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venerdì 30 maggio 2014

Il referendum sull' #euro? C'è già stato e ha vinto #Renzi



http://www.tubechop.com/watch/2951157

A La Gabbia del 28/05/14 tanto per cambiare si parla di Euro. Il conduttore Gianluigi Paragone mi dà la parola e faccio una breve riflessione sulle elezioni europee, che in Italia si sono risolte in un plebiscito pro-euro e pro-Europa. Vittorio Sgarbi e Matteo Salvini ascoltano, Michele Emiliano e Mario Adinolfi concordano.

domenica 25 maggio 2014

sabato 24 maggio 2014

Italia al collasso se lasciasse l'euro

Italia al collasso se lasciasse l’euro
Il fronte anti-Ue frastagliato e diviso

L'Eco di Bergamo, 21/05/14

L’euro ha fatto bene all’Italia e abbandonarlo vorrebbe dire rischiare il default. Lo afferma Paolo Magri, direttore dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) di Milano. Per l’analista, che è un bocconiano di Bergamo, decisive saranno la crescita e la lotta alla disoccupazione.

Dinanzi all’offensiva antieuro, l’opinione pubblica fatica a vedere i vantaggi della moneta unica.

«Negli anni ‘90 l’Italia pagava per indebitarsi fino al 12% di interessi. I mercati internazionali – ovvero chi ci prestava i soldi – non si fidavano dell’Italia e dell’uso che faceva della lira. Per quanto paradossale possa sembrare, con l’euro l’Italia ha acquisito quote di sovranità in campo monetario che non aveva più, quanto meno perché adesso partecipa alle decisioni della Bce – invece di soccombere alle decisioni della potente Bundesbank del marco –: anzi, ne esprime il presidente, Mario Draghi».

Uscire dall’eurozona che conseguenze avrebbe?

«Anzitutto sarebbe una decisione da prendere in gran segreto per evitare enormi fughe di capitali all’estero. La lira si svaluterebbe molto, ma i guadagni per le imprese che esportano rischierebbero di essere compensati dall’impennata dei prezzi delle risorse energetiche (che si pagano in dollari). La conseguenza probabilmente più drammatica sarebbe sul debito pubblico. L’inflazione ne ridurrebbe il peso reale, ma la sfiducia dei mercati farebbe schizzare in alto gli interessi, con il rischio di rendere insostenibili gli oltre 2.000 miliardi di euro di debito. Il default dell’Italia potrebbe essere dietro l’angolo».

Non pensa che la contraddizione dell’Ue sia il mancato equilibrio fra ciò che è necessario fare in economia e ciò che è possibile fare sul piano del consenso politico?

«Il caso italiano è emblematico: un Paese fortemente europeista, ma dallo scoppio della crisi il consenso è crollato. Se i cittadini percepiscono solo i vincoli dell’Ue e non le opportunità, è inevitabile che il consenso crolli. Quel che conta è tornare a tassi di crescita sostenuti e combattere la disoccupazione>.

Non pensa che vi sia anche una responsabilità delle classi dirigenti?

«Se si guarda alle varie misure prese dallo scoppio della crisi i poteri della Commissione Ue sono aumentati. L’impressione è che però si vada verso un’Europa intergovernativa in cui i governi prendono – quando trovano l’accordo – le decisioni. Questo perché i Trattati Ue non erano stati pensati per affrontare una crisi così profonda e i governi hanno dovuto prendere l’iniziativa per rispondere con velocità, in assenza di adeguati strumenti giuridici. Ma quando le nuove regole introdotte andranno a pieno regime, la situazione tenderà a riequilibrarsi. Servirà comunque un po’ di coraggio in più».

La Germania è il grande accusatore ma anche il grande accusato.

«La Germania è un grande leader riluttante e intermittente. La sua leadership appare piena quando si tratta di ricordarci di fare i compiti a casa, ma risulta quasi assente nel delineare la strategia di crescita dell’Eurozona. Sbaglia chi critica Berlino, perché ci ricorda –a ragione – che un rapporto debito - Pil che corre verso il 135% è insostenibile. Sarebbe invece bene chiedere con forza alla Germania di dar conto di un decennio di crescita basata sulle proprie esportazioni, con poco riguardo a quelle degli altri Paesi Ue, e di politiche commerciali ed energetiche perseguite secondo un’ottica bilaterale e poco europeista».

Si sta però creando una faglia fra il Nord «buono» e il Sud «cattivo».

«Esistono differenze sul piano culturale, che si riflettono a livello politico ed economico. Il mandato di Schroeder prima e la Grosse Koalition poi sono stati vissuti dai tedeschi come momenti di vera unità nazionale. Questo ha permesso di vincere le resistenze sulla riforma della contrattazione sindacale – avvicinandola al livello delle imprese e calmierando i salari – e di rilanciare la produttività del lavoro. Ha certamente contribuito una predisposizione culturale a cedere sul piano individuale per il bene della collettività, accompagnata dalla promessa di averne un ritorno nuovamente sul piano individuale attraverso uno Stato federale più forte e con un sistema di Welfare efficiente. Un approccio culturalmente difficile da replicare nel Sud dell’Europa, a partire dal nostro Paese».

I partiti tradizionali (popolari, socialisti e liberaldemocratici) con questo voto si giocano tutto.

«Secondo i sondaggi, gli euroscettici dovrebbero assestarsi tra il 27 e il 30%. Al loro interno si trovano partiti che spaziano dal populismo fine a se stesso a forme di nazionalismo acceso alla Le Pen. Difficile immaginare in che modo e su quali temi potranno trovare un accordo stabile. Il rischio è che la loro unità si esprima in un “no” ad oltranza. Di fronte a questa prospettiva, le pressioni per un’ulteriore convergenza tra popolari e socialisti saranno elevate».

A luglio inizia il semestre di presidenza italiana: quali dovrebbero essere le iniziative più opportune in chiave europeista e per alleviare le sofferenze sociali?

«La gente chiede un segnale forte sulla lotta alla disoccupazione, a partire da quella giovanile. L’Ue ha già avviato la Youth Employment Initiative, ma è difficile trovare qualcuno che ne sappia qualcosa. E a ragione. Si mobiliteranno risorse per 6 miliardi di euro, una briciola rispetto al necessario. D’altra parte con un bilancio europeo pari a circa l’1% del Pil dell’Ue, non si può fare molto altro. L’Eurozona dovrebbe potersi indebitare per creare occupazione e opportunità di crescita e fronteggiare choc che colpiscono, incolpevolmente, solo alcuni suoi membri».

Franco Cattaneo

venerdì 2 maggio 2014

#M5S ed elezioni europee, burattini e burattinai

IL RISCHIO DELLE ELEZIONI EUROPEE  È CHE SI CONSEGNINO A GRILLO LE CHIAVI DELLA POLITICA ITALIANA

Non sarà sfuggito che la modalità con cui Beppe Grillo ha strutturato la sua campagna elettorale per le europee corre su un doppio binario. Da un lato, quello scontato della polemica anti-euro, finalizzato ad intercettare tutti gli italiani – e sono un numero crescente, purtroppo – che non avendo dalla politica nostrana analisi serie su come stanno veramente le cose, e tanto meno risposte ai mille problemi quotidiani, rivolgono i loro motivi di delusione e rabbia verso l’Europa, immaginando che tutti i mali discendano da Bruxelles e Francoforte, o da Berlino se – come ama far credere Berlusconi, non meno guitto del comico genovese – si riconduce ogni scelta europea a quei “maledetti dei tedeschi”. Naturalmente le cose non stanno così, o meglio stanno anche così ma in contesto molto più complesso delle semplificazioni propagandistiche, ma soprattutto non sono quelle sbandierate dai populisti nostrani, di uscire dall’euro o di mandare a quel paese l’Europa e le sue regole (per quanto rigide e spesso stupide), le ricette giuste per uscire dai guai.

