mercoledì 8 ottobre 2014

Marchionne maestro nell'uso degli aiuti di Stato, di qua e di là dall'oceano



http://www.tubechop.com/watch/3706391

Nella puntata de La Gabbia del 5/10/14 Gianluigi Paragone modera il dibattito su Marchionne e il modello-Fiat. Intervengo per ricordare con quali soldi (pubblici) il manager eroe dei due mondi manda avanti la baracca, di qua e di là dall'oceano. All'ubiquo Mario Adinolfi che mi dà sulla voce preciso che gli aiuti di Stato americani sono serviti a salvare i posti di lavoro della Chrysler negli Usa, non certo quelli della Fiat in Italia che sono a rischio.

Ecco il mio live-tweeting dallo studio de La Gabbia (con una piccola spiegazione finale anche per l'On. Emanuele Fiano del Pd ospite in studio, anche lui alquanto fiatofilo):



sabato 4 ottobre 2014

RENZI, È VENUTO IL MOMENTO DI DARE UN SENSO AL SEMESTRE UE: RISCRIVERE TUTTE LE EURO-REGOLE

RENZI, È VENUTO IL MOMENTO
DI DARE UN SENSO AL SEMESTRE UE: RISCRIVERE TUTTE LE EURO-REGOLE

Il semestre europeo a guida italiana ha superato la metà della sua durata senza aver lasciato alcun segno. Né s’intravede all’orizzonte nulla che possa far pensare che nella seconda parte la musica cambi. Ma l’errore grave non è tanto quello di non saper bene cosa mettere in quella pentola, quanto di aver fatto inizialmente credere che ci avremmo cotto chissà quale piatto. La partita europea si gioca molto a Francoforte, poco a Bruxelles e niente nelle singole cancellerie, Berlino a parte. Dunque era non solo inutile, ma anche sbagliato, alimentare aspettative.

Tuttavia, ora si affaccia un’opportunità straordinaria per l’Italia, che Renzi dovrebbe cogliere al volo. Si tratta della finestra che la posizione italiana e francese sul deficit apre ad una riforma strutturale dei trattati europei, una riscrittura finalizzata a rimettere in moto l’arenato – ma sarebbe più giusto dire, mai partito – processo di integrazione politico-istituzionale ed economico-finanziaria dell’area euro. Attenzione, non si tratta di costituire improbabili cartelli mediterranei “espansivi” contro i maledetti “rigoristi” del Nord. Questa è una rappresentazione della crisi europea del tutto fantasiosa. È falsa non solo la contrapposizione Parigi-Berlino di cui si parla, ma anche solo la rottura del tradizionale asse franco-tedesco: basta pensare ai cambi voluti da Hollande nel governo, con l’estromissione degli anti-Merkel, o alla posizione di Moscovici, fino a ieri ministro che sosteneva più deficit e ora commissario Ue che chiede il rispetto dei vincoli di bilancio. È pure falsa l’idea che la stupidità – assolutamente conclamata – dei parametri europei, da quelli di Maastricht fino al “fiscal compact”, si combatta dando gas alla spesa pubblica corrente, come fin qui (e sono anni) hanno fatto i paesi “cicala”, Italia in testa. Ed è falsa la convinzione che in queste ore si sta diffondendo, secondo cui quella della Francia è una prova di forza muscolare, mentre è evidente che si tratta di una mossa di politica interna nel tentativo (disperato) di tagliare la strada all’ascesa della Le Pen all’Eliseo. Per carità, bene che riesca, ma se la destra populista e nazionalista è arrivata ad insidiare socialisti e gollisti è colpa di una politica che, tanto con Sarkozy quanto con Hollande, è stata fallimentare. E non per colpa della Germania.

