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venerdì 30 maggio 2014

Il referendum sull' #euro? C'è già stato e ha vinto #Renzi



http://www.tubechop.com/watch/2951157

A La Gabbia del 28/05/14 tanto per cambiare si parla di Euro. Il conduttore Gianluigi Paragone mi dà la parola e faccio una breve riflessione sulle elezioni europee, che in Italia si sono risolte in un plebiscito pro-euro e pro-Europa. Vittorio Sgarbi e Matteo Salvini ascoltano, Michele Emiliano e Mario Adinolfi concordano.

sabato 10 maggio 2014

Manette e ripresa

LE INCHIESTE GIUDIZIARIE,
LA RIPRESA CHE RESTA UNA CHIMERA,LE LACERAZIONI DELLA SINISTRA: TUTTA ACQUA AL MULINO DI GRILLO

Speriamo di sbagliare, ma coltiviamo il timore – e non da oggi – che le elezioni europee siano uno tsunami. Avendo avuto il sopravvento il populismo, e pure di grana grossa, era inevitabile che con il passare dei giorni a godere del vantaggio di un clima di tensione emotiva fossero coloro che più e meglio fanno leva sull’indignazione degli italiani. Grillo in testa, ovviamente, ma anche la Lega che tenta di rigenerarsi sposando la linea anti-euro. Ma se questa era la tendenza già in atto, ora, però, anche i fatti vanno in soccorso del populismo radicale, regalandogli occasioni di acquisizione di consenso insperate.

Ci riferiamo alla nuova ondata di arresti che, come goccia che fa traboccare il vaso, rappresenta in sé, senza neppure indurre ad entrare nel merito di ciascuna inchiesta e dei loro reali fondamenti, appare agli occhi dei cittadini a dir poco devastante. Ma ci riferiamo anche alle notizie, per quanto passate in secondo piano, che certificano che – come ha scritto TerzaRepubblica in tempi non sospetti, anche a costo di beccarsi l’accusa di menar gramo – la ripresa non c’è e che non si vedono i presupposti perché, almeno per quest’anno, ci sia. Come pure ci riferiamo alle sempiterne contorsioni della sinistra che, in tempi di crisi della destra e scarsa rilevanza del centro, rappresentano un ulteriore vantaggio offerto alla marea montante dell’antipolitica.

Vediamo i tre regali a Grillo con maggiore dettaglio. Partendo dalla “nuova Tangentopoli”, l’ennesima. Il paragone regge fino a un certo punto, anche perché quella di oltre vent’anni fa era un’ondata di fango che sommergeva i partiti, qui invece si tratta di vicende legate alle persone. Ma soprattutto, ciò che rende diverso l’oggi è la magistratura. Non perché siano cambiati i metodi – anzi – ma perché nel 1992 una procura, quella di Milano, prese la leadership del mondo togato dando l’impressione all’opinione pubblica di essere un contro-potere organizzato, mentre ora è proprio quella stessa procura a simboleggiare – caso Robledo, ma non solo – le spinte centrifughe che attraversano la magistratura, in una sorta di “tutti contro tutti” lacerante. Tuttavia, proprio questa confusione accresce gli effetti deflagranti delle inchieste in corso, rendendole potenzialmente capaci di assestare un colpo mortale ad una classe politica acerba e ancora in cerca di legittimazione. A tutto vantaggio di chi – Grillo – è nella condizione naturale di cavalcare l’ennesima ondata di indignazione. Anzi, Grillo non dovrà nemmeno scomodarsi troppo, perché i frutti cadranno direttamente nel suo prato. E a tutto svantaggio di chi – Renzi – dovrà scegliere se alzare il tono contro la “vecchia politica”, finendo per pagarne le conseguenze in parlamento (ricordiamoci che le europee non ne modificheranno gli assetti), oppure se pagare il fio elettorale per evitare di alzare troppo i toni della polemica politica.

