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sabato 11 ottobre 2014

Pd stai sereno, ci pensa Renzi

È VENUTO IL MOMENTO
DI “ROTTAMARE” IL PD
ULTIMO BALUARDO
DEL VECCHIO SISTEMA

 Sull’articolo 18 le componenti del Pd ostili a Renzi hanno tirato la corda ma non fino al punto di romperla. Tardi, ma appena in tempo, si sono accorte che a strappare gli avrebbero fatto un piacere grande come una casa. Ma cosa faranno di fronte alle prossime provocazioni – che, statene certi, arriveranno presto e ancora più forti – del premier? Se, per esempio, il governo proponesse l’invio di un paio di Tornado a far la guerra all’Isis, resisterebbero alla tentazione di far scoppiare una rissa parlamentare che potrebbe anche avere come esito quello che stavolta è stato evitato?

A noi i partiti liquidi non piacciono, ma veder liquefare il Pd ci piace, e molto. Ma come, si dirà, siete contro i “non partiti” e poi volete che si dissolva l’unico soggetto politico che ha le caratteristiche del partito di massa, o comunque che ne ha conservato le sembianze? No, non c’è contraddizione. Intanto perché il Pd partito vero non lo è mai stato. Ricordate il momento della fondazione nell’ottobre del 2007? Veltroni fu eletto segretario non dal congresso ma dall’assemblea costituente del Pd, un organismo, composto da 2.858 persone, figlio delle nomenclature di Ds e Margherita. E sapete quando si tenne la prima assise congressuale, chiamata chissà perché “convenzione”? Due anni dopo, l’11 ottobre 2009, quando Veltroni si era già dimesso, sostituito da Franceschini, e il governo Prodi era caduto. Nel frattempo hanno inventato le primarie aperte a chiunque, che significa azzerare – anzi, mortificare – il ruolo dei tesserati. E un partito senza iscritti non è un partito. Non è un caso se in coincidenza con il quasi 41% delle europee, cioè il miglior risultato elettorale mai conseguito dalla sinistra (pur in percentuale e non in numero assoluto di voti), si registra il numero minimo di aderenti (100 mila contro il mezzo milione della segreteria Bersani).

Il secondo motivo per cui siamo spettatori plaudenti della parabola “morente” del Pd – sì, è una parola forte, ma la usiamo a ragion veduta – è perché esso contiene ancora tutte le ambiguità insite nel claudicante processo di trasformazione del Pci – che non ha mai metabolizzato fino in fondo il comunismo, tant’è che dovette aspettarne la formale caduta a Berlino come a Mosca per distaccarsene – cui si sono aggiunte le fragilità culturali e politiche della sinistra cattolica e la marginalità delle componenti laiche. Chiudere con il passato in modo definitivo, dunque, gioverebbe alla stessa sinistra, che potrebbe rinascere su basi più moderne.

Infine c’è un terzo motivo per cui guardiamo a quel che accade dentro il Pd con la speranza di chi avendo come propria ragione sociale la nascita della Terza Repubblica, auspica che si chiuda definitivamente la sciagurata stagione politica apertasi nel 1994. Suo malgrado, Renzi ha il merito di aver sepolto il bipolarismo bastardo su cui si è retto il gioco politico di questi vent’anni e a cui gli italiani hanno guardato – sbagliando – come al salvifico sistema che avrebbe rilanciato il Paese debellando la corruzione. Come sia andata, oggi non c’è bisogno di dirlo. Ora, l’irruzione sulla scena di Renzi, pur tra mille contraddizioni, ha consentito di archiviare entrambi i poli: il centro-destra si è liquefatto, del centro-sinistra è rimasto solo il Pd, che a sua volta si sta liquefacendo. E tutto questo è un bene, perché prima consegniamo alla storia (si fa per dire) la Seconda Repubblica e meglio faremo nel comunque difficile compito di uscire dal declino e far rinascere il Paese. Da questo punto di vista, Berlusconi non è più e mai più sarà un problema. Anche perché sembra essere tornato all’idea iniziale di quando, nel 1993, architettò la sua “discesa in politica” e certo non si attendeva il successo e le responsabilità del 1994: a lui basta un manipolo di parlamentari che gli consentano di tutelare se stesso e i propri interessi. Diverso è invece il Pd, che pur avendolo eletto segretario considera Renzi un corpo estraneo e ha una gran voglia di espellerlo per poter tornare come prima. Ma i rapporti di forza sono rovesciati, è Renzi ad avere il coltello dalla parte del manico. Ed è bene che lo usi come un macete. Anche perché non riuscirà mai a farlo suo, il Pd. E quindi tanto vale che lo “superi”. Come questo avverrà è dettaglio di cronaca, che sia nelle cose crediamo non ci siano più dubbi.

