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venerdì 12 dicembre 2014

La crisi non molla Servono statisti non «capipopolo»

Il 12 agosto, in un intervento pubblico, il premier, Matteo Renzi, ha dichiarato: «L’Italia è in una situazione drammatica, ma possiamo farcela». La situazione è, dunque, difficile e pericolosa; potrebbe finire anche tragicamente, ma non dobbiamo perdere la speranza. Grosso modo le parole di un medico, che curando un paziente in condizioni gravi e di pericolo, non nasconde la drammaticità del momento, ma conforta i familiari, dicendo che la speranza non deve andare perduta, giacché lui stesso resta fiducioso.

Il dramma troverebbe sintesi nel concretarsi di una condizione di deflazione, ossia: una generalizzata tendenza dei prezzi a flettere. Quando tale sia l’orizzonte economico: sono differiti i consumi in beni durevoli; cala la propensione agli investimenti di impresa; aumenta il peso dei debiti, per chi è ricorso al mercato del credito; i saggi di interesse, ancorché nominalmente molto bassi, possono essere alti in termini reali; i risparmiatori inclinano a divenire rentiers e investono in titoli del debito pubblico; divengono alquanto privilegiati, ma esuberanti come numero, i dipendenti della pubblica amministrazione, garantiti dal posto fisso; e via elencando. In breve: la deflazione si congiunge con un’alta avversione al rischio. Per questo fa scattare il segnale di pericolo. I governi sono allora propensi: a nuovi investimenti pubblici finanziati in disavanzo; a concedere incentivi per nuovi investimenti di impresa; ad allentare i vincoli burocratici; a rendere molto flessibili i contratti di lavoro; a sollecitare la politica monetaria verso scelte così dette «accomodanti», sperando che riprenda un’inflazione, sia pure molto contenuta; a stimolare investimenti esterni e a importare risparmio meno avverso al rischio; a un controllo più rigoroso per contenere la spesa pubblica corrente; e così via.

Resta da capire se tutto ciò sia possibile al governo italiano, al presente. La risposta affermativa è tutta collegata con l’attuazione di riforme strutturali, che per ora hanno difficoltà ad essere approvate dal Parlamento, e che potrebbero richiedere anche qualche trasferimento di sovranità all’Europa.

Certo, potremmo farcela! Non, tuttavia, in virtù di una distribuzione «a pioggia» di un bonus mensile di 80 euro o a motivo della approvazione in prima lettura della riforma del Senato. Non invocando che la Commissione di Bruxelles concordi su nuova spesa pubblica in disavanzo sul fondamento di riforme strutturali solo indicate come buone intenzioni.

Insomma, la crisi si supera e dal pericolo ci si allontana premettendo gli interessi generali del Paese a quelli elettorali della propria parte politica. Secondo esperienza, agendo da statisti e non da capi-popolo. Questo è il problema: direbbe Amleto!