Il fatto è che questo stesso schema – Grillo che sale, Renzi che scende – rischia di ripetersi per effetto delle notizie che arrivano dal fronte economico. Il calo della produzione industriale di marzo, che porta ad un miserabile +0,1% il risultato del trimestre, smentisce infatti tutte le previsioni, anche le più prudenti, andando a consolidare l’idea che, contrariamente a quanto detto dal governo, la ripresa è di là da venire. La qual cosa diventa un assist per Grillo e un boomerang per Renzi non tanto e non solo perché con questi dati non c’è che da attendersi un rialzo del pil modesto per il 2014 – non è un caso che l’Ocse abbia appena licenziato la previsione di una crescita di mezzo punto contro il +0,8% del governo (lo scarto è di oltre un terzo) – quanto perché non sarà difficile propinare all’opinione pubblica l’equazione “Renzi è uguale agli altri, promette ma non mantiene”.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica

venerdì 2 maggio 2014

#M5S ed elezioni europee, burattini e burattinai

IL RISCHIO DELLE ELEZIONI EUROPEE  È CHE SI CONSEGNINO A GRILLO LE CHIAVI DELLA POLITICA ITALIANA

Non sarà sfuggito che la modalità con cui Beppe Grillo ha strutturato la sua campagna elettorale per le europee corre su un doppio binario. Da un lato, quello scontato della polemica anti-euro, finalizzato ad intercettare tutti gli italiani – e sono un numero crescente, purtroppo – che non avendo dalla politica nostrana analisi serie su come stanno veramente le cose, e tanto meno risposte ai mille problemi quotidiani, rivolgono i loro motivi di delusione e rabbia verso l’Europa, immaginando che tutti i mali discendano da Bruxelles e Francoforte, o da Berlino se – come ama far credere Berlusconi, non meno guitto del comico genovese – si riconduce ogni scelta europea a quei “maledetti dei tedeschi”. Naturalmente le cose non stanno così, o meglio stanno anche così ma in contesto molto più complesso delle semplificazioni propagandistiche, ma soprattutto non sono quelle sbandierate dai populisti nostrani, di uscire dall’euro o di mandare a quel paese l’Europa e le sue regole (per quanto rigide e spesso stupide), le ricette giuste per uscire dai guai.

L’altro binario su cui si muove il capo dei pentastellati, invece, è quello dell’attacco frontale alla sinistra. Con un linguaggio e degli argomenti (si fa per dire) che non hanno nulla da invidiare all’anticomunismo che per due decenni ha sciorinato Berlusconi. I suoi blitz a Piombino e Siena, nei giorni scorsi, ne sono piena testimonianza, e fanno pensare che Grillo intenda tagliare la strada a Renzi nella corsa al recupero dei voti moderati e qualunquisti che Forza Italia, giocoforza, perderà per strada.