Chi ci segue sa che la nostra è una posizione “liberal-keynesiana” – e non è un ossimoro, proprio perché non abbiano un approccio dogmatico – ma sa anche che abbiamo sempre sostenuto che non si poteva uscire con nuovi surplus di spesa pubblica dalla crisi causata da un eccesso di debito privato (la bolla immobiliare e finanziaria scoppiata nell’estate del 2007 negli Usa e trasferitasi immediatamente al sistema bancario mondiale) e tamponata con una moltiplicazione di debito pubblico (quello servito a immettere liquidità ed evitare il default creditizio). Comunque non facendo altra spesa corrente e non senza mettere al servizio di nuova spesa in conto capitale – gli investimenti pubblici, quelli sì che sono da fare – il patrimonio degli Stati, sottoponendoli così ad un sano dimagrimento (senza per questo sposare le tesi ultrà dello “Stato minimo”).

Dunque, evitiamo la puerile polemica anti-tedesca o non illudiamoci che domattina possa nascere l’asse Parigi-Roma. Anzi, i francesi ce li troveremo nemici sul vero terreno cui è necessario muoversi: unificare i debiti, trasformando quello medio dei paesi dell’eurozona (attualmente è circa il 90% del pil complessivo) nel debito dei nascenti Stati Uniti d’Europa. Sì, inevitabilmente ci dovranno essere tappe intermedie, ma nella direzione dell’integrazione occorre andare. Bisognava farlo già vent’anni fa all’inizio del processo di creazione dell’euro, tanto più occorre farlo ora se si vuole davvero salvare la moneta unica. Questo è il vero vulnus che mantiene i piedi d’argilla all’eurosistema, non il rigore – eccessivo, dogmatico quanto si vuole, ma almeno in parte necessario – predicato e praticato dalla Germania. Hai voglia ora di dire che la Merkel è cattiva perché vuole l’austerità e impertinente perché ci tratta come studenti a cui chiede di fare i compiti a casa. Hai voglia di evocare lo spettro della troika in nome della sovranità violata. Per sostenere certe tesi, anche quando sono giuste, occorre avere la necessaria credibilità, e Roma in questo difetta clamorosamente.

E allora, Renzi prenda la palla al balzo e predisponga nel tempo che ci separa dalla fine del semestre un road map per una nuova Europa. Si accusa la Merkel di essere una ragioniera? Bene, si dimostri di saper fare politica. Quella alta, con la P maiuscola. L’integrazione monetaria è monca senza quella politica, l’azione della Bce non è sufficiente a surrogare la mancanza di una politica economica comune. L’Europa rischia di affondare nel mare aperto della globalizzazione non (o non solo) per l’ottusità di politiche restrittive in una fase di stagnazione (per noi recessione) e deflazione, ma anche e soprattutto perché non esiste come soggetto unitario. Renzi, che ha il dono – fin troppo usato – di saper buttare il cuore oltre l’ostacolo, prenda un’iniziativa forte: convochi a Roma, nella sua veste di presidente di turno dell’Unione, i leader continentali che pesano e sparigli un gioco in cui rischiamo di finire stritolati prima di tutto gli italiani, ma con noi l’euro e l’Europa nel suo insieme. Se ci sei, batti un colpo, please.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica

                       
                       
                       


giovedì 2 ottobre 2014

Renzi governa con Berlusconi?



http://www.tubechop.com/watch/3676650

Nella puntata de La Gabbia del 28/09/14 il conduttore Gianluigi Paragone mi dà la parola, e dico che il re è nudo, e governa con Silvio...

lunedì 15 settembre 2014

Renzi: dimenticare Cernobbio

 MENTRE INFURIA LA GUERRA TRA I “POTERI DEBOLI” (ENI DOCET) NON BASTA ROTTAMARE CERNOBBIO  

TerzaRepubblica non ha mai creduto ai grandi complotti, e tantomeno ci crede ora che i poteri – tutti, da quelli politici e istituzionali a quelli economico-finanziari per finire con quelli mediatici – lungi dall’essere “forti”, come si insiste a definirli, sono debolissimi, anzi drammaticamente frantumati. Ergo, non crediamo che esista un gruppo di potere, e neppure un singolo “grande vecchio”, che stia organizzando in Italia chissà quali trame, come farebbe credere – anche grazie ad una sequenza temporale che effettivamente induce al sospetto – il combinato disposto tra le recenti inchieste giudiziarie (Eni), il brutale regolamento di conti ai piani alti di quel che resta del capitalismo italico e il repentino cambio di umore di alcuni media su Renzi e il suo governo.