Fin dal primo momento, abbiamo detto che Renzi ci sembrava forte nella parte destruens e debole in quella costruens. Dunque non ci aspettiamo che sia lui – se poi invece lo fosse, tanto di guadagnato – l’architetto della Terza Repubblica, cioè di un nuovo ordine politico e di più moderni assetti istituzionali. Tant’è vero che quando si è mosso su questi terreni, dalla legge elettorale fino alla boiata della riforma del Senato, lo ha fatto molto maldestramente. Ma ci aspettiamo invece che sia pienamente capace di dare sepoltura al vecchio sistema. Sì, certo, avendola presa, quest’opera di rottamazione, prima di tutto dal lato delle persone, e con modi spicci, un po’ è sgradevole. Ma, si sa, la politica non è un “tea delle cinque”. Dunque, il rottamatore vada fino in fondo. Poi ne riparliamo.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica

venerdì 30 maggio 2014

Il referendum sull' #euro? C'è già stato e ha vinto #Renzi



http://www.tubechop.com/watch/2951157

A La Gabbia del 28/05/14 tanto per cambiare si parla di Euro. Il conduttore Gianluigi Paragone mi dà la parola e faccio una breve riflessione sulle elezioni europee, che in Italia si sono risolte in un plebiscito pro-euro e pro-Europa. Vittorio Sgarbi e Matteo Salvini ascoltano, Michele Emiliano e Mario Adinolfi concordano.

martedì 13 maggio 2014

#Gori e la verandeide di #Bergamo Alta







venerdì 2 maggio 2014

#M5S ed elezioni europee, burattini e burattinai

IL RISCHIO DELLE ELEZIONI EUROPEE  È CHE SI CONSEGNINO A GRILLO LE CHIAVI DELLA POLITICA ITALIANA

Non sarà sfuggito che la modalità con cui Beppe Grillo ha strutturato la sua campagna elettorale per le europee corre su un doppio binario. Da un lato, quello scontato della polemica anti-euro, finalizzato ad intercettare tutti gli italiani – e sono un numero crescente, purtroppo – che non avendo dalla politica nostrana analisi serie su come stanno veramente le cose, e tanto meno risposte ai mille problemi quotidiani, rivolgono i loro motivi di delusione e rabbia verso l’Europa, immaginando che tutti i mali discendano da Bruxelles e Francoforte, o da Berlino se – come ama far credere Berlusconi, non meno guitto del comico genovese – si riconduce ogni scelta europea a quei “maledetti dei tedeschi”. Naturalmente le cose non stanno così, o meglio stanno anche così ma in contesto molto più complesso delle semplificazioni propagandistiche, ma soprattutto non sono quelle sbandierate dai populisti nostrani, di uscire dall’euro o di mandare a quel paese l’Europa e le sue regole (per quanto rigide e spesso stupide), le ricette giuste per uscire dai guai.

L’altro binario su cui si muove il capo dei pentastellati, invece, è quello dell’attacco frontale alla sinistra. Con un linguaggio e degli argomenti (si fa per dire) che non hanno nulla da invidiare all’anticomunismo che per due decenni ha sciorinato Berlusconi. I suoi blitz a Piombino e Siena, nei giorni scorsi, ne sono piena testimonianza, e fanno pensare che Grillo intenda tagliare la strada a Renzi nella corsa al recupero dei voti moderati e qualunquisti che Forza Italia, giocoforza, perderà per strada.