Tancredi Bianchi

L'Eco di Bergamo, 13/12/14

sabato 19 luglio 2014

Renzi, quella tentazione elettorale

ECONOMIA, RIFORME, EUROPA
​TROPPE DIFFICOLTÀ, C’È IL RISCHIO
CHE RENZI VOGLIA RISOLVERE TUTTO ANDANDO ALLE ELEZIONI

Renzi è un politico che coniuga la capacità tattica, di cui è dotato in modo inversamente proporzionale a quella strategica, con la vocazione del giocatore di poker. Inoltre eredita un sistema politico che negli ultimi due decenni ha creato quella che potremmo definire una “democrazia declamatoria”, basata sulla negazione formale del potere – che ha cancellato il senso della responsabilità politica e creato forme di potere surrettizie quando non occulte – ed esclusivamente orientata alla ricerca e raccolta del consenso, e come tale produttrice di “non governo”. Inevitabilmente, il combinato disposto delle due cose spinge Renzi, il suo governo e l’embrione di sistema di potere che intorno a lui si sta coagulando a forzare la mano e i tempi di un cambiamento in sé salutare ma che richiede, per non essere solo distruttivo, di possedere una chiara visione di ciò che si vuole costruire in alternativa. Definire tutto ciò un attentato alla democrazia e attribuire a questo processo di trasformazione l’obiettivo di arrivare ad una dittatura, come una certo filone mediatico-intellettuale sta facendo, è un evidente forzatura, che tra l’altro finisce col rafforzare proprio chi s’intende combattere. Evidentemente il lupo perde il pelo ma non il vizio: lo si è fatto per anni puntando il dito accusatorio contro Berlusconi, e il risultato è stata benzina nel motore del Cavaliere e costruzione di processi giudiziari che, come dimostra l’assoluzione – ineccepibile – sul caso Ruby, non reggono alla prova della magistratura giudicante.

Dunque, sgombriamo il campo dalle sciocchezze, e parliamo di cose serie. Il vero tema è quello individuato negli ultimi giorni da un paio di articoli pregevoli di Galli Della Loggia e da uno non meno acuto di Salvati: di che pasta è fatto Renzi, cosa ha in testa e cosa serve al Paese in questa fase in cui si gioca tutto, sotto il profilo economico, della tenuta sociale, della modernizzazione istituzionale e amministrativa. Noi siamo convinti che si sia commesso l’errore di non dire la verità al Paese sulle sue reali condizioni di salute e che, di conseguenza, dopo aver evocato mille idee suggestive e usato la tattica di lanciare continuamente la palla in avanti senza badare a far goal, si voglia puntare alle elezioni anticipate nel più breve tempo possibile. Perché da un lato, il Renzi politico, a discapito del Renzi statista, vuole tradurre in forza parlamentare sua quel 41% che – inaspettatamente anche per lui – ha preso alle europee, e perché, dall’altro, il Renzi presidente del Consiglio vuole scavallare il 31 dicembre senza manovre correttive a suo carico ed evitando che le molte contraddizioni in cui il governo è caduto diventino palesi agli occhi dell’opinione pubblica. Anche qui, non c’è da scandalizzarsi se la dimensione mediatica prevale su quella programmatica – purtroppo, succede ormai stabilmente in tutte le democrazie occidentali, sempre più intrise di populismo e peronismo – ma certo non può essere l’unico faro che illumina l’azione del governo e l’unico metro di misura dei suoi risultati. È stato così con Berlusconi, e il disastro è sotto gli occhi di tutti. E, seppure con modalità meno sfacciate, è stato così anche negli anni del centro-sinistra, con l’aggravante che taluni obiettivi erano sbagliati in partenza e che alcune componenti della sua eterogenea maggioranza erano vocate solo all’opposizione quando non all’antagonismo duro e puro.