Niente di granché sofisticato, anche se rimane il dubbio che la tattica elettorale, per quanto rudimentale, sia davvero farina del sacco dell’arruffapopoli – il che lascia aperta la domanda sull’eventuale burattinaio e la sua nazionalità – non fosse altro perché si ha l’impressione che essa si collochi nel quadro di una strategia politica, questa sì, meno primitiva e più strutturata. Infatti, è evidente che al di là delle percentuali, il 25 sera i 5stelle saranno i veri vincitori delle tornata elettorale se avranno conquistato in modo inoppugnabile il secondo posto scalzando Forza Italia (ovviamente, non ne parliamo se dovessero battere il Pd, ma questa, per fortuna, resta un’ipotesi remota). Certo, non tutti i risultati saranno uguali: un conto è, per ipotesi, che il Pd prenda il 35% e i 5stelle il 25%, un altro che quei dieci punti di differenza si riducano alla metà o ancor meno. Ma in tutti i casi la conseguenza politica sarà la stessa: per Renzi sarà difficile, per non dire impossibile, tenere a bada tutte le fibrillazioni che pulsano dentro il suo partito, e in particolare nei gruppi parlamentari (che, contrariamente ai ruoli apicali nel Pd e al governo, non sono di sua espressione). Finora lo ha potuto fare minacciando ogni due per tre di andare alle elezioni anticipate, così da spaventare chi sa bene che non sarà ricandidato o comunque sarà messo in condizione di non essere rieletto. Ma dopo le europee, se Grillo avrà tallonato Renzi e ridimensionato Berlusconi, delle due l’una: o si farà la riforma denominata “italicum” (ma non si capisce perché Berlusconi dovrebbe prestarsi a farla passare), e in questo caso il meccanismo di conteggio dei voti, pensato sì per far vincere il primo ma anche per avvantaggiare il secondo (il miglior perdente), non consegnerebbe un quadro politico basato sul patto Renzi-Berlusconi che è la seconda gamba (oltre quella dell’alleanza di governo) su cui si tiene in piedi Renzi, bensì sull’impossibile diarchia Renzi-Grillo; oppure si terrà buona la norma uscita dalla decisione con cui la Corte Costituzionale ha cancellato il “porcellum”, cioè un proporzionale senza condizionamenti, e allora Renzi, che sulla base dei risultati delle europee in un’eventuale elezione anticipata uscirebbe primo ma privo del premio di maggioranza che gli consegni il pallino in mano, sarebbe costretto a fare un governo con Berlusconi (quello con Grillo lo esclude il comico), finendo con lo spaccare il Pd in modo irrimediabile.

Si dirà: basta che Renzi non vada alle elezioni. Certo. Facile a dirsi, meno a farsi. Perché il presidente del Consiglio, uscito indebolito, ancorché primo, dal voto del 25 maggio, e dovendo dimostrare che non c’era bluff elettorale nelle sue mosse di governo di questi mesi – anche questa, cosa non facile – si ritroverà stretto in una morsa politica da cui non sarà per nulla facile divincolarsi. Perché nel frattempo i parlamentari del Pd si sono accorti che non possono essere minacciati più di tanto, come dimostra il caso del “decreto lavoro”, in cui, al di là delle modifiche introdotte, è stata voluta e ottenuta la sconfitta politica del governo. Prove generali di quel che accadrà? Una cosa è certa: Renzi si è fatto più prudente e, su consiglio di Napolitano, più incline alla mediazione. Ma siamo solo all’inizio.

Certo, tutto dipenderà dal voto. Formalmente si voterà per l’Europa e l’euro – e mai come questa volta ce n’è bisogno – ma il vero risvolto delle elezioni sarà nazionale. E dunque, almeno una cosa si può far discendere dalle valutazioni che vi abbiamo proposto: il burattino Grillo è una sciagura. Che, però, non si esorcizza inseguendolo sul suo terreno: quanto a populismo non lo batte nessuno, ormai nemmeno più l’inceronato Berlusconi. Questo, Renzi, bisogna che cominci a metterselo bene in testa.

Enrico Cisnetto
Terzarepubblica

martedì 24 dicembre 2013

i #marò? con l'arbitrato #ONU sarebbero a casa da mesi. parola di giulio #terzi

Giulio Terzi si dimette da Ministro degli Esteri, Camera dei Deputati, 26/03/13
Photo: AdnKronos
«Con l’arbitrato
i due marò sarebbero
a casa già da mesi»

DI SUSANNA PESENTI
L'Eco di Bergamo, 24/12/13

L’ex ministro Giulio Terzi torna sul caso dei militari bloccati in India:
«Scelta una via errata, dando per scontate garanzie mai ottenute».
Il pensiero a padre Dall’Oglio e a Lo Porto, ancora sotto sequestro

Nella sua casa romana, il
pensiero di Natale di
Giulio Terzi, ex ministro
e ambasciatore,
«va ai nostri connazionali in pericolo,
speriamo non di vita. Di
loro non abbiamo notizie da
troppi mesi e non sappiamo
quanto spazio di negoziazione
vi sia. Penso a padre Paolo Dall’Oglio,
grande figura di religioso,
stimato in tutto il Medio
Oriente per le realtà di dialogo
create in Siria, e per la voce alzata
per i diritti della persona fin
dall’inizio della repressione di
Assad. Lo conobbi alla Farnesina
e ne rimasi molto colpito per
la fede e la cultura. Credo che
molte preghiere si leveranno
per lui in questi giorni. L’altro
caso non risolto è quello di Giovanni
Lo Porto, sequestrato in
Pakistan due anni fa. Anche per
lui si sono attivate tutte le reti
possibili».