Niente di granché sofisticato, anche se rimane il dubbio che la tattica elettorale, per quanto rudimentale, sia davvero farina del sacco dell’arruffapopoli – il che lascia aperta la domanda sull’eventuale burattinaio e la sua nazionalità – non fosse altro perché si ha l’impressione che essa si collochi nel quadro di una strategia politica, questa sì, meno primitiva e più strutturata. Infatti, è evidente che al di là delle percentuali, il 25 sera i 5stelle saranno i veri vincitori delle tornata elettorale se avranno conquistato in modo inoppugnabile il secondo posto scalzando Forza Italia (ovviamente, non ne parliamo se dovessero battere il Pd, ma questa, per fortuna, resta un’ipotesi remota). Certo, non tutti i risultati saranno uguali: un conto è, per ipotesi, che il Pd prenda il 35% e i 5stelle il 25%, un altro che quei dieci punti di differenza si riducano alla metà o ancor meno. Ma in tutti i casi la conseguenza politica sarà la stessa: per Renzi sarà difficile, per non dire impossibile, tenere a bada tutte le fibrillazioni che pulsano dentro il suo partito, e in particolare nei gruppi parlamentari (che, contrariamente ai ruoli apicali nel Pd e al governo, non sono di sua espressione). Finora lo ha potuto fare minacciando ogni due per tre di andare alle elezioni anticipate, così da spaventare chi sa bene che non sarà ricandidato o comunque sarà messo in condizione di non essere rieletto. Ma dopo le europee, se Grillo avrà tallonato Renzi e ridimensionato Berlusconi, delle due l’una: o si farà la riforma denominata “italicum” (ma non si capisce perché Berlusconi dovrebbe prestarsi a farla passare), e in questo caso il meccanismo di conteggio dei voti, pensato sì per far vincere il primo ma anche per avvantaggiare il secondo (il miglior perdente), non consegnerebbe un quadro politico basato sul patto Renzi-Berlusconi che è la seconda gamba (oltre quella dell’alleanza di governo) su cui si tiene in piedi Renzi, bensì sull’impossibile diarchia Renzi-Grillo; oppure si terrà buona la norma uscita dalla decisione con cui la Corte Costituzionale ha cancellato il “porcellum”, cioè un proporzionale senza condizionamenti, e allora Renzi, che sulla base dei risultati delle europee in un’eventuale elezione anticipata uscirebbe primo ma privo del premio di maggioranza che gli consegni il pallino in mano, sarebbe costretto a fare un governo con Berlusconi (quello con Grillo lo esclude il comico), finendo con lo spaccare il Pd in modo irrimediabile.

Si dirà: basta che Renzi non vada alle elezioni. Certo. Facile a dirsi, meno a farsi. Perché il presidente del Consiglio, uscito indebolito, ancorché primo, dal voto del 25 maggio, e dovendo dimostrare che non c’era bluff elettorale nelle sue mosse di governo di questi mesi – anche questa, cosa non facile – si ritroverà stretto in una morsa politica da cui non sarà per nulla facile divincolarsi. Perché nel frattempo i parlamentari del Pd si sono accorti che non possono essere minacciati più di tanto, come dimostra il caso del “decreto lavoro”, in cui, al di là delle modifiche introdotte, è stata voluta e ottenuta la sconfitta politica del governo. Prove generali di quel che accadrà? Una cosa è certa: Renzi si è fatto più prudente e, su consiglio di Napolitano, più incline alla mediazione. Ma siamo solo all’inizio.

Certo, tutto dipenderà dal voto. Formalmente si voterà per l’Europa e l’euro – e mai come questa volta ce n’è bisogno – ma il vero risvolto delle elezioni sarà nazionale. E dunque, almeno una cosa si può far discendere dalle valutazioni che vi abbiamo proposto: il burattino Grillo è una sciagura. Che, però, non si esorcizza inseguendolo sul suo terreno: quanto a populismo non lo batte nessuno, ormai nemmeno più l’inceronato Berlusconi. Questo, Renzi, bisogna che cominci a metterselo bene in testa.

