblica. Basterebbe razionalizzarli, senza intaccare la qualità
dei servizi, per avere a disposizione trenta miliardi l’anno di
nuove risorse a disposizione dello Stato. Ma invece si preferisce
correre sempre dietro all’emergenza. Per non cambiare davvero le cose. L’emergenza rischia
di essere un alibi».

Spending revew, tagli alla spesa,
sua riqualificazione. Come e dove
trovare i soldi?
«Prima di tutto una doverosa premessa. Quello che è emerso
con estrema chiarezza dal lavoro fatto, a tale scopo, sia dalla
Commissione istituita dal compianto ministro Padoa Schioppa nel 2007 sia da quello svolto,
più recentemente, dai tecnici incaricati dal ministro Giarda è
che lo spazio per riorganizzare la spesa è uno spazio molto importante. Lo confermano anche le analisi
di McKinsey portate a termine in altri Paesi».

«Importante» nel senso
del valore economico?
«Sì. Non è difficile immaginare che questa riorganizzazione potrebbe liberare risorse per una trentina di
miliardi l’anno».

Due punti di Pil?
«Esatto ma il problema è che riorganizzare la spesa pubblica
vuol dire ristrutturare le modalità di erogazione dei servizi. Attenzione: non meno servizi ma
rivedere come questi vengono offerti».

Possiamo fare qualche esempio?
«Prendiamo il caso delle Prefetture, ma questo potrebbe valere
per qualsiasi altra "agenzia" erogatrice di servizi. Noi oggi abbiamo una Prefettura in ciascuna
provincia e il personale che vi lavora è più o meno indipendente dal numero degli utenti serviti.
Anche le cose che fa ogni Prefettura sono, più o meno, indipendenti dalla tipologia della provincia in cui si trovano ad operare questi uffici. Se uno ripensasse alla loro organizzazione, si
dovrebbe chiedere: "Ma quali sono le cose che effettivamente servono
nella mia provincia e quali, invece, vanno studiate per la popolazione di Roma?". Se
si ragionasse così ci accorgeremmo facilmente che un buon 30% delle attività svolte potrebbe essere razionalizzato. Una razionalizzazione che, col trascorre del tempo,
porta a risparmi ed economie di scala».

Il problema, allora, è come condurre in porto questa riorganizzazione?
«Certo, non si può procedere per decreto. Bisogna entrare nel
merito, rivedere la situazione, ristrutturare e riorganizzare, esattamente come farebbe una qualsiasi azienda. Gli spazi per operare e risparmiare ci sono. Peccato che questi stessi spazi non
possono essere usati per coprire l’Imu o l’Iva».

Perché?
«Perché bisogna ragionare in una prospettiva di cinque anni
con processi di riorganizzazione calibrati per questo arco temporale. Fatto questo, alla fine ci
si ritroverà con una trentina di miliardi di spesa in meno che
potranno essere reinvestiti proprio nei servizi. Ragionare sull’immediato, con la caccia alle
coperture di Iva e Imu, non mi sembra serio. Se lo si fa con questa enfasi e insistenza è solo perché la politica, in realtà, non vuol cambiar niente».

Forse l’emergenza incalza?
«Non credo che sia così. Penso invece che sia più difficile fare le
cose di cui ho parlato prima piuttosto che operare con i soliti tagli lineari a tutti gli enti statali. Verificare nel dettaglio quando, dove e come si spendono i soldi dei cittadini è una strada più ardua. Tocca interessi
concreti. Invece tagliare un po’ a tutti si tramuta nella solita, neutra, operazione contabile.
Quindi si preferisce percorrere la via più facile. Quella che, di fatto, non rompe gli equilibri e
che soprattutto non si fa nemici».■

Daniele Vaninetti
L'Eco di Bergamo, 03/07/13

lunedì 22 ottobre 2012

√ #province, in arrivo la rivoluzione del campanile?

la nuova italia con le province paciugate
nell'italietta del campanile, l'accorpamento delle province pare argomento in grado di suscitare passioni e proteste, quasi più della crisi economica e della totale assenza di proposta politica che caratterizza la fase storica. 

l'accorpamento delle province in effetti è un atto contra naturam nell'italia dei mille comuni, delle rivalità storiche, le faide medievali, le battaglie dimenticate coi fiumi di sangue che ancora oscuramente ci dividono in una miriade di città stato simbolicamennte l'un contro l'altra armata. pisa e livorno, per dirne una, non si uniranno mai nella provincia di pisorno...

meglio, molto meglio sarebbe stato prendere il toro per le corna e abolire tout court tutte le province intese come ente amministrativo, lasciando le configurazioni attuali dei territori provinciali e attribuendo le funzioni delle province amministrative alle regioni e ai comuni. 

viva il parroco! un campanile ci salverà?