Ma, allontanata l’ombra della dietrologia, rimane necessario analizzare il perché di certi accadimenti, e le loro correlazioni. Partiamo dalla notizia dell’inchiesta giudiziaria che coinvolge vecchi e nuovi amministratori dell’Eni per una fornitura nigeriana. Nonostante fosse cosa già nota, e senza minimamente sottolineare che l’Italia è l’unico paese al mondo in cui si perseguono come reati intermediazioni intercorse in transazioni internazionali che altrove vengono considerate di assoluta normalità, il Corriere della Sera giovedì ha sparato la vicenda in prima pagina. Ma con tutta evidenza, anche leggendo altri articoli il giorno dopo, nel mirino dello scoop (si fa per dire) non è l’Eni ma il presidente del Consiglio, accusato di aver agito con leggerezza al momento delle nomine fatte recentemente ai vertici delle più importanti società a partecipazione del Tesoro.

A parte due osservazioni a margine – perché il Corriere non l’ha detto subito, e perché, in un paese dove la magistratura è decisamente fallace dovremmo trarre deduzioni e conseguenze da un capo d’accusa e non da una sentenza – viene spontaneo associare questa scelta sia all’enfasi con cui si è dato conto delle ruvide dichiarazioni della Bce negli ultimi tempi, dalla “minaccia alla sovranità” al “dovete fare una manovra correttiva”, sia al taglio che gli editoriali del giornale del fu “salotto buono” hanno assunto da un po’ di tempo a questa parte, ultimo quello del duo Alesina-Giavazzi in cui si avvisa Renzi che gli è rimasto poche ore per dimostrare di essere capace di governare, altro che “mille giorni”. Insomma, viene il sospetto che dopo l’entusiastico sostegno iniziale al giovinotto di Firenze, ora si voglia fargli la pelle. Per carità, non saremo certo noi – che quando tutti suonavano la fanfara lo abbiamo criticato, pur costruttivamente – a negare che ci sia una lunga lista di doglianze da rivolgere a Renzi. Ma un conto è alimentare un confronto dialettico, altro è cecchinare. Renzi ha dunque fatto bene a difendere la nomina di Descalzi: così facendo ha difeso l’Eni e il suo management e ha difeso se stesso, ma soprattutto ha fatto capire che la magistratura non può diventare il filtro che seleziona la classe dirigente del paese, che abbia scientemente o meno questo obiettivo in testa.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica

mercoledì 13 agosto 2014

Tavecchio, le banane e i nuovi padroni del calcio

Il prossimo logo della Federazione Italiana Gioco Calcio?
[Photo: Globalist]
Immaginate un mondo dove i calciatori non sono asset delle squadre ma di fondi d'investimento, che comprano il loro cartellino. Immaginate un mondo dove i fondi d'invesitmento prestano i calciatori alle squadre perché questi si facciano le ossa in campo e diventino migliori, per valorizzare l'asset insomma. E le squadre sono ben felici di avere nella loro rosa un campione che non hanno dovuto comprare ma solo allenare e formare, oltre a pagargli lo stipendio. Immaginate che a quel punto siano felici anche le televisioni, che pagano alle squadre i diritti per la trasmissione delle partite. E immaginate un mondo in cui quando il fondo di investimento rivende il cartellino del calciatore (con ogni probabilità ad un altro fondo di investimento), una sostanziosa quota dell'affare (20-30 per cento) venga incamerata dalla squadra che ha fatto crescere il valore dell'asset, pardon del giocatore.