Ora, però, la somma tra scelte di politica economica di scarso respiro – i cui risultati sono misurabili con i numeri del pil, che definiscono una deludente “non ripresa” – l’affastellarsi di provvedimenti, spesso un po’ dilettanteschi nella loro formulazione, che sono andati a creare un micidiale “ingorgo legislativo” da cui non sarà facile uscire a discapito degli impegni presi (Senato, legge elettorale, titolo quinto della Costituzione, province, ecc.), e gli inciampi sul terreno europeo (“caso Mogherini” ma ancor di più “caso Letta”) che fanno significativamente scrivere di Renzi all’Economist “inexperience, improvisation and moments of vacuity”, sono macigni del cui peso il furbo e veloce presidente del Consiglio intende assolutamente liberarsi. E per farlo ci sono solo due modi: o cambiare registro, o approfittare degli errori altrui per imbastire una bella campagna elettorale in stile berlusconiano. Come? Vittimizzandosi. Se ci pensate, non gli sarebbe difficile. Primo: le opposizioni interne alle due maggioranze, quella sua (i ribelli del Pd) e quella rappresentata dal “patto di sindacato” neanche troppo occulto con Forza Italia (i malpancisti ostili a Verdini e al cerchio magico berlusconiano), lungi dal rappresentare un problema, gli consentono di dire agli italiani che così il Paese non si può governare e che devono dargli una maggioranza salda e tutta sua per poterlo finalmente fare. Secondo: l’ostilità sempre più evidente delle cancellerie europee sarà pure un fastidio al suo ego, ma consente a Renzi di raccontare ai suoi concittadini che quella egoista della Merkel e quei burocrati mangia pane a tradimento di Bruxelles e Strasburgo ci stanno affamando e che occorre dargli più forza per vincerli nella tenzone che contrappone i membri del club dell’euro. Terzo: se poi ripartisse, come non è da escludere, lo spread e la pressione speculativa sui nostri titoli di Stato, ecco un altro buon motivo per sollecitare il consenso di un Paese che avendo scelto – e qui sta il capolavoro politico-mediatico di Renzi di questi mesi – di avere fiducia pressochè cieca nell’unico soggetto rimasto sulla scena dopo la fine della Seconda Repubblica e il fallimento dei governi di transizione di Monti e Letta, non disposto così facilmente a disinnamorarsi. Solo che bisogna far presto. Se non capiamo male, fosse per lui urne anche subito. Ma tra semestre europeo e freno (sempre più allentato, però…) del Quirinale, la data più probabile è quella di marzo 2015. Domani, se ci pensate bene.

Certo, se Renzi imposta una campagna elettorale di stampo berlusconiano dopo essere stato a palazzo Chigi con modalità berlusconiane, può darsi che lui ne esca vincitore, ma di sicuro l’Italia ha tutto da perderci. Per questo speriamo – senza troppa convinzione, però – di sbagliarci.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica

mercoledì 30 aprile 2014

Job Act, ovvero girare intorno al lavoro



http://www.tubechop.com/watch/2713365

Il mitico Job Act di Renzi creerà davvero posti di lavoro? Una mia considerazione a La Gabbia del 23/04/14, con la conclusione del conduttore Gianluigi Paragone: "il lavoro va pa-ga-to!"

giovedì 30 gennaio 2014

Il decreto #Bankitalia? Una stampante per fregare l'#euro e i suoi trattati

La Banca d'Italia
Photo: WIkipedia
La rivalutazione delle quote Bankitalia che tanto ha inzibarrito i grillini in realtà (se la capissero) doverebbe piacergli un casino, a loro che son sovranisti anti euro per il ritorno alla lira stampa-stampa e al gettone telefonico.

Il meccanismo del decreto Bankitalia è una simil-stampante per fregare i trattati euro! Infatti con la rivalutazione a bilancio delle quote Bankitalia detenute dalle banche private (le ex "banche di interesse nazionale"), queste devono pagare le tasse sulla plusvalenza. Ma come faranno? Elementary, Watson:  rivendendo alla stessa Bankitalia le quote rivalutate eccedenti il 3% del capitale (tetto massimo stabilito dal decreto).

Quindi i soldini delle tasse che le banche devono pagare allo Stato ce li mette la stessa banca centrale italiana, ricomprando le sue quote dalle banche! E che soldi sono? Qualcuno parla delle riserve derivanti dal mitico signoraggio bancario (che finalmente vien buono). In altre parole, l'intera operazione è un colossale escamotage per far sì che Bankitalia immetta, indirettamente (attraverso un buy-back) ma concretamente, liquidità nelle casse piangenti dello Stato. Capito la stampante smart? Evidentemente nell'Euro si può stare in maniera creativa, anche un po' all'italiana...