L’altro binario su cui si muove il capo dei pentastellati, invece, è quello dell’attacco frontale alla sinistra. Con un linguaggio e degli argomenti (si fa per dire) che non hanno nulla da invidiare all’anticomunismo che per due decenni ha sciorinato Berlusconi. I suoi blitz a Piombino e Siena, nei giorni scorsi, ne sono piena testimonianza, e fanno pensare che Grillo intenda tagliare la strada a Renzi nella corsa al recupero dei voti moderati e qualunquisti che Forza Italia, giocoforza, perderà per strada.

Niente di granché sofisticato, anche se rimane il dubbio che la tattica elettorale, per quanto rudimentale, sia davvero farina del sacco dell’arruffapopoli – il che lascia aperta la domanda sull’eventuale burattinaio e la sua nazionalità – non fosse altro perché si ha l’impressione che essa si collochi nel quadro di una strategia politica, questa sì, meno primitiva e più strutturata. Infatti, è evidente che al di là delle percentuali, il 25 sera i 5stelle saranno i veri vincitori delle tornata elettorale se avranno conquistato in modo inoppugnabile il secondo posto scalzando Forza Italia (ovviamente, non ne parliamo se dovessero battere il Pd, ma questa, per fortuna, resta un’ipotesi remota). Certo, non tutti i risultati saranno uguali: un conto è, per ipotesi, che il Pd prenda il 35% e i 5stelle il 25%, un altro che quei dieci punti di differenza si riducano alla metà o ancor meno. Ma in tutti i casi la conseguenza politica sarà la stessa: per Renzi sarà difficile, per non dire impossibile, tenere a bada tutte le fibrillazioni che pulsano dentro il suo partito, e in particolare nei gruppi parlamentari (che, contrariamente ai ruoli apicali nel Pd e al governo, non sono di sua espressione). Finora lo ha potuto fare minacciando ogni due per tre di andare alle elezioni anticipate, così da spaventare chi sa bene che non sarà ricandidato o comunque sarà messo in condizione di non essere rieletto. Ma dopo le europee, se Grillo avrà tallonato Renzi e ridimensionato Berlusconi, delle due l’una: o si farà la riforma denominata “italicum” (ma non si capisce perché Berlusconi dovrebbe prestarsi a farla passare), e in questo caso il meccanismo di conteggio dei voti, pensato sì per far vincere il primo ma anche per avvantaggiare il secondo (il miglior perdente), non consegnerebbe un quadro politico basato sul patto Renzi-Berlusconi che è la seconda gamba (oltre quella dell’alleanza di governo) su cui si tiene in piedi Renzi, bensì sull’impossibile diarchia Renzi-Grillo; oppure si terrà buona la norma uscita dalla decisione con cui la Corte Costituzionale ha cancellato il “porcellum”, cioè un proporzionale senza condizionamenti, e allora Renzi, che sulla base dei risultati delle europee in un’eventuale elezione anticipata uscirebbe primo ma privo del premio di maggioranza che gli consegni il pallino in mano, sarebbe costretto a fare un governo con Berlusconi (quello con Grillo lo esclude il comico), finendo con lo spaccare il Pd in modo irrimediabile.

Si dirà: basta che Renzi non vada alle elezioni. Certo. Facile a dirsi, meno a farsi. Perché il presidente del Consiglio, uscito indebolito, ancorché primo, dal voto del 25 maggio, e dovendo dimostrare che non c’era bluff elettorale nelle sue mosse di governo di questi mesi – anche questa, cosa non facile – si ritroverà stretto in una morsa politica da cui non sarà per nulla facile divincolarsi. Perché nel frattempo i parlamentari del Pd si sono accorti che non possono essere minacciati più di tanto, come dimostra il caso del “decreto lavoro”, in cui, al di là delle modifiche introdotte, è stata voluta e ottenuta la sconfitta politica del governo. Prove generali di quel che accadrà? Una cosa è certa: Renzi si è fatto più prudente e, su consiglio di Napolitano, più incline alla mediazione. Ma siamo solo all’inizio.

Certo, tutto dipenderà dal voto. Formalmente si voterà per l’Europa e l’euro – e mai come questa volta ce n’è bisogno – ma il vero risvolto delle elezioni sarà nazionale. E dunque, almeno una cosa si può far discendere dalle valutazioni che vi abbiamo proposto: il burattino Grillo è una sciagura. Che, però, non si esorcizza inseguendolo sul suo terreno: quanto a populismo non lo batte nessuno, ormai nemmeno più l’inceronato Berlusconi. Questo, Renzi, bisogna che cominci a metterselo bene in testa.

Enrico Cisnetto
Terzarepubblica

venerdì 4 aprile 2014

Arrivano i nostri! La Bce si pappa i subprime delle banche

Effetto Draghi sui mercati europei Spread sotto i 160 punti. Borse in rialzo
La stampa tedesca: la Bce è pronta ad acquistare Bond dai privati per mille miliardi

Il piano del governatore: liquidità alle banche perché agevolino il credito alle imprese

Domenico Conti
L'Eco di Bergamo 5 aprile 2014

I tasselli si muovono già da un po’ e l’altroieri hanno cominciato a mettersi in fila. Il piano della Bce per sgombrare la strada dal rischio di una deflazione, frenare l’euro e riaccendere la ripresa passa dal credito alle imprese. Nonostante gli appelli (e gli appetiti) di molti governi per l’acquisto dei titoli di Stato da parte della Bce, il piano che Draghi sta facendo balenare dinanzi ai mercati, con una attenta strategia di comunicazione che già sta producendo effetti, è intervenire invece sui titoli privati. Con l’obiettivo di acquistare dalle banche prestiti a famiglie e imprese in modo da liberare credito per l’economia reale. E i mercati apprezzano: lo spread scende sotto i 160 punti, le Borse sono in rialzo (Piazza Affari + 0,8%)

Lo scenario futuro

Va in questo senso lo scenario, allo studio della Bce, di acquistare «bond» di cui riporta la Frankfurter Allgemeine Zeitung. E non è un caso che i mercati siano in trepidante attesa del rapporto targato Bce-Bank of England che verrà presentato al Fondo monetario internazionale (Fmi) per cambiare la regolamentazione internazionale sugli «Abs» (i titoli garantiti da prestiti e altri asset).

Il linguaggio cifrato di Draghi fa capire che la Bce potrà dispiegare in qualsiasi momento misure convenzionali, come un taglio dei tassi, e continuare a lavorare a interventi non convenzionali che potrebbero delinearsi chiaramente in estate. A Washington, alle riunioni fra l’11 e il 13 aprile, Draghi porterà una proposta di riforma degli Abs che ha pieno «status» europeo e si contrappone agli interessi americani: rivedere la normativa distinguendo fra gli Abs semplici (i «plain vanilla»), garantiti da un mutuo o un prestito a un’impresa, e quelli strutturati. I primi, meno rischiosi, con minor tasso di default, potrebbero così essere rilanciati in Europa dopo la gelata della crisi: le banche impacchettano prestiti ed emettono carta che, con le dovute garanzie, la Bce ricompra liberando credito per l’economia reale. Il nodo è che ne risentirebbe negativamente il mercato americano degli Mbs e dei più rischiosi titoli «strutturati», tornato ai grandi fasti dopo la crisi del 2007 che aveva gelato tutto.
Ecco dunque l’offensiva di Draghi a nome dell’Europa. Anche la frecciata di Draghi al Fondo monetario («dia consigli anche alla Federal reserve») potrebbe essere collegata al confronto con Washington.