Ma il tempo passa...
«In questi casi si può valutare
solo conoscendo in dettaglio e
in tempo reale gli andamenti
delle trattative. E in situazioni
così delicate, chi opera deve
mantenere il silenzio. In difficoltà
ci sono anche tremila italiani
detenuti all’estero, assistiti
per quanto possibile dalla nostra
rete consolare».

Ha in mente casi particolari?
«Ci sono connazionali finiti in
carcere dopo processi non limpidi,
che meriterebbero una revisione.
Un caso di palese iniquità
del processo, violazione
della convenzione di Vienna
sull’assistenza consolare, scarsa
trasparenza degli organi giudicanti,
incapacità di produrre
prove informate è quello ad
esempio di Chico Forti, che per
una serie incredibile di circostanze
è stato condannato all’ergastolo
e ha già scontato 14 anni
in un carcere della Florida. C’è
una mobilitazione in atto, che
prende forza anche dalla pubblicazione
di un libro documentatissimo
della criminologa Roberta
Bruzzone,”Il grande abbaglio”,
ma occorre anche continuare
la presa in carico politica
».

E poi ci sono i marò, che campeggia-
no sulla sua pagina di Facebook e
per i quali chiede, attraverso la Re-
te, auguri virtuali.
«Sul blog da sempre tengo vivo
il tema, anche se non è l’unico
di cui mi occupo. Questo thread
riservato alla catena degli auguri
in pochi giorni ha già raccolto
11 mila “mi piace”, 200 mila persone
hanno visto il singolo post,
abbiamo registrato oltre 4.000
condivisioni su bacheche di altri
e i commenti sono alcune centinaia.
Sono stato fin troppo
“identificato” con questa vicenda,
ma ripeto che non solo li
hanno rimandati in India, illegittimamente
per l’ordinamento
italiano, per affrontare un’indagine
politicizzata al massimo
nel contesto preelettorale di
quel Paese e per essere sottoposti
a una Corte speciale di cui
sappiamo poco. Mese dopo mese,
si conferma che nessuna delle
ferme garanzie che dovevano
essere ottenute dagli indiani
prima di quella avventata “riconsegna”,
non è mai stata ottenuta,
e neanche negoziata».

Ma quando li hanno rimandati, co-
me dice, lei era ministro degli Esteri.
«Infatti è stato un errore, io ero
contrario, e come è finita lo sanno
tutti. Perché, da marzo, la
linea è stata: “Affidiamoci alla
giustizia indiana, confidiamo
sulla loro comprensione”? Per
dimostrare ”continuità” ed evitare
di riconoscere quel drammatico
errore commesso su impulso
di chi era coinvolto soprattutto
nell’aspetto economico
della questione. E si é lasciata
perdere la strada maestra dell’arbitrato
internazionale obbligatorio».

Perché ritiene che l’arbitrato sareb-
be stata la scelta migliore?
«Scegliendo l’arbitrato internazionale,
i nostri due uomini sarebbero
tornati a casa da mesi,
e avremmo ottenuto da un’autorità
giudicante Onu una decisione
sull’intera questione».

E i rapporti con l’India?
«Sarebbe stata un’opzione infinitamente
migliore, anche per
il mantenimento di buoni rapporti
con l’India. E rinunciamo
all’azione internazionale, suggerita
dai giuristi di mezzo mondo
per il timore che il solo fatto
di adire la Corte di arbitrato obbligatorio
possa rendere più spigolosi
gli acquirenti indiani di
materiali per la Difesa».