Enrico Cisnetto
Terzarepubblica

lunedì 10 giugno 2013

la scelta tra la peste e il colera

la scelta tra la peste e il colera
mai come oggi la politica pare aver perso la capacità non si dice di entusiasmare, ma persino di richiamare alle urne gli elettori. il dato delle elezioni per il sindaco di roma è emblematico e sconfortante: l'affluenza al ballottaggio registra un calo di sette punti sul già basso dato del 52,3% al primo turno, arrestandosi  al 45,03%. significa che a 5,5 romani su 10 nun je ne può fregà de meno di scegliere tra due candidati evidentemente non ritenuti nemmeno degni di essere votati.

insomma siamo a quella che un proverbio tedesco chiama "la scelta tra la peste e il colera", ossia tra due malattie della quale si fa fatica a individuare la meno mortale: e in questo dubbio, non potendosi più nemmeno turare il naso, il popolo se ne va al mare.

non va meglio negli altri comuni in ballottaggio: i dati diffusi del viminale indicano che in media nazionale si sono recati alle urne solo  il 51% degli aventi diritto, con un calo record di17 punti sul dato già basso del primo turno (68,1%).

il dato politico delle elezioni tra roma e il resto d'italia? a caldo possiamo dire che sono almeno 4:
  1. fortissimo astensionismo, che dovrebbe far suonare non il campanello ma la sirena d'allarme alla politica italica tutta quanta
  2. stanchezza e sfaldamento del centrodestra (allargato alla lega)
  3. scoppio della bolla movimento 5 stelle
  4. nel caos della crisi politica regge solo l'apparato della militanza post-comunista ("compagni, il comunismo è disciplina"), seppur  ampiamente minoritario rispetto al corpo elettorale (gli "aventi diritto al voto")
possiamo dire che si tratta di segnali inquietanti per la tenuta della struttura politica del nostro sistema-paese? che la fuga dei cittadini dall'elettorato attivo non è  mai preludio di democrazia ma, spesso, di soluzioni autoritarie, dato che crea un vuoto politico di facile riempimento da parte del mito italico dell'uomo forte, con le palle ecc.?

per chi non ha perso la passione della politica come cura della cosa pubblica, la domanda è: quando nascerà una compagine politica capace di fare sintesi delle istanze della maggioranza silenziosa dei cittadini, disgustata dai politicanti di ieri, oggi e (dio non voglia) domani? un partito o movimento o come lo volete chiamare, che riesca a dare a queste istanze risposte politiche concretamente spendibili invece del solito mix di fumo senza arrosto, annunci interrotti e stanche promesse da marinaio?

perché quando un simile partito politico nascesse, con idee chiare e concrete e facce pulite, con teste pensanti pronte a sporcarsi le mani con la res publica invece di starsene sul ponte di comando in azienda o  nell'aria condizionata dei loro studi professionali; quando una simile nuova forza politica nascesse, rischierebbe addirittura di intercettare la maggioranza dei delusi da questa inguardabile politica politicante italiana.



sabato 8 giugno 2013

#berlusconi, l' #euro e il bar sport #italia

il sogno inconfessabile di silvio
nel post I lirici dell'industria italiana abbiamo illustrato i danni che la liretta e il dumping della svalutazione competitiva hanno causato alla produzione italiana, troppo spesso sostenuta dall'esportazione di prodotti di modesta fattura, che ci ha relegato in un'eterna serie B manifatturiera. il tutto a danno delle eccellenze industriali nazionali, quelle che non hanno bisogno del cambio per esportare.

ora ci risiamo, e alla grande: la crisi turba (giustamente) le masse e chiama il suo capro espiatorio: colpa dell'euro che non ci consente di svalutare la liretta per esportare! del resto conoscete un esponente della classe dirigente italiota che abbia mai avuto il coraggio di ammettere le responsabilità sue e della casta? sempre meglio dar la colpa al #gombloddoh demoplutopippopaperino.

a due politici molto attenti alla pancia del "bar sport italia", due uomini di spettacolo come grillo e berlusconi, non è parso dunque il vero di poter ridurre tutto al derby calcistico italia/germania: tutta colpa di quella strunz della merkel! andiamo a battere i pugni sul tavolo in europa! anzi vai tu giovane letta, armiamoci e partite...