Oops...ma non si doveva dire?!? ^_^

domenica 25 agosto 2013

allo Stato serve lo spesometro

Spesa pubblica record: più 69% in quindici anni Mestre (Venezia) Il Centro studi della Cgia di Mestre ha calcolato che dal 1997 a oggi la spesa pubblica, al netto degli interessi sul debito, è aumentata del 68,7%. In termini assoluti è cresciuta di quasi 296 miliardi. Alla fine del 2013 le uscite, sempre al netto degli interessi, ammonteranno così a 726,6 miliardi. Per contro, le entrate fiscali che comprendono solo tasse, imposte, tributi e contributi pagati dagli italiani, sono cresciute del 52,7%. A fronte di un aumento di 240,8 miliardi, il ammonterà 2013 nel complessivo gettito considerato l'incremento è stato del 58,8%, ma se analizziamo il trend delle tasse locali ci accorgiamo che sono praticamente «esplose»: più 204,3% (pari, in termini assoluti, a +74,4 miliardi di euro), con un gettito che nel 2013 sfiorerà i 111 miliardi. Quelle centrali, invece, sono incrementate «solo» del 38,8% (pari a +102,6 miliardi in valore assoluto), anche se nel 2013 le entrate di competenza dello Stato ammonteranno a ben 367 miliardi di euro. Tutti gli importi, sottolinea ancora la Cgia, sono a prezzi correnti, includono, cioè, anche l'inflazione. In linea generale lo studio afferma che lo scenario emerso da questa analisi vede che la spesa pubblica, al netto degli interessi, ha viaggiato a una velocità superiore a quella registrata dalle entrate fiscali, anche se a livello locale la tassazione ha subito una vera e propria impennata. Ciò ha contribuito ad aumentare il carico fiscale generale, portandolo a toccare un livello mai raggiunto in passato. In aggiunta, alla luce di una spesa pubblica complessiva che in questi anni è sempre stata superiore al totale delle entrate finali, la dimensione del nostro debito pubblico è continuata a crescere in partenza di questa rilevazione, fa notare la Cgia, coincide con l'approvazione della prima legge Bassanini che diede avvio al federalismo amministrativo e alla semplificazione burocratica. «Appare evidente – dice il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi – che qualcosa non ha funzionato. Se i rapporti tra i cittadini e la pubblica amministrazione sono materia di federalismo le leggi Bassanini e le riforme di settore che sono state realizzate successivamente non hanno aspettavamo proprio sul fronte della razionalizzazione della spesa e sul suo contenimento a vantaggio dei cittadini».

martedì 23 luglio 2013

#governo, incentivi e stimolo alla #ripresa

L'economista prof: Tancredi Bianchi
[photo: L'Eco di Bergamo]

Se il governo potesse guidare serenamente il Paese, potrebbe non tenere in prima considerazione preoccupazioni elettorali e di partito e, anziché ricercare gli incentivi della ripresa in Imu e Iva, stimolerebbe le iniziative di investimenti, vera fonte di nuova occupazione, con la moderata tassazione, o anche la temporanea esenzione, del «nuovo». Ossia di quanto giova per cambiare o implementare l’esistente. Val dire, seguirebbe la strada più antica del buon governo dell’economia: una politica perpremiare chi vuole intraprendere e cooperare all’impresa. L’Italia si salvò così tante volte: con le esenzioni venticinquennali sui nuovi immobili; con
l’esenzione decennale dei redditi delle nuove imprese; con gli ammortamenti accelerati per i nuovi investimenti... Le agevolazioni tributarie per il
«nuovo» riguardano appunto il futuro, che tutti desideriamo migliore del presente. Non minacciano di porre in disordine i conti pubblici. Attendono nuove entrate dalla produzione di nuova ricchezza e da una società nuova che ha ritrovato la speranza.