Il risparmio gestito

E fra i veterani del mercato c’è chi fa notare che Blackrock, un pezzo da novanta sui titoli strutturati negli Usa, non a caso sta puntando somme ingenti in Italia: «Comprano i crediti e opereranno nel risparmio gestito, tra le banche e le assicurazioni». Un disegno che si articola nel corso dei prossimi mesi e che verrà dosato in modo da orientare i mercati nella direzione giusta. E che probabilmente non esclude affatto, ma anzi è il presupposto di un nuovo maxi prestito alle banche a fine anno in stile inglese. Studiato sì per rifinanziare i crediti in scadenza, ma questa volta con il vincolo che i soldi dovranno essere prestati. Per prestarli, le banche devono liberarsi prima dei crediti problematici che hanno in pancia: il compito spetta agli stress test e, in prospettiva, al nuovo arsenale cui lavora Draghi. E non solo da ora.

mercoledì 2 aprile 2014

Sovranità monetaria della liretta? Sì, da camerieri degli Stati Uniti



http://www.tubechop.com/watch/2469311

A La Gabbia, il talk politico condotto da Gianluigi Paragone, ricordo una vecchia intervista in cui Andreotti spiegava il concetto di sovranità monetaria italiana ai tempi della Lira...

lunedì 17 marzo 2014

Fabbrichetta Italia, perche' abbiamo sbagliato tutto

Illuminante articolo, consigliato soprattutto a quelli che prima non hanno capito il modello industriale vincente e ora danno la colpa all'Europa all'euro e alla Merkel.

Giovani non andate all’estero
E' una resa

Alberto Krali, L'Eco di Bergamo 17/03/14

L’attore Massimo Giannini consiglia ai suoi studenti di Cinecittà: se avete idee andate all’estero. No, sbagliato: se avete testa, restate. Andare via è sempre una sconfitta. Certo che è dura per i giovani con prospettive di lavoro quasi nulle. Ma il campo di battaglia è qui. Perché portare truppe giovani alla Signora Merkel? La Germania attrae gente di valore e impoverisce gli altri Paesi dell’euro. Cosa si fa, si sta al gioco o si reagisce? Ecco un’alzata di scudi di cui ha bisogno l’Italia. Dicono i nazionalisti dell’ultima ora: per la dignità nazionale, non per la sopravvivenza.

C’è una frase che da sola riassume il momento: rimboccarsi le maniche. Facile dire: la colpa è degli altri. E noi? Cerchiamo di rimediare agli errori fatti in vent’anni e poi potremo dire all’Europa: adesso la linea la dettiamo noi. Quali errori? Per esempio la convinzione che l’azienda, la fabbrichetta, è uno strumento per far soldi. É andata avanti così per anni quando erano le banche a rincorrere i clienti per concedere loro i crediti. Così i figli di contadini che avevano messo su un’officina, un laboratorio artigiano, di colpo si sono trovati a godere di quello che per secoli i loro avi avevano sognato: soldi in tasca. E hanno pensato bene di prendersi le soddisfazioni negate ai loro padri, ai loro nonni e bisavoli: fare il signore. Il Suv per la moglie, la vacanze negli alberghi alla moda, cafona o meno non conta, ma cara, tutte le ostentazioni che la provincia richiede per chi il benessere non lo conosce e fa fatica a venirne a capo. Insomma ce n’era per tutti tranne che per l’azienda. Investimenti ai minimi termini, convinti che bastasse lavorare e su questo non si scherza. Tutta la famiglia è mobilitata e non ci sono orari. La flessibilità è garantita, c’è una commessa urgente: si lavora la domenica, anche di notte.

Ecco il grande equivoco. Si è operato in tempi altamente tecnologici come se si fosse nei campi nel secolo scorso: primo, aver voglia di lavorare. E quando la scuola avrebbe dovuto mettere una pezza all’ignoranza diffusa, è successo proprio il contrario. Sono i genitori che impongono la nuova visione dl mondo, quella dove ai discenti tutto è dovuto e il sacrificio sono tenuti a farlo i professori. Insomma si rompe il fronte educativo unitario fra scuola e famiglia. Le basi etiche non vengono condivise, e scuola e famiglia non si capiscono. Morale: la scuola viene meno al suo dovere formativo e sforna una generazione alla quale non è stato insegnato che il bene pubblico è l’ancora di salvataggio di una comunità e che quindi gli interessi privati devono essere misurati sulla bussola dell’interesse collettivo.

L’evasione fiscale è figlia anche di questa ignoranza. Adesso non pagare le tasse è questione di sopravvivenza, ma il riflesso condizionato é sempre quello di Verga, scrittore siciliano dell’Ottocento: teniamoci la roba. Vanno oltre confine, prima era la Romania per i bassi salari, adesso è la Svizzera per le basse tasse. É la disperazione che li spinge, e poi la speranza di venirne fuori con la sola riduzione dei costi della manodopera e delle tasse. Ma non basta, ci vogliono cervelli, gente appunto che abbia idee.

Non si vende più quantità, quella la fanno i cinesi, ma qualità, cioè miglioramenti continui dei prodotti e innovazione. Ci vogliono soldi e idee. Le banche hanno chiuso gli sportelli del credito e i cervelli vanno via. Oggi con Renzi dalla Signora Merkel ci sarà l’Italia intera, anche quella che non vota per il partito del presidente del Consiglio. Il Paese è unito nel bisogno, deve esserlo anche nel dovere di venirne fuori da solo.

giovedì 30 gennaio 2014

Il decreto #Bankitalia? Una stampante per fregare l'#euro e i suoi trattati

La Banca d'Italia
Photo: WIkipedia
La rivalutazione delle quote Bankitalia che tanto ha inzibarrito i grillini in realtà (se la capissero) doverebbe piacergli un casino, a loro che son sovranisti anti euro per il ritorno alla lira stampa-stampa e al gettone telefonico.

Il meccanismo del decreto Bankitalia è una simil-stampante per fregare i trattati euro! Infatti con la rivalutazione a bilancio delle quote Bankitalia detenute dalle banche private (le ex "banche di interesse nazionale"), queste devono pagare le tasse sulla plusvalenza. Ma come faranno? Elementary, Watson:  rivendendo alla stessa Bankitalia le quote rivalutate eccedenti il 3% del capitale (tetto massimo stabilito dal decreto).

Quindi i soldini delle tasse che le banche devono pagare allo Stato ce li mette la stessa banca centrale italiana, ricomprando le sue quote dalle banche! E che soldi sono? Qualcuno parla delle riserve derivanti dal mitico signoraggio bancario (che finalmente vien buono). In altre parole, l'intera operazione è un colossale escamotage per far sì che Bankitalia immetta, indirettamente (attraverso un buy-back) ma concretamente, liquidità nelle casse piangenti dello Stato. Capito la stampante smart? Evidentemente nell'Euro si può stare in maniera creativa, anche un po' all'italiana...