Sta dicendo che per non perdere
l’affare, lasciamo perdere gli uomi-
ni?
«Non esistono precedenti di Paesi
che non solo non agiscono di
fatto, ma che non agiscono neppure
in via di diritto, per la tutela
della propria sovranità e le Forze
armate ne sono espressione.
L’Italia ha ricorso in decine di
casi, negli ultimi anni, in sede
internazionale, anche per casi
assai meno rilevanti, senza che
i rapporti con i Paesi oggetto
della controversia ne risentissero».

Italiani all’estero: sembra stia tor-
nando un’epoca di emigrazione. Co-
me vede la situazione?
«C’è una generazione che prima
è andata all’estero da studente,
ora va in cerca di lavoro. E non
riguarda più solo il comparto
scientifico, ma tocca ormai tutti
i mestieri. Andare apre nuove
opportunità, ma queste energie
devono restare in contatto con
l’Italia, non essere perdute. Per
questo una rete diplomatica di
assistenza forte è importante».

Lei continua a essere attento osser-
vatore della realtà internazionale,
atlantica ed europea, in rapporto
all’Italia. Come vede il momento?
«Non bello. La tempesta sull’uso
dei dati informatici non è finita,
la cascata di informazioni continuerà,
il disegno è preordinato
e concordato per indebolire la
capacità di Intelligence e creare
difficoltà nell’alleanza atlantica.
Si stanno chiarendo ruolo e a
responsabilità di certi Paesi insulari.
Occorre collaborazione
e chiarezza riguardo agli obiettivi
dell’attività di Intelligence:
antiterrorismo, sicurezza, difesa,
senza sconfinare nella competizione
industriale. L’Italia
deve fare attenzione che certe
ferme prese di posizione di Berlino
e Parigi non preludano ad
accordi che taglino fuori l’Italia.
Dobbiamo essere inclusi nei
gruppi ristretti di concertazione.
Sempre per la nostra sicurezza,
potremmo essere anche
meno timidi nel proporci come
guida nelle missioni internazionali.
Infine, in Europa abbiamo
bisogno di più equilibrio e meno
Germania. Guardiamo all’Unione
bancaria, due anni che se ne
parla, la Germania sembrava
convinta. Adesso scopriamo che
il monitoraggio delle banche sistemiche
europee è stato comunitarizzato,
ma l’eventuale salvataggio
delle banche è lasciato
al livello nazionale. La soluzione
concordata per l’Unione bancaria
è di sicuro un passo avanti
per la capacità di sorveglianza
della Bce sulle banche sistemiche
e consente di prevenire crisi
improvvise e inattese, anche se
bisognerà vedere come risponderanno
i mercati a un sistema
molto complicato in un campo
dove le decisioni operative devono
essere immediate per essere
efficaci. Tuttavia c’è un notevole
“problema politico” nell’accordo:
gli squilibri di fondo
determinati dal prevalere della
Germania nelle decisioni a Bruxelles
hanno fatto sì che a una
comunitarizzazione del sistema
di sorveglianza non corrisponda,
come ci aspettavamo e come
doveva essere, la comunitarizzazione
degli oneri finanziari
per eventuali salvataggi di banche
in crisi. Questi ultimi restano
a carico di azionisti, creditori
e governi nazionali. Sempre la
stessa logica, quindi, che non fa
che alimentare risentimenti antieuropei,
e critiche a Berlino,
anche eccessive, di indifferenza
e scarsa solidarietà. Non bene,
per le prossime elezioni europee.
E l’allentamento dell’austerità
adesso sarebbe condizionato
ad accordi-Paese specifici
che, in realtà, sono riforme già
implicite nel fiscal compact. Come
Italia, in questo contesto,
sarà meglio sbrigarsi con le riforme».

A proposito di elezioni europee,
Giulio Terzi si candida?
«È Natale, ora facciamoci gli auguri».