e così il nostro popolo di fantozzi, frittatona di cipolle birra gelata e rutto libero, si accomoda beato sul sofà sognando "italia/germania 4 a 3"; senza capire che è stato proprio chi propone quel modello autarchico e fumettistico, nazionalista e vagamente fascioide ("l'orgoglio della sovranità nazionale!")  la causa della deriva economica e politica della nazione.

sul tema ha parole chiare Alberto Krali nel suo fondo su L'Eco di Bergamo del 08/06/13:


SE L’EURO DIVENTA LA VITTIMA SACRIFICALE

Berlusconi ha lanciato la sfida: o il governo Merkel comprende le ragioni di Roma o l’Italia va per la sua strada. La Germania è sempre pronta a bacchettare gli altri, la tutela dei suoi interessi nazionali è intransigente. E per un Paese in recessione tragica come l’Italia è questo

un carico non più sopportabile. Questo è un tema caldo ed è evidente che se il capo del governo Enrico Letta dal vertice europeo del 27 e 28 giugno esce a mani vuote, nel Paese si scatenerà un moto di rabbia contro l’euro. 

Tutti i ceti sociali soffrono: dalle imprese ai lavoratori, l’Italia intera ribolle. Basta scorrere i giornali, o guardare i festival dell’economia. A Trento la manifestazione organizzata dal Sole 24Ore e dalla casa editrice Laterza suona: sovranità in conflitto; mille chilometri più a Sud, ai Dialoghi di Trani è emblematico il titolo: quo vadis Europa? Il politico Berlusconi ha alzato quindi le antenne e ha anticipato tutti nel dettare l’agenda politica. Ancora una volta i democratici si fanno sorprendere. Perdono così due occasioni: la prima è riprendere contatto con quegli elettori che la crisi la sentono e potrebbero riavvicinarsi al Pd, la seconda è togliere di mano all’ex capo del governo il pallino dell’euro.


La parola d’ordine è la crescita ma viene declinata in euro sì o euro no. Rai Radio3, che peraltro è vicina agli ambienti cosiddetti progressisti, sull’amletico quesito ci ha costruito una trasmissione: ma nel Pd sono troppo presi dalle loro beghe e non sentono gli umori neanche della piazza mediatica. Così nelle prossime settimane saremo presi tra i due fuochi di Grillo e Berlusconi, che sul rapporto viscerale con le folle hanno costruito le loro fortune politiche. L’ex comico con la proposta di un referendum sulla moneta unica ha trovato il classico

capro espiatorio sul quale scaricare tutte le colpe.
E l’ex capo del governo, resuscitato dopo le elezioni, ha esteso il concetto: la colpa è della Merkel.

Ma è proprio così? Spesso si dimentica che se il Paese in recessione, con i debiti che si ritrova, non avesse alla spalle la Banca centrale europea, sarebbe già affondato sui mercati internazionali. E poi non si dice che la svalutazione renderebbe più convenienti i prodotti italiani rispetto a quelli tedeschi ma non a quelli cinesi e asiatici. Erigere dazi doganali in difesa della produzione nazionale avrebbe come ripercussione la chiusura del mercato cinese all’industria italiana. E parliamo della nazione che ha il più grande numero di potenziali consumatori al mondo. E in crescita costante. Insomma non c’è partita. Ma è una questione di testa, non di pancia. 


Sono 31 infatti i miliardi di euro di cofinanziamento (dal Fondo europeo di sviluppo regionale e dal Fondo sociale europeo) che devono essere ancora spesi da qui al 2015, e che l’Italia per inefficienza non ha attivato. E che dire del 20% del Pil di economia sommersa ? E dei 60 miliardi di corruzione diffusa (dati della Corte dei Conti)? La vera misura di cui l’Italia ha bisogno è quello dell’osservanza della legge. L’euro ha fatto crescere i prezzi. E tutti si lamentano, giustamente. Ma si dà il caso che mentre da noi sono aumentati, sino

al doppio, in Francia ancora oggi nei negozi c’è il cartellino con l’equivalente in franchi. Così la gente fa i conti in rapporto al suo stipendio. Chi doveva controllare? Il governo. Allora Berlusconi e Tremonti non vollero inimicarsi i commercianti, che sono tanti e votano.