Oops...ma non si doveva dire?!? ^_^

venerdì 24 gennaio 2014

#Draghi sta per far fuori le #banche ciofeca

Draghi: banche sotto esame, quelle deboli via dal mercato

Le «banche deboli europee dovrebbero uscire dal mercato». Così il presidente Bce Mario Draghi al quotidiano svizzero Neue Zuercher secondo cui questo è uno degli obiettivi dell’esame sul settore. «Stiamo prendendo la cosa molto seriamente. Nel caso dovesse emergere qualche debolezza, la metteremo in luce e prenderemo le appropriate contromisure».Il presidente della Banca centrale europea ribadisce come il denaro dei contribuenti «sarà utilizzato solo come ultima risorsa» nel caso di fallimenti delle banche.

Draghi rileva che «non si tratta di ottimismo, le nuove regole» europee, che non esistevano «quando la crisi è scoppiata», prevedono questo tipo di meccanismo. Al riguardo «c’è un impegno a livello di ministri delle Finanze e di capi di stato» che prevede il coinvolgimento dei creditori delle banche. Draghi ha tuttavia ribadito la necessità di lavorare ancora sul meccanismo europeo di risoluzione e sul fondo unico che sarà pienamente operativo solo fra 10 anni, «un tempo ovviamente troppo lungo».

martedì 3 dicembre 2013

#twitter: il fight club 2.0?

cyberbullismo che passione. mostrare i muscoli, o meglio i denti come fanno i cani prima di azzannarsi tra di loro, è sempre più in voga su twitter e piattaforme affini, infestate da squadre di cazzari devoti all'ultraviolenza verbale. purtroppo sui social si confonde la critica e anche la satira (che ci stanno tutte) con l'insulto e la minaccia. anzi non solo sui social, anche in tv e in ogni forma di comunicazione, politica e non. su twitter come citi temi come l'euro ad esempio o i no tav ti saltano addosso una dozzina di fake e troll. è una strategia scientifica, dietro c'è qualcuno pagato da qualcun altro per fare il cybersquadrista. il tutto porta ad una specie di fight club di dementi, bonificabile solo bannando i teppisti pixelati.
Fight Club [photo: My Bookshelf Review]

chi spende tempo e denaro per inquinare twitter ne ha evidentemente colto la potenza mediatica e la capacità di amplificare parole d'ordine politiche, meglio se estreme, strampalate, paradossali, complottarde ma ad effetto. anche su youtube i video più cliccati e commentati sono quelli sugli alieni che cospirano coi massoni per imporre il signoraggio diffondendo le scie chimiche. sui social si riversa una generazione di scontenti, disoccupati, rivoluzionari da tastiera, onanisti mentali e non, che usano il web come sfogatoio di massa.

va benissimo, intendiamoci, macché censura, tutto fa brodo, anything goes. il fenomeno è anzi parte integrante del fascino trash dei social network. cosa sarebbe twitter senza i flame dove poi tutti si bannano rabbiosamente a vicenda o youtube senza i video demenziali con migliaia di commenti dementi? però è sotto gli occhi di tutti l'impoverimento del dibattito, ridotto a tenzone di lepidezze (se va bene) o di insulti (quando degenera, cioè spesso). 

anche in tv ormai si parla come su twitter, con frasette acidelle e ad effetto. anche quando i tempi televisivi lo consentirebbero (tipo a "porta a porta") non serve argomentare la dimostrazione delle proprie ragioni, importa solo "fare la bella figura" con una battuta da retweet che lasci l'avversario senza parole, al tappeto. alla logica e alla dialettica si sostituisce la retorica gimnosofistica di chi oggi sostiene una tesi e domani la tesi opposta, senza alcuna onestà intellettuale, pur di portare acqua al suo mulino (esempio: "cipro e islanda, due pesi e due misure". ma ce ne son tanti altri). ormai si tuitta anche nella dialettica politica, renzi ad esempio ha successo perché è un grande battutista da 140 caratteri anche nelle sue infinite dichiarazioni tv. del politico si deve dire "che figo" più di "che bravo", lingua sciolta e battuta pronta valgono più di mille programmi di governo.

questo fenomeno di devoluzione della logica e demenzializzazione del dibattito politico-mediatico è destinato a radicalizzarsi sempre più. io che ho capito dove andiamo a finire mi sto preparando: famo a gara de rutti?!?





giovedì 31 ottobre 2013

√ #lagabbia l' #euro? un progetto marxiano lasciato a metà

euro sì euro no euro come? ecco il tormentone che fa da fil rouge prima a "l'ultima parola" e ora a "la gabbia", il talk show del mercoledì sera su la7, condotto dall'ereticale gianluigi paragone. unico contenitore di idee non allineate col mainstream, il programma accende i riflettori sul vero fulcro politico dell'italia attuale, ossia l'europa e la valuta unica, la BCE e il fondo salvastati: insomma è l'economia, baby. come nota lo stesso paragone, mentre i media mainstream ci bambocciavano con il cavaliere, ruby, i processi, la riforma silviana della giustizia, nonché le vicende di bossi e il suo trota, passava sotto silenzio il tema-macigno del secolo, quel trattato del fiscal compact che ci lega al carro europeo a prezzo di pesantissime manovre annuali per i prossimi 20 anni. misure draconiane per passare da cicale a formiche, misure che gli italiani avrebbero anche potuto accettare, se solo qualcuno si fosse degnato di spiegargliele e motivargliele.

il mio pensierino da bar sul progetto-euro è che si tratti di un disegno non marxista ma marxiano (nel senso non dei fratelli ma di carlo). l'idea che dalla struttura (economica) scaturisca la sovrastruttura (politica, sociale e culturale) rimanda a marx, o almeno al marx masticato dagli economisti che han dato un esame di storia delle dottrine economiche all'università. unifichiamo la moneta e da lì arriverà il single market europeo, dalla libera circolazione di cittadini, merci e servizi si giungerà alfine alla fusione dei popoli entro un'unica identità europea. dall'euro agli stati uniti d'europa insomma. il progetto è ambizioso e affascinante, ma troppo ingenuamente e scolasticamente marxiano: non basta (è sotto gli occhi di tutti) l'unità valutaria se non abbiamo una vera cabina di regia condivisa democraticamente che gestisca l'unificazione politica, legislativa, militare, fiscale del vecchio continente.

le attuali istituzioni europee sono a metà del guado e rappresentano l'unificazione peggiore, quella fatta a metà che lascia gli stati in concorrenza tra loro per attrarre investimenti in cambio di sgravi fiscali, e tutti i "vecchi" stati europei impegnati nel gioco del sospetto reciproco e dello scaricabarile delle responsabilità economiche e politiche che ci hanno portati all'attuale crisi dell'eurozona. a questo punto solo la condivisione di sovranità (non cessione come si dice riduttivamente, ma condivisione su un piano più alto) con la creazione di un vero super-stato federale europeo dotato di personalità giuridica e identità politica potrà salvarci dalla fusione fredda. cos'è la fusione fredda europea? è quella praticata dalle istituzioni finanziarie comunitarie come BCE e ESM (fondo salva-stati), importantissime ma prive di reale identità politica e dipendenti dalla continua, estenuante negoziazione tra i rappresentanti dei paesi membri. questa è la cessione (e non vera condivisione) di sovranità che non vogliamo, l'espropriazione strisciante del potere decisionale del popolo da parte degli eurogrigiocrati non eletti, che rispondono (forse) al potere politico che li ha nominati o ha influenzato la loro nomina, ma sono lontanissime dal popolo che manco conosce i loro nomi né tantomeno sa cosa combinano nelle loro austere stanze dei bottoni, salvo essere legato mani e piedi alle loro decisioni. europa, lasci o raddoppi?

domenica 7 luglio 2013

la #spendingreview e l'estinzione dei burosauri

Il mitico TPS aveva visto lungo
[photo: Ilpeggio]

UN SOLO OBIETTIVO RIDURRE LA SPESA

di  PINO ROMA
L'Eco di Bergamo 7/7/13

l livello raggiunto dal debito pubblico – oltre
2.000 miliardi di euro –
ci obbliga ad emettere
ogni anno 400 miliardi di titoli e a pagare 80 miliardi di
interessi. Tale obbligo è la
causa principale del permanere di una condizione di oppressione fiscale per le imprese, i lavoratori e le famiglie, ostacola enormemente la crescita e ci espone alla speculazione internazionale.