Ecco, se usate bene l'immaginazione capite che oltre le banane di Optì Pobà si apre un mondo nuovo, in cui soggetti patrimoniali esterni alle squadre determinano i destini del calcio (come del resto già accade ora col mondo sommerso delle partite truccate dalla criminalità organizzata italiana e internazionale che specula sulle scommesso). E capite come mai l'elezione del presidente Figc faccia oggi tanto scalpore. In gioco ci sono tanti tanti tanti soldi. E tutti sono contenti: fondi di investimento, squadre, Tv, calciatori a sontuoso stipendio. Fantascienza? Il sistema è tollerato dalla Fifa mentre non piace proprio per nulla alla Uefa, ma dal Brasile è stato già esportato in molti Paesi europei. E ora i fondi puntano al calcio italiano.

Tavecchio, che inizia la sua presidenza con la zavorra di un gaffe razzista fantozziana, è l'uomo debole che lascerà fare ai poteri forti, quindi l'uomo giusto al posto giusto al momento giusto?

Lo scopriremo solo mangiando (le banane).


sabato 19 luglio 2014

Renzi, quella tentazione elettorale

ECONOMIA, RIFORME, EUROPA
​TROPPE DIFFICOLTÀ, C’È IL RISCHIO
CHE RENZI VOGLIA RISOLVERE TUTTO ANDANDO ALLE ELEZIONI

Renzi è un politico che coniuga la capacità tattica, di cui è dotato in modo inversamente proporzionale a quella strategica, con la vocazione del giocatore di poker. Inoltre eredita un sistema politico che negli ultimi due decenni ha creato quella che potremmo definire una “democrazia declamatoria”, basata sulla negazione formale del potere – che ha cancellato il senso della responsabilità politica e creato forme di potere surrettizie quando non occulte – ed esclusivamente orientata alla ricerca e raccolta del consenso, e come tale produttrice di “non governo”. Inevitabilmente, il combinato disposto delle due cose spinge Renzi, il suo governo e l’embrione di sistema di potere che intorno a lui si sta coagulando a forzare la mano e i tempi di un cambiamento in sé salutare ma che richiede, per non essere solo distruttivo, di possedere una chiara visione di ciò che si vuole costruire in alternativa. Definire tutto ciò un attentato alla democrazia e attribuire a questo processo di trasformazione l’obiettivo di arrivare ad una dittatura, come una certo filone mediatico-intellettuale sta facendo, è un evidente forzatura, che tra l’altro finisce col rafforzare proprio chi s’intende combattere. Evidentemente il lupo perde il pelo ma non il vizio: lo si è fatto per anni puntando il dito accusatorio contro Berlusconi, e il risultato è stata benzina nel motore del Cavaliere e costruzione di processi giudiziari che, come dimostra l’assoluzione – ineccepibile – sul caso Ruby, non reggono alla prova della magistratura giudicante.

Dunque, sgombriamo il campo dalle sciocchezze, e parliamo di cose serie. Il vero tema è quello individuato negli ultimi giorni da un paio di articoli pregevoli di Galli Della Loggia e da uno non meno acuto di Salvati: di che pasta è fatto Renzi, cosa ha in testa e cosa serve al Paese in questa fase in cui si gioca tutto, sotto il profilo economico, della tenuta sociale, della modernizzazione istituzionale e amministrativa. Noi siamo convinti che si sia commesso l’errore di non dire la verità al Paese sulle sue reali condizioni di salute e che, di conseguenza, dopo aver evocato mille idee suggestive e usato la tattica di lanciare continuamente la palla in avanti senza badare a far goal, si voglia puntare alle elezioni anticipate nel più breve tempo possibile. Perché da un lato, il Renzi politico, a discapito del Renzi statista, vuole tradurre in forza parlamentare sua quel 41% che – inaspettatamente anche per lui – ha preso alle europee, e perché, dall’altro, il Renzi presidente del Consiglio vuole scavallare il 31 dicembre senza manovre correttive a suo carico ed evitando che le molte contraddizioni in cui il governo è caduto diventino palesi agli occhi dell’opinione pubblica. Anche qui, non c’è da scandalizzarsi se la dimensione mediatica prevale su quella programmatica – purtroppo, succede ormai stabilmente in tutte le democrazie occidentali, sempre più intrise di populismo e peronismo – ma certo non può essere l’unico faro che illumina l’azione del governo e l’unico metro di misura dei suoi risultati. È stato così con Berlusconi, e il disastro è sotto gli occhi di tutti. E, seppure con modalità meno sfacciate, è stato così anche negli anni del centro-sinistra, con l’aggravante che taluni obiettivi erano sbagliati in partenza e che alcune componenti della sua eterogenea maggioranza erano vocate solo all’opposizione quando non all’antagonismo duro e puro.