Tancredi Bianchi, L'Eco di Bergamo 24/07/13

sabato 8 giugno 2013

#berlusconi, l' #euro e il bar sport #italia

il sogno inconfessabile di silvio
nel post I lirici dell'industria italiana abbiamo illustrato i danni che la liretta e il dumping della svalutazione competitiva hanno causato alla produzione italiana, troppo spesso sostenuta dall'esportazione di prodotti di modesta fattura, che ci ha relegato in un'eterna serie B manifatturiera. il tutto a danno delle eccellenze industriali nazionali, quelle che non hanno bisogno del cambio per esportare.

ora ci risiamo, e alla grande: la crisi turba (giustamente) le masse e chiama il suo capro espiatorio: colpa dell'euro che non ci consente di svalutare la liretta per esportare! del resto conoscete un esponente della classe dirigente italiota che abbia mai avuto il coraggio di ammettere le responsabilità sue e della casta? sempre meglio dar la colpa al #gombloddoh demoplutopippopaperino.

a due politici molto attenti alla pancia del "bar sport italia", due uomini di spettacolo come grillo e berlusconi, non è parso dunque il vero di poter ridurre tutto al derby calcistico italia/germania: tutta colpa di quella strunz della merkel! andiamo a battere i pugni sul tavolo in europa! anzi vai tu giovane letta, armiamoci e partite...

e così il nostro popolo di fantozzi, frittatona di cipolle birra gelata e rutto libero, si accomoda beato sul sofà sognando "italia/germania 4 a 3"; senza capire che è stato proprio chi propone quel modello autarchico e fumettistico, nazionalista e vagamente fascioide ("l'orgoglio della sovranità nazionale!")  la causa della deriva economica e politica della nazione.

sul tema ha parole chiare Alberto Krali nel suo fondo su L'Eco di Bergamo del 08/06/13:


SE L’EURO DIVENTA LA VITTIMA SACRIFICALE

Berlusconi ha lanciato la sfida: o il governo Merkel comprende le ragioni di Roma o l’Italia va per la sua strada. La Germania è sempre pronta a bacchettare gli altri, la tutela dei suoi interessi nazionali è intransigente. E per un Paese in recessione tragica come l’Italia è questo

un carico non più sopportabile. Questo è un tema caldo ed è evidente che se il capo del governo Enrico Letta dal vertice europeo del 27 e 28 giugno esce a mani vuote, nel Paese si scatenerà un moto di rabbia contro l’euro. 

Tutti i ceti sociali soffrono: dalle imprese ai lavoratori, l’Italia intera ribolle. Basta scorrere i giornali, o guardare i festival dell’economia. A Trento la manifestazione organizzata dal Sole 24Ore e dalla casa editrice Laterza suona: sovranità in conflitto; mille chilometri più a Sud, ai Dialoghi di Trani è emblematico il titolo: quo vadis Europa? Il politico Berlusconi ha alzato quindi le antenne e ha anticipato tutti nel dettare l’agenda politica. Ancora una volta i democratici si fanno sorprendere. Perdono così due occasioni: la prima è riprendere contatto con quegli elettori che la crisi la sentono e potrebbero riavvicinarsi al Pd, la seconda è togliere di mano all’ex capo del governo il pallino dell’euro.


La parola d’ordine è la crescita ma viene declinata in euro sì o euro no. Rai Radio3, che peraltro è vicina agli ambienti cosiddetti progressisti, sull’amletico quesito ci ha costruito una trasmissione: ma nel Pd sono troppo presi dalle loro beghe e non sentono gli umori neanche della piazza mediatica. Così nelle prossime settimane saremo presi tra i due fuochi di Grillo e Berlusconi, che sul rapporto viscerale con le folle hanno costruito le loro fortune politiche. L’ex comico con la proposta di un referendum sulla moneta unica ha trovato il classico

capro espiatorio sul quale scaricare tutte le colpe.
E l’ex capo del governo, resuscitato dopo le elezioni, ha esteso il concetto: la colpa è della Merkel.

Ma è proprio così? Spesso si dimentica che se il Paese in recessione, con i debiti che si ritrova, non avesse alla spalle la Banca centrale europea, sarebbe già affondato sui mercati internazionali. E poi non si dice che la svalutazione renderebbe più convenienti i prodotti italiani rispetto a quelli tedeschi ma non a quelli cinesi e asiatici. Erigere dazi doganali in difesa della produzione nazionale avrebbe come ripercussione la chiusura del mercato cinese all’industria italiana. E parliamo della nazione che ha il più grande numero di potenziali consumatori al mondo. E in crescita costante. Insomma non c’è partita. Ma è una questione di testa, non di pancia. 