L’uscita dall’euro non servirebbe certamente ad alleggerirci da quest’obbligo, né sarebbe una soluzione salvifica quella di superare il principio del pareggio di bilancio. In presenza di un debito così elevato,
l’obiettivo primario rimane quello di ridurre sensibilmente la spesa, in particolare quella improduttiva, per rendere sostenibile il debito ed evitare che si avvii una spirale pericolosa dove a maggior debito corrispondono maggiori tensioni sul mercato e, soprattutto, minore crescita. Questo obiettivo fu posto in primo piano dal compianto ministro del Tesoro Tommaso Padoa Schioppa, che si propose di sostituire al sistema dei tagli lineari il metodo della spending review, con l’intento di realizzare tagli incisivi ma selettivi della spesa. Ciò non gli fu possibile per la breve durata di quel governo. Il ministro del Tesoro che gli successe, Giulio Tremonti, continuò nella prassi di contenere il debito attraverso tagli lineari, certamente di più agevole realizzazione anche se foriera di indubbie iniquità e di risultati modesti.

Con l’avvento del governo Monti, è stato approvato dal Parlamento un emendamento che ha fissato, finalmente, come obiettivo prioritario la realizzazione della spending review. Il compito è stato affidato ad un’apposita Commissione, presieduta da Enrico Bondi, che, fortemente ostacolata dalla burocrazia ministeriale, ha prodotto risultati modesti, realizzando risparmi di spesa per soli 5 miliardi di euro. Il neo ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, collega per molti anni in Banca d’Italia di Padoa Schioppa, ha riproposto, in una recente intervista al Corriere della Sera, l’esigenza imprescindibile di una nuova energica azione di spending review. A sollecitargliela sono: gli impegni presi per i pagamenti alle imprese da parte della Pubblica amministrazione; gli incentivi per le ristrutturazioni; la rata Imu non pagata; il mancato
aumento dell’Iva; i fondi per la Cassa integrazione in deroga e quelli anticipati alle Regioni; lo sblocco dei versamenti per i vari terremoti. Non solo, perché il ministro ha ancora affermato: «Vogliamo
rilanciare l’economia riducendo le tasse sul lavoro e sulle imprese. Non possiamo farlo aumentando
il debito, quindi dobbiamo ridurre la spesa corrente. Riconvocheremo il comitato interministeriale
per il controllo della spesa e avremo un commissario straordinario».

È certamente questa l’unica strada per fare uscire il Paese da una situazione che apre scenari sempre più drammatici. Ciò che c’è da fare lo sappiamo da tempo. Ci sono enti e uffici inutili da sopprimere e altri da rafforzare. Ci sono imprese pubbliche da privatizzare, ci sono spese ministeriali da
tagliare consistentemente e dotazioni ministeriali da rifinanziare, come quelle per l’istruzione, perché funzionali a generare sviluppo. Ci sono centri di ricerca da sostenere e molti altri da eliminare.
Ci sono università da chiudere ed alcune da potenziare. Lo stesso vale per tribunali ed ospedali, alcuni dei quali anche pericolosi per la salute dei cittadini. Occorre ridurre i trasferimenti a quegli enti (Regioni, Province, Comuni) che dissipano denaro pubblico, ma anche operare aumenti nelle dotazioni degli enti virtuosi.

Rispetto a tutto ciò, le continue contrapposizioni che ostacolano l’azione dell’attuale governo, che,
nonostante la larga maggioranza di cui dispone, vive una situazione di evidente precarietà, non lasciano spazio a ottimismi. Forse, il segnale più confortante registrato nei mesi scorsi è rappresentato dalla volontà del governo di rivedere e porre in discussione i rapporti tra politica e burocrazia.
Negli ultimi anni c’è stata una crescita abnorme del potere di strutture e di personaggi dell’alta burocrazia che sono nati nell’ombra della politica e hanno poi finito per condizionarla. Nella giusta direzione, quindi, va la decisione del governo di sostituire alla guida della Ragioneria Generale dello Stato Mario Canzio - definito il «signor no» e ritenuto l’unico vero interprete dei conti dello Stato - con Daniele Franco, proveniente dall’Ufficio Studi della Banca d’Italia. Sarebbe opportuno che a questa decisione seguisse anche l’avvicendamento dei massimi burocrati tra i vari ministeri, in modo da evitare l’accumulo di eccessivi poteri personali.

I responsabili politici dovrebbero ormai essersi resi conto che la gran parte dei cittadini è ben consapevole della necessità di scelte radicali e razionali in ogni comparto della spesa pubblica e sa bene che
dalla situazione di grave crisi che stiamo vivendo si può uscire solo con scelte coraggiose e ancorate
solo all’interesse generale.

sabato 22 giugno 2013

#giscard: la #crisi? l' #europa ne uscirà tra 10 anni


Giscard: una crisi pilotata
L’Europa ne uscirà tra 10 anni

«Bisogna ritrovare uno scopo, una direzione di marcia. Torni l’asse Parigi-Berlino
Dopo la Grecia potrebbero attaccare l’Italia e la Francia. Letta? Una buona scelta»
DI EMANUELE RONCALLI
Valéry Giscard d’Estaing (photo: hellenandchaos)

L'Eco di Bergamo, 22/06/13

Lo stile, impeccabile, è quello di sempre. Giacca slim, pantaloni a sigaretta che lo rendono
ancora più alto e regale. Ma è il
viso lungo, affilato, con quegli
occhi piccoli e il sorriso a labbra chiuse – quasi un marchio
di fabbrica – che pare intramontabile.
Valéry Giscard d’Estaing, 86
primavere, è sempre quello degli Anni Settanta, quando con
Helmut Schmidt (allora entrambi erano ministri delle Finanze) iniziò a parlare di unificazione monetaria europea.
Ma di lui molti ricordano l’entrata in scena come scalpitante presidente. Lo incontriamo alla Nunziatura apostolica di Francia, dove è stato invitato in occasione dello scoprimento di un busto di
Papa Giovanni, realizzato da Carlo Balljana, presente il nunzio monsignor Luigi Ventura, il
ministro degli Interni francese Manuel Valls, una delegazione bergamasca con l’arcivescovo
Gaetano Bonicelli, il nipote di Giovanni XXIII, Beltramino Roncalli, Emanuele Motta, Franco Ghilardi.
E Giscard d’Estaing appare subito disponibile a rispondere ad alcune domande sul Vecchio
Continente attanagliato da forti crisi.

Presidente, lei è pessimista o ottimista sul futuro dell’Europa?