Ora, però, la somma tra scelte di politica economica di scarso respiro – i cui risultati sono misurabili con i numeri del pil, che definiscono una deludente “non ripresa” – l’affastellarsi di provvedimenti, spesso un po’ dilettanteschi nella loro formulazione, che sono andati a creare un micidiale “ingorgo legislativo” da cui non sarà facile uscire a discapito degli impegni presi (Senato, legge elettorale, titolo quinto della Costituzione, province, ecc.), e gli inciampi sul terreno europeo (“caso Mogherini” ma ancor di più “caso Letta”) che fanno significativamente scrivere di Renzi all’Economist “inexperience, improvisation and moments of vacuity”, sono macigni del cui peso il furbo e veloce presidente del Consiglio intende assolutamente liberarsi. E per farlo ci sono solo due modi: o cambiare registro, o approfittare degli errori altrui per imbastire una bella campagna elettorale in stile berlusconiano. Come? Vittimizzandosi. Se ci pensate, non gli sarebbe difficile. Primo: le opposizioni interne alle due maggioranze, quella sua (i ribelli del Pd) e quella rappresentata dal “patto di sindacato” neanche troppo occulto con Forza Italia (i malpancisti ostili a Verdini e al cerchio magico berlusconiano), lungi dal rappresentare un problema, gli consentono di dire agli italiani che così il Paese non si può governare e che devono dargli una maggioranza salda e tutta sua per poterlo finalmente fare. Secondo: l’ostilità sempre più evidente delle cancellerie europee sarà pure un fastidio al suo ego, ma consente a Renzi di raccontare ai suoi concittadini che quella egoista della Merkel e quei burocrati mangia pane a tradimento di Bruxelles e Strasburgo ci stanno affamando e che occorre dargli più forza per vincerli nella tenzone che contrappone i membri del club dell’euro. Terzo: se poi ripartisse, come non è da escludere, lo spread e la pressione speculativa sui nostri titoli di Stato, ecco un altro buon motivo per sollecitare il consenso di un Paese che avendo scelto – e qui sta il capolavoro politico-mediatico di Renzi di questi mesi – di avere fiducia pressochè cieca nell’unico soggetto rimasto sulla scena dopo la fine della Seconda Repubblica e il fallimento dei governi di transizione di Monti e Letta, non disposto così facilmente a disinnamorarsi. Solo che bisogna far presto. Se non capiamo male, fosse per lui urne anche subito. Ma tra semestre europeo e freno (sempre più allentato, però…) del Quirinale, la data più probabile è quella di marzo 2015. Domani, se ci pensate bene.

Certo, se Renzi imposta una campagna elettorale di stampo berlusconiano dopo essere stato a palazzo Chigi con modalità berlusconiane, può darsi che lui ne esca vincitore, ma di sicuro l’Italia ha tutto da perderci. Per questo speriamo – senza troppa convinzione, però – di sbagliarci.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica

sabato 21 giugno 2014

Grillo vuol fare il nuovo Ghino di Tacco?



http://www.tubechop.com/watch/3107991

La proposta di legge elettorale del Movimento 5 Stelle fa discutere, a La Gabbia del 18/06/14 esprimo il mio parere: si tratta di un modello proporzionale che ci riporterebbe indietro di 20 anni, con Grillo&Casaleggio nel ruolo di Ghino di Tacco che fu di Craxi, che con un partito di minoranza si poneva come ago della bilancia ricattando i partiti di maggioranza. Solo una legge elettorale maggioritaria ci salva da questo scenario che ben conosciamo, e ha bloccato per decenni la politica italiana.