Sono 31 infatti i miliardi di euro di cofinanziamento (dal Fondo europeo di sviluppo regionale e dal Fondo sociale europeo) che devono essere ancora spesi da qui al 2015, e che l’Italia per inefficienza non ha attivato. E che dire del 20% del Pil di economia sommersa ? E dei 60 miliardi di corruzione diffusa (dati della Corte dei Conti)? La vera misura di cui l’Italia ha bisogno è quello dell’osservanza della legge. L’euro ha fatto crescere i prezzi. E tutti si lamentano, giustamente. Ma si dà il caso che mentre da noi sono aumentati, sino

al doppio, in Francia ancora oggi nei negozi c’è il cartellino con l’equivalente in franchi. Così la gente fa i conti in rapporto al suo stipendio. Chi doveva controllare? Il governo. Allora Berlusconi e Tremonti non vollero inimicarsi i commercianti, che sono tanti e votano.

E poiché gli elettori hanno sempre ragione e i governanti pure, l’unico ad avere torto è la moneta unica. Tanto non può parlare.


ALBERTO KRALI

vedi anche 

#ultimaparola: uscire dall' #euro è la playstation degli accademici à la page? 

martedì 26 marzo 2013

√ N'#euro: guerriglieri da tastiera contro il #gombloddoh euromassonico


  1. sto trovando insopportabile la violenza verbale dei grillini no #euro su #twitter e uso troll bombing. temo x terrorismo passo breve. 
  2. presentare dialettica su #euro come armageddon tra Bene (lira) e Male assoluto (€=malvagio&criminale) produrrà violenza fisica #sapevatelo
  3. attribuire a #euro la crisi industriale e occupazionale italiana produrrà violenza fisica dopo quella verbale. impossibile dibattito lucido
  4. su #euro la discussione è economica. economia non è scienza esatta. esistono varie scuole di pensiero. no a demonizzazione manichea.
  5. non funziona così, Bene vs Male: in economia esistono varie scuole di pensiero non c'è da una parte la Bibbia e dall'altra i manigoldi come dite voi
  6. logica delle #BR: il sistema imperialistico delle multinazionali ci opprime. noi buoni reagiamo con guerra santa e morti. logica torna su €?
  7. basta prendere i proclami delle #Br e dove c'è scritto sistema imperialistico delle multinazionali scrivere #euro
  8. la logica giacobina&rivoluzionaria porta a legittimare la violenza contro chi non la pensa come noi. occhio al dibattito su #euro
  9. logica rivoluzionaria: l'euro ci sta uccidendo tu sostieni l'euro tu ci stai uccidendo noi uccidiamo te cose già viste negli anni 70 ocio!
  10. parlare va benissimo. insultare e minacciare e sottoporre a social network mobbing chiunque non sia contro € (e quindi alfiere del Male Assoluto) porterà a violenza fisica
  11. livore dibattito pro/vs #euro nasce anche da assenza di cultura epistemologica degli economisti ognuno convinto di avere la verità rivelata
  12. terribile sospetto malizioso: e se gli infuocati giovani anti #euro fossero strumentalizzati in guerre accademiche tra economisti? :-)
  13. #euro fight club: teorie scientifiche sono falsificabili altrimenti non sono scientifiche. e l'economia non è nemmeno una scienza esatta
  14. dice il crociato anti euro: ma noi ci abbiamo i grafici! a parte che di grafici ce ne sono à la carte per ogni bisogna,  i dati si possono interpretare in tantissimi modi ovvero i fatti non si spiegano con una teoria sola
  15. ogni fatto si interpreta alla luce di una teoria e le teorie possono essere diverse questa è la base della #epistemologia
  16. i dati possono essere interpretati secondo una pluralità di teorie scientifiche non è vero che i dati parlino da soli