«Non è questo il problema. Non è questione di essere pessimisti o ottimisti. Bisogna avere un obiettivo chiaro, una direzione chiara. L’Europa non può vivere alla giornata, anche con posizioni
contraddittorie e confuse, occorre avere una direzione forte o sale il malcontento della
gente, bisogna dire quale obiettivo ci poniamo e perseguirlo.
In poche parole in questo momento l’Europa soffre soprattutto
per non avere uno scopo».

Per la gente l’obiettivo è il lavoro
che sembra mancare ovunque.
«Questa è
una conseguenza.
Nessuno
ha deciso di ridurlo, è l’effetto
di una situazione generale.
Per raddrizzare questa situazione occorrerà una decina di
anni con politiche economiche e finanziarie europee».
Da dove nasce
questa crisi?
«La crisi è una
crisi bancaria.
Ma non dell’euro. Il lavoro delle banche è stato per alcuni
versi sregolato,
molto speculativo.
E come ho detto anche in altre occasioni,
il lavoro delle banche
americane
e delle “officines”
(società
segrete,
ndr) è stato quello
di organizzare la speculazione in Europa».
Un progetto, un’agenda pianificata ai danni dell’Europa?
«L’ho detto, parlando di una
mano anonima dei mercati con
l’obiettivo di portare a una demolizione controllata dell’euro: prima attacchiamo la Grecia, poi l’Italia e poi la Francia».
E per l’Italia cosa vede?
«Intanto vedo con positività la
Valéry Giscard d’Estaing mentre presiede la Convenzione europea L’ex presidente francese alla Nunziatura apostolica di Francia L’ex cancelliere Helmut Schmidt
scelta del vostro nuovo presidente del consiglio, Enrico Letta. Lui è giovane».
Veniamo all’asse franco-tedesco.
Lei ha incarnato con il cancelliere
Helmut Schmidt una delle coppie
mitiche degli anni d’oro delle relazioni tra Francia e Germania.
Cosa ricorda di quel periodo che
potrebbe essere applicato oggi fra
la Merkel e Hollande?
«Ne ho parlato pubblicamente
poche settimane fa. C’è molta
comunicazione, ma poco lavoro.
Helmut ed io avevamo fissato
una regola, alla quale ci siamo
tenuti durante i sette anni: e
cioè che mai una dichiarazione
dell’uno fosse diversa dell’altro.
Sarebbe un buon esempio su
cui tornare».
Tra Francia e Germania non corre
buon sangue?
«Parigi e Berlino dovrebbero
essere partner, non avversari,
l’antagonismo dà una brutta
immagine dei due Paesi che sono i principali in Europa.
Il mondo è cambiato, siamo già
troppo piccoli. Nel 2040 ci saranno nove miliardi di abitanti
nel mondo.
Né Francia né Germania rappresenteranno l’1% della popolazione globale.
Se questi due Paesi competono,
non ci sarà nessuna Europa, ma
ci sarà una raccolta di Stati.
Mentre si hanno grandi Paesi
come la Cina. Così l’Europa
sarà una sorta di frammentazione».
L’Europa è ancora un cantiere in
costruzione?
«Credo sia relativamente facile da fare, non senza però dare
un tempo ragionevole: il 2030.
Bisogna fissare un obiettivo
economico e sociale: avere la
stessa moneta, lo stesso equilibrio di bilancio e la stessa fiscalità, la stessa tassazione nei
prossimi quindici anni. E bisogna cominciare subito.
La fiscalità è considerata da
tutti come un attributo della
sovranità. Occorre ridurre le
differenze della fiscalità.
Chi sceglie l’integrazione deve
beneficiare di condizioni identiche in tutta la zona per il lavoro, l’investimento, la ricerca».
La gente è pronta al cambiamento?
«L’opinione pubblica sì, la politica no. E incapace di riformarsi, troppo numerosa. Abbiamo
più parlamentari rispetto agli
Stati Uniti. I tagli vanno fatti
anche qui».■

sabato 8 giugno 2013

#berlusconi, l' #euro e il bar sport #italia

il sogno inconfessabile di silvio
nel post I lirici dell'industria italiana abbiamo illustrato i danni che la liretta e il dumping della svalutazione competitiva hanno causato alla produzione italiana, troppo spesso sostenuta dall'esportazione di prodotti di modesta fattura, che ci ha relegato in un'eterna serie B manifatturiera. il tutto a danno delle eccellenze industriali nazionali, quelle che non hanno bisogno del cambio per esportare.

ora ci risiamo, e alla grande: la crisi turba (giustamente) le masse e chiama il suo capro espiatorio: colpa dell'euro che non ci consente di svalutare la liretta per esportare! del resto conoscete un esponente della classe dirigente italiota che abbia mai avuto il coraggio di ammettere le responsabilità sue e della casta? sempre meglio dar la colpa al #gombloddoh demoplutopippopaperino.

a due politici molto attenti alla pancia del "bar sport italia", due uomini di spettacolo come grillo e berlusconi, non è parso dunque il vero di poter ridurre tutto al derby calcistico italia/germania: tutta colpa di quella strunz della merkel! andiamo a battere i pugni sul tavolo in europa! anzi vai tu giovane letta, armiamoci e partite...

e così il nostro popolo di fantozzi, frittatona di cipolle birra gelata e rutto libero, si accomoda beato sul sofà sognando "italia/germania 4 a 3"; senza capire che è stato proprio chi propone quel modello autarchico e fumettistico, nazionalista e vagamente fascioide ("l'orgoglio della sovranità nazionale!")  la causa della deriva economica e politica della nazione.

sul tema ha parole chiare Alberto Krali nel suo fondo su L'Eco di Bergamo del 08/06/13:


SE L’EURO DIVENTA LA VITTIMA SACRIFICALE

Berlusconi ha lanciato la sfida: o il governo Merkel comprende le ragioni di Roma o l’Italia va per la sua strada. La Germania è sempre pronta a bacchettare gli altri, la tutela dei suoi interessi nazionali è intransigente. E per un Paese in recessione tragica come l’Italia è questo

un carico non più sopportabile. Questo è un tema caldo ed è evidente che se il capo del governo Enrico Letta dal vertice europeo del 27 e 28 giugno esce a mani vuote, nel Paese si scatenerà un moto di rabbia contro l’euro. 

Tutti i ceti sociali soffrono: dalle imprese ai lavoratori, l’Italia intera ribolle. Basta scorrere i giornali, o guardare i festival dell’economia. A Trento la manifestazione organizzata dal Sole 24Ore e dalla casa editrice Laterza suona: sovranità in conflitto; mille chilometri più a Sud, ai Dialoghi di Trani è emblematico il titolo: quo vadis Europa? Il politico Berlusconi ha alzato quindi le antenne e ha anticipato tutti nel dettare l’agenda politica. Ancora una volta i democratici si fanno sorprendere. Perdono così due occasioni: la prima è riprendere contatto con quegli elettori che la crisi la sentono e potrebbero riavvicinarsi al Pd, la seconda è togliere di mano all’ex capo del governo il pallino dell’euro.


La parola d’ordine è la crescita ma viene declinata in euro sì o euro no. Rai Radio3, che peraltro è vicina agli ambienti cosiddetti progressisti, sull’amletico quesito ci ha costruito una trasmissione: ma nel Pd sono troppo presi dalle loro beghe e non sentono gli umori neanche della piazza mediatica. Così nelle prossime settimane saremo presi tra i due fuochi di Grillo e Berlusconi, che sul rapporto viscerale con le folle hanno costruito le loro fortune politiche. L’ex comico con la proposta di un referendum sulla moneta unica ha trovato il classico

capro espiatorio sul quale scaricare tutte le colpe.
E l’ex capo del governo, resuscitato dopo le elezioni, ha esteso il concetto: la colpa è della Merkel.