E poiché gli elettori hanno sempre ragione e i governanti pure, l’unico ad avere torto è la moneta unica. Tanto non può parlare.


ALBERTO KRALI

vedi anche 

#ultimaparola: uscire dall' #euro è la playstation degli accademici à la page? 

martedì 23 aprile 2013

È ufficiale: siamo pazzi

Guarda "Italia nave dei folli" su YouTube

La specialità degli italiani? Arrivare sull'orlo del baratro, salvarsi per il rotto della cuffia per poi ricominciare a dire e fare scemenze :-)

sabato 20 aprile 2013

#Bersani e la #Waterloo #Quirinale del #PD #ultimaparola #olivati

giuliano olivati (@olivati) ha twittato alle 0:27 p. on sab, apr 20, 2013:  @olivati parla alla nazione al min 16.37 #bersani #PD #Waterloo! #ultimaparola https://t.co/UR1kgm7DMZ (https://twitter.com/olivati/status/325556247535427584)

domenica 31 marzo 2013

#napolitano, i #saggi e la mossa del cavallo

la fontana di Monte Cavallo in Piazza del Quirinale a Roma
photo: trekearth/francio64 
nel gioco degli scacchi il cavallo è  quel pezzo strategico che, con il suo movimento a elle, permette di superare ostacoli e scavalcare insidie impossibili da risolvere con un approccio frontale.
il presidente della Repubblica Napolitano dev'essere un giocatore di scacchi. di fronte all'impasse nella formazione del governo l'unica mossa possibile era quella del cavallo. come tutti sappiamo l'elettorato si è diviso su 3 minoranze, destra sinistra e Movimento 5 Stelle. nessuna di queste minoranze può governare da sola e alleanze tra loro paiono impossibili.

M5S infatti rifiuta in toto il sistema dei partiti come strutturato dalla nostra Costituzione e quindi si mette fuori gioco da solo. resterebbe la possibilità di una grande coalizione destra - sinistra, resa però impossibile dal fatto che il Pd ovvero Bersani e il suo gruppo dirigente non accettano alleanze con Silvio Berlusconi, ritenuto personaggio impresentabile. de quo il dilemma di Napolitano, che non può nemmeno sciogliere le Camere dato che siamo nel semestre bianco precedente la fine del suo mandato.

bisognava quindi a tutti costi sbrogliare la matassa, anche per non dare all'estero un'idea di Italia come zattera della Medusa nella tempesta, idea che l'avrebbe resa facile e appetibile preda della speculazione sui mercati dei titoli di Stato.

la soluzione di Napolitano è  semplice e geniale ad un tempo: lasciare in carica il governo uscente per l'ordinaria amministrazione e insediare una commissione bipartisan di 10 saggi. questo inedito organismo politico dovrebbe portare ad un nuovo governo da un lato, e dall'altro serve ad indirizzare l'azione parlamentare verso temi di convergenza sulle leggi più indispensabili e urgenti e sulle riforme istituzionali.

con questa trovata che non va contro la Costituzione pur non essendo codificata dalla stessa, Napolitano si dimostra un genio. tutte le forze in campo hanno infatti il loro contentino che le costringe a starsene buone buone. M5S, che ha dichiarato in tutte le occasioni che mai avrebbe dato la fiducia ad un esecutivo dei partiti, non deve dare la fiducia a nessuno dato che il governo c'è già, e può valutare provvedimento per provvedimento come aveva subito proclamato di voler fare per tenere tutti sotto tiro. il Pd ha il contentino che la candidatura di Bersani a ricoprire la carica di premier è messa tra parentesi e non atrocemente sbertucciata, e quindi non si deve aprire immediatamente la successione ad un segretario incapace di portare il partito fuori dalla palude. anche il Pdl ossia la forza di centro destra è gratificata dal fatto che Napolitano non la tratta come un cane in chiesa, ma anzi la valorizza nella commissione bipartisan dei saggi e la fa rientrare saggiamente in partita.