  17. consiglio agli economisti una robusta iniezione di filosofia della scienza: perché non rendere obbligatorio esame di epistemologia nei corsi di laurea in economia? del resto l'economia è nata come ramo applicativo della filosofia.
  18. consiglio di studiare la nozione di causazione e l'assioma di hume, il "post hoc sed non propter hoc": dal fatto che il fumo segua al fuoco non posso inferire il nesso causale tra fuoco e fumo. dal fatto che ora ci sta l'euro e  siamo in crisi, non posso inferire che la causa della crisi sia l'euro [ovviamente il discorso logico è molto + sofisticato, ma qui siamo al bar]
  19. altro consiglio: approfondire la teoria dei condizionali controfattuali. impossibile dimostrare "cosa sarebbe successo se" [se hitler avesse vinto la seconda mondiale, se l'euro non si fosse fatto, se mia nonna aveva le ruote]. croce riassumeva: "la storia non si fa coi se e coi ma".
  20. e per finire: enfasi su sovranità nazionale (ma de  che) è ricca di antichi echi e porterà a salti indietro nella autarchia anni trenta (segnatevelo)
  21. unica cosa gustosissima dei n'euro: non solo demonizzano (serissimi e senza un briciolo di autoironia, da veri rivoluzionari) chi non vuole il ritorno alla liretta, ma si son subito divisi in varie sette scismatiche che si sono prontamente scomunicate a vicenda, in un profluvio di odio teologico e reciproci anatemi e sfottò :-) 
  22. e ora trollatemi in massa: vi attendo a piè fermo con la risma di lirette che ho stampato stanotte in cantina :)
  23. aggiornamento del 11/11/13. twitter canta, e dimostra dove siamo arrivati con questa deriva anti euro. il tuittatore di mestiere fa il professore alla facoltà di economia dell'università di pescara, dedita alla lotta al PUDE ovvero "partito unico dell'euro": cioè tutti quelli che non la pensano come i pescaresi. ormai si usa un linguaggio da guerra civile, si parla di "collaborazionisti" e "venduti", e chissà mai che dalle parole dei guru qualche ggiovane infiammabile non passi ai fatti...sarebbe un gradito ritorno dei "cattivi maestri".

  1. Quando crollerà l'€ non ci saranno luoghi tanto lontani e sicuri per non poter riacchiappare tutti i collaborazionisti e venduti del PUDE


giovedì 21 marzo 2013

√ i Lirici dell'industria italiana

photo: adesso-online
le svalutazioni competitive della lira hanno impedito lo sviluppo tecnologico e qualitativo dell'industria italiana. se rispetto all'industria tedesca siamo (salvo un manipolo di eccellenze produttive) al terzo mondo lo dobbiamo a quel modello. con l'uso e abuso della svalutazione competitiva della lira abbiamo privilegiato produzioni di bassa qualità, che poi proprio in quanto tali son state delocalizzate. puoi anche rendere competitivo il prodotto con la svalutazione per esportarlo, ma se delocalizzi risparmi comunque sulla manodopera, ancorché sfruttata e non regolarizzata. 

ci siamo fregati da soli. prima campavamo facendo i cinesi d'europa, poi i cinesi (che sono sempre più cinesi di noi) ci hanno surclassato come quantitativi e prezzo. sulla bassa qualità non possiamo competere con gli orientali (cina, corea, india) se non delocalizzando a nostra volta nel terzo mondo o in est europa: e addio all'occupazione italiana. le poche aziende che hanno puntato sull'eccellenza del made in Italy (tipo la ferrari per intenderci) non hanno bisogno della svalutazione competitiva per esportare, e si guardano bene dallo spostare la produzione d'eccellenza fuori dall'italia: sanno che perderebbero in termini di qualità-prodotto e immagine-brand.