Ma è proprio così? Spesso si dimentica che se il Paese in recessione, con i debiti che si ritrova, non avesse alla spalle la Banca centrale europea, sarebbe già affondato sui mercati internazionali. E poi non si dice che la svalutazione renderebbe più convenienti i prodotti italiani rispetto a quelli tedeschi ma non a quelli cinesi e asiatici. Erigere dazi doganali in difesa della produzione nazionale avrebbe come ripercussione la chiusura del mercato cinese all’industria italiana. E parliamo della nazione che ha il più grande numero di potenziali consumatori al mondo. E in crescita costante. Insomma non c’è partita. Ma è una questione di testa, non di pancia. 


Sono 31 infatti i miliardi di euro di cofinanziamento (dal Fondo europeo di sviluppo regionale e dal Fondo sociale europeo) che devono essere ancora spesi da qui al 2015, e che l’Italia per inefficienza non ha attivato. E che dire del 20% del Pil di economia sommersa ? E dei 60 miliardi di corruzione diffusa (dati della Corte dei Conti)? La vera misura di cui l’Italia ha bisogno è quello dell’osservanza della legge. L’euro ha fatto crescere i prezzi. E tutti si lamentano, giustamente. Ma si dà il caso che mentre da noi sono aumentati, sino

al doppio, in Francia ancora oggi nei negozi c’è il cartellino con l’equivalente in franchi. Così la gente fa i conti in rapporto al suo stipendio. Chi doveva controllare? Il governo. Allora Berlusconi e Tremonti non vollero inimicarsi i commercianti, che sono tanti e votano.

E poiché gli elettori hanno sempre ragione e i governanti pure, l’unico ad avere torto è la moneta unica. Tanto non può parlare.


ALBERTO KRALI

vedi anche 

#ultimaparola: uscire dall' #euro è la playstation degli accademici à la page? 

venerdì 7 giugno 2013

#ultimaparola: uscire dall' #euro è la playstation degli accademici à la page?


di nuovo ospite al tavolo del dibattito all'anteprima web de L'ultima parola condotta da giulia cazzaniga, mi confronto con il prof. antonio maria rinaldi, il più simpatico e disponibile dei "lirici". al min. 7:35 le mie 3 domande 3 sull'ipotesi accademica di uscita dall'euro e la sua impossibilità/contaddittorietà. son 3 domandine concrete che restan sempre senza risposta...

vedi anche

#berlusconi, l' #euro e il bar sport #italia

mercoledì 27 marzo 2013

#cipro e #islanda: 2 pesi e due misure


cipro, code al bancomat [photo: affaritaliani libero]
la vicenda delle banche cipriote ha colpito profondamente l'opinione pubblica europea. il fatto che il sistema bancario di un paese dell'Unione sia a rischio concreto di default e che addirittura le banche siano state chiuse d'imperio per una settimana genera timore che situazioni analoghe possano verificarsi anche in altri paesi dell'Eurozona. la soluzione individuata dal governo cipriota insieme alla Banca centrale europea è quella di una condivisione delle perdite: la BCE dà il suo contributo, mentre le banche a loro volta faranno la loro parte per contribuire al loro stesso salvataggio. come? mediante un prelievo straordinario, pare nella misura del 40 per cento, dai depositi dei correntisti per importi superiori al tetto di salvaguardia sociale di 100mila euro.

il principio che sta prevalendo nell'Unione europea è  un cambio di paradigma rispetto alla logica fin qui seguita. dall'idea di un salvataggio del sistema bancario europeo dal parte delle istituzioni comunitarie come Banca centrale europea e Fondo salvaStati al principio che ognuno deve salvarsi almeno in parte da solo.

quando la banca è in difficoltà i suoi salvatori debbono essere prima di tutto i suoi creditori, nell'ordine azionisti obbligazionisti e correntisti.

non dimentichiamo infatti che i depositi bancari sono crediti e quindi il correntista sceglie la banca a cui dare credito e se ne assume le responsabilità. insomma fatto salvo il tetto di salvaguardia sociale di 100mila euro (che a questo punto diventa davvero prezioso), se sbaglio a scegliere la banca poi sono cavoli miei. specialmente se ho scelto in base alla maggior remunerazione dei depositi: alta remunerazione che, come ben sappiamo, nella finanza fa da contrappeso ad un maggior rischio.

cos'è che fa un po' sorridere in questa drammatica vicenda? che i soliti euroscettici abbiano levato in coro la loro voce contro l'Europa matrigna, rea di aver abbandonato Cipro e le sue banche a se stesse. ma questo principio, che lo Stato non deve pagare per le banche e per i creditori delle banche con i soldi dei contribuenti, non era nuovo in Europa. dove l'abbiamo già sentito? ah sì, in occasione della crisi islandese del 2008.

solo che in quel caso gli stessi euroscettici plaudevano alla decisione islandese di non ripianare i conti in rosso delle banche, a scapito dei correntisti titolari dei depositi. fiumi di parole sull'eroismo del popolo sovrano islandese, che si era rivoltato contro l'egemonia delle banche cacciando addirittura i governanti in combutta con gli istituti di credito. l'eroico popolo islandese che aveva rifiutato le pretese dei correntisti delle banche, per lo più stranieri, rifiutando di pagare con le tasse i buchi degli istituti di credito.

insomma il principio che per l'Islanda era epico, e cioè che oltre ad azionisti e obbligazionisti sono anche i correntisti e depositanti ad assumersi il rischio d'impresa della banca se questa eventualmente va male, per Cipro diventa una sciagura totale. di più: viene additato come sintomo di eurocinismo.

strano questo doppio standard, questi due pesi e due misure. strano anche considerando un'altra analogia con il precedente islandese: anche nel caso delle banche cipriote, infatti, i maggiori correntisti e depositanti, ovvero quelli con i depositi sopra i 100 mila euro che verranno sforbiciati nell'azione di salvataggio bancario, sono in prevalenza stranieri, attirati anche dal privilegio storico di paradiso fiscale di Cipro.

quindi riepilogando: gli islandesi sono stati lodati per aver mandato a quel paese i  correntisti e depositanti olandesi inglesi e tedeschi; nel caso di Cipro invece si levano alti lai perché non vengono salvati al 100 per cento i depositi dei correntisti russi (inglesi, ecc.).

insomma gli stessi che dicono di mandare a quel paese le banche poi invocano il salvataggio pubblico delle banche. gli stessi che si scagliano contro i meccanismi di condivisione europea dei default bancari con intervento della Banca centrale europea e fondo salva stati ora imprecano contro la BCE, che pur non oppone il gran rifiuto islandese, ma pretende che le banche cipriote (ovvero i creditori delle banche e cioè azionisti obbligazionisti e correntisti) facciano la loro parte.

ma è chiaro: un conto è imprecare contro le banche al bar "Le manderei tutte fallite", un conto è accorgersi che il bancomat non caccia più i soldi.

la morale (pelosa e interessata) che vi consegno come agente immobiliare? facile: non tenete mai più di 100mila euro in depositi bancari, e se fossi in voi non mi fiderei troppo nemmeno dei titoli di Stato. comprate case, per abitarle o darle in affitto. l'economia di pietra ha sempre vinto sull'economia di carta. a maggior ragione in tempi di crisi.