insomma la parabola è stata: dalla svalutazione alla esportazione dalla esportazione alla delocalizzazione dalla delocalizzazione alla disoccupazione. aggiungi che il sindacato dal dopoguerra ha difeso posti di lavoro inutili e scarsa produttività nella PA e nelle imprese pubbliche e para pubbliche, come dice il mio amico @cannedcat,  e hai il quadro completo dei nostri guai: recessione produttiva e debito pubblico alle stelle. e pensare che i Lirici rivorrebbero quel modello: svalutazione ciclica, debito pubblico, pasta al pomodoro e sigaretta all'orecchio. l'eterna italia dei ladri di biciclette?

domenica 10 febbraio 2013

√ destra, sinistra? son rimaste le #tasse, baby


dopo l'ultimaparola anche ballarò ha scoperto il tema vero della campagna elettorale: le tasse che tutti i partiti promettono di ridurre senza averne il potere e quindi beffando gli elettori.

monti-cane trozzy-invasioni barbariche-la7.jpg
monti e berlusconi mentre coccolano l'elettorato
photo: repubblica TV
la faccenda è ancor più succulenta se si considera che monti bersani e berlusconi hanno ratificato insieme il trattato europeo del fiscal compact, che predetermina la politica economica dei prossimi 20 anni di tagli e tasse.

quindi destra e sinistra sono categorie politiche superate, come lucidamente dice monti. c'è solo l'europa che ci governa, e visto il baratro in cui siamo caduti probabilmente non è un male.


ora la domanda è: quanto ci metteranno gli elettori a capire che li stanno prendendo in giro? e come reagiranno a chi li imbonisce promettendo caramelle?

sabato 9 febbraio 2013

√ #elezioni: ma che ci state a prendere tutti in giro? #ultimaparola



puntata dopo puntata, l'ultima parola (il talk politico del venerdì sera su rai2 condotto da gianluigi paragone) si sta rivelando uno dei pochi programmi tv che vanno a fondo dei problemi del paese. è l'economia, baby: e il governo politico dell'economia è ormai in mano all'europa (e non è detto sia un male, ma bisogna dirlo a chiare lettere). 

il trattato europeo del fiscal compact, ratificato dal parlamento italiano a maggioranza bipartisan, predetermina la politica economica dei prossimi 20 anni. il trattato, che con la ratifica è legge anche in italia, detta le regole di bilancio che chiunque vada al potere dovrà rispettare, per riportare in 20 anni il rapporto tra debito sovrano e PIL dall'attuale 128% al 60% previsto dal fiscal compact come regola europea. ne risulta svuotata di senso la stessa competizione elettorale tra coalizioni che si presentano apparentemente come concorrenti e alternative.

il mio tuit vocale sul fiscalcompact, e le risposte dei candidati alle prossime elezioni politiche, al minuto 00:59:17 della puntata dell'8 febbraio de l'ultima parola.

martedì 27 novembre 2012

√ #Euro - novela: e #Bagnai rispose a #ultimaparola

Euro sì, Euro no: prosegue il tormentone sulla moneta unica a L'ultima parola, il talk show del venerdì sera su Rai2. All'Anteprima web, il think-tank del pomeriggio in diretta web, l'economista Alberto Bagnai presenta il suo opus maius su (leggi versus) la moneta unica, dall'icastico titolo "Il tramonto dell'Euro", e (audite audite) risponde persino alle domande della bloggerz-armada (tra cui l'indegno me). Un prof che risponde alle domande? Scattedratelo, presto! :) Non pago delle risposte in diretta, Alberto Bagnai ci torna sopra, ri-risponde a tutte le domande (anche quelle che in diretta erano fatalmente sfuggite, del resto era mitragliato di quesiti dai survoltati bloggerz), e ce la spiega alla grande (dal suo punto di vista, ovviamente) in un succulento post del suo blog: buona lettura! :)