*******
p.s.: dopo aver cominciato a parlare di cipro su twitter, ho ricevuto una simpatica minaccia di morte da parte di un sedicente mafioso russo, che vi riporto per conoscenza (morire per twitter è per me la più dolce delle morti, #sapevatelo):


Vlad YagodintsevVlad Yagodintsev ‏@VladYagodintse9h
Ancora una volta, vedo che si scrive merda. Potrai immediatamente morto. Nella tua stupida testa, il proiettile sarebbe.

martedì 26 marzo 2013

√ N'#euro: guerriglieri da tastiera contro il #gombloddoh euromassonico


  1. sto trovando insopportabile la violenza verbale dei grillini no #euro su #twitter e uso troll bombing. temo x terrorismo passo breve. 
  2. presentare dialettica su #euro come armageddon tra Bene (lira) e Male assoluto (€=malvagio&criminale) produrrà violenza fisica #sapevatelo
  3. attribuire a #euro la crisi industriale e occupazionale italiana produrrà violenza fisica dopo quella verbale. impossibile dibattito lucido
  4. su #euro la discussione è economica. economia non è scienza esatta. esistono varie scuole di pensiero. no a demonizzazione manichea.
  5. non funziona così, Bene vs Male: in economia esistono varie scuole di pensiero non c'è da una parte la Bibbia e dall'altra i manigoldi come dite voi
  6. logica delle #BR: il sistema imperialistico delle multinazionali ci opprime. noi buoni reagiamo con guerra santa e morti. logica torna su €?
  7. basta prendere i proclami delle #Br e dove c'è scritto sistema imperialistico delle multinazionali scrivere #euro
  8. la logica giacobina&rivoluzionaria porta a legittimare la violenza contro chi non la pensa come noi. occhio al dibattito su #euro
  9. logica rivoluzionaria: l'euro ci sta uccidendo tu sostieni l'euro tu ci stai uccidendo noi uccidiamo te cose già viste negli anni 70 ocio!
  10. parlare va benissimo. insultare e minacciare e sottoporre a social network mobbing chiunque non sia contro € (e quindi alfiere del Male Assoluto) porterà a violenza fisica
  11. livore dibattito pro/vs #euro nasce anche da assenza di cultura epistemologica degli economisti ognuno convinto di avere la verità rivelata
  12. terribile sospetto malizioso: e se gli infuocati giovani anti #euro fossero strumentalizzati in guerre accademiche tra economisti? :-)
  13. #euro fight club: teorie scientifiche sono falsificabili altrimenti non sono scientifiche. e l'economia non è nemmeno una scienza esatta
  14. dice il crociato anti euro: ma noi ci abbiamo i grafici! a parte che di grafici ce ne sono à la carte per ogni bisogna,  i dati si possono interpretare in tantissimi modi ovvero i fatti non si spiegano con una teoria sola
  15. ogni fatto si interpreta alla luce di una teoria e le teorie possono essere diverse questa è la base della #epistemologia
  16. i dati possono essere interpretati secondo una pluralità di teorie scientifiche non è vero che i dati parlino da soli
  17. consiglio agli economisti una robusta iniezione di filosofia della scienza: perché non rendere obbligatorio esame di epistemologia nei corsi di laurea in economia? del resto l'economia è nata come ramo applicativo della filosofia.
  18. consiglio di studiare la nozione di causazione e l'assioma di hume, il "post hoc sed non propter hoc": dal fatto che il fumo segua al fuoco non posso inferire il nesso causale tra fuoco e fumo. dal fatto che ora ci sta l'euro e  siamo in crisi, non posso inferire che la causa della crisi sia l'euro [ovviamente il discorso logico è molto + sofisticato, ma qui siamo al bar]
  19. altro consiglio: approfondire la teoria dei condizionali controfattuali. impossibile dimostrare "cosa sarebbe successo se" [se hitler avesse vinto la seconda mondiale, se l'euro non si fosse fatto, se mia nonna aveva le ruote]. croce riassumeva: "la storia non si fa coi se e coi ma".
  20. e per finire: enfasi su sovranità nazionale (ma de  che) è ricca di antichi echi e porterà a salti indietro nella autarchia anni trenta (segnatevelo)
  21. unica cosa gustosissima dei n'euro: non solo demonizzano (serissimi e senza un briciolo di autoironia, da veri rivoluzionari) chi non vuole il ritorno alla liretta, ma si son subito divisi in varie sette scismatiche che si sono prontamente scomunicate a vicenda, in un profluvio di odio teologico e reciproci anatemi e sfottò :-) 
  22. e ora trollatemi in massa: vi attendo a piè fermo con la risma di lirette che ho stampato stanotte in cantina :)
  23. aggiornamento del 11/11/13. twitter canta, e dimostra dove siamo arrivati con questa deriva anti euro. il tuittatore di mestiere fa il professore alla facoltà di economia dell'università di pescara, dedita alla lotta al PUDE ovvero "partito unico dell'euro": cioè tutti quelli che non la pensano come i pescaresi. ormai si usa un linguaggio da guerra civile, si parla di "collaborazionisti" e "venduti", e chissà mai che dalle parole dei guru qualche ggiovane infiammabile non passi ai fatti...sarebbe un gradito ritorno dei "cattivi maestri".

  1. Quando crollerà l'€ non ci saranno luoghi tanto lontani e sicuri per non poter riacchiappare tutti i collaborazionisti e venduti del PUDE


giovedì 21 marzo 2013

√ i Lirici dell'industria italiana

photo: adesso-online
le svalutazioni competitive della lira hanno impedito lo sviluppo tecnologico e qualitativo dell'industria italiana. se rispetto all'industria tedesca siamo (salvo un manipolo di eccellenze produttive) al terzo mondo lo dobbiamo a quel modello. con l'uso e abuso della svalutazione competitiva della lira abbiamo privilegiato produzioni di bassa qualità, che poi proprio in quanto tali son state delocalizzate. puoi anche rendere competitivo il prodotto con la svalutazione per esportarlo, ma se delocalizzi risparmi comunque sulla manodopera, ancorché sfruttata e non regolarizzata. 

ci siamo fregati da soli. prima campavamo facendo i cinesi d'europa, poi i cinesi (che sono sempre più cinesi di noi) ci hanno surclassato come quantitativi e prezzo. sulla bassa qualità non possiamo competere con gli orientali (cina, corea, india) se non delocalizzando a nostra volta nel terzo mondo o in est europa: e addio all'occupazione italiana. le poche aziende che hanno puntato sull'eccellenza del made in Italy (tipo la ferrari per intenderci) non hanno bisogno della svalutazione competitiva per esportare, e si guardano bene dallo spostare la produzione d'eccellenza fuori dall'italia: sanno che perderebbero in termini di qualità-prodotto e immagine-brand.

insomma la parabola è stata: dalla svalutazione alla esportazione dalla esportazione alla delocalizzazione dalla delocalizzazione alla disoccupazione. aggiungi che il sindacato dal dopoguerra ha difeso posti di lavoro inutili e scarsa produttività nella PA e nelle imprese pubbliche e para pubbliche, come dice il mio amico @cannedcat,  e hai il quadro completo dei nostri guai: recessione produttiva e debito pubblico alle stelle. e pensare che i Lirici rivorrebbero quel modello: svalutazione ciclica, debito pubblico, pasta al pomodoro e sigaretta all'orecchio. l'eterna italia dei ladri di biciclette?