ma il grande valore aggiunto della mossa del cavallo di Napolitano è un altro: riportare il dialogo politico sulle cose concrete da fare, sulle misure urgenti da prendere per salvare l'Italia e la sua economia, togliendo di mezzo la spinosa questione della formazione del governo, che allo stato delle cose come detto sopra appare insolubile. facciamoli pensare alle cose concrete insomma e poi magari scopriranno di avere molti più punti di affinità e convergenza di quanto adesso, bandiere e lancia in resta, non si rendano conto. dalla commissione di saggi alla fine potrebbe scaturire un vero e proprio governo con un programma condiviso e la fiducia delle Camere. oppure si andrà tutti d'accordo a nuove elezioni, ma non precipitosamente stile weimar, e dopo aver fatto una nuova e più decente legge elettorale.

il vero sconfitto di questa situazione, anche se costretto a fare buon viso a cattivo gioco, è proprio il Movimento 5 Stelle, che dal caos e dall'incapacità di trovare un accordo trae ossigeno per il suo progetto di dissoluzione della democrazia parlamentare. in un quadro nel quale tutti devono fare la loro parte per salvare l'Italia infatti il Movimento 5 Stelle a questo punto non può più tirarsi indietro, e deve comunque partecipare al processo di riflessione per il bene del paese. se questa riflessione porterà ad un accordo di governo, Movimento 5 Stelle potrà decidere se far parte di questo accordo o rimanerne tagliato fuori. in entrambi casi sarà sconfitta la sua linea pura e dura contro la democrazia parlamentare e per una fantomatica democrazia diretta web 2.0. tempi difficili per il progetto "illuminato" di Gaia propugnato da Casaleggio, Becchi e l'ala oltranzista e fantascientifica del movimento.

insomma con la mossa di Napolitano che allontana l'Italia dalle urne il Movimento 5 stelle è al bivio. o rimane la pittoresca fronda dei Bastiani contrari e viene tagliato fuori da un probabile nuovo accordo tra destra e sinistra, oppure decide finalmente di sporcarsi le mani, diventa quello che costituzionalmente già è, un partito a tutti gli effetti, ed entra nel gioco della formazione di un governo. il videogame di restare fuori a veder formare un governissimo e poi attaccarlo e sfiancarlo fino alle prossime elezioni non funziona più. qui infatti non si parla di governissimo dell'inciucio partitocratico, ma di un vero e proprio esecutivo di salute pubblica, sostenuto dalla riflessione bipartisan sulle cose concrete da fare promossa dalla commissione dei saggi. un governo per l'Italia al quale lo stesso Movimento 5 Stelle sarebbe invitato a dare il suo contributo, e restarne fuori potrebbe costare al Grillo parlante la perdita del consenso di molti suoi elettori.

il problema è che Grillo non può andare contro Napolitano, perché formalmente l'uomo del Colle gli ha dato ragione verso una soluzione in chiave belga, anche se in ultima istanza la soluzione punta a neutralizzare proprio il Movimento 5 Stelle.

la mossa del cavallo era preparata da tempo, e lo si è intuito quando Napolitano si arrabbiò moltissimo e stoppò Monti, che voleva lasciare la traballante Presidenza del Consiglio per la comoda poltrona di presidente del Senato. lì si è capito che un nuovo governo non era velocemente alle porte, e pure che il vecchio inquilino del Colle Quirinale (che in passato era detto anche Monte Cavallo) ne stava meditando un'altra delle sue.

sabato 16 marzo 2013

#Grillo e l'ultimo treno della politica

il grillo in agguato [photo: 123RF]
forse persino Bersani ha ormai capito che con Grillo e il Movimento 5 Stelle è impossibile fare alleanze. la finalità dichiarata dei Penta Stelluti è il superamento della democrazia parlamentare e il rifiuto dei partiti. a questo punto qualsiasi dialogo sembra controproducente e suicida.

ma cosa ci insegna la lezione di Grillo, o meglio del suo straordinario successo elettorale? ci insegna semplicemente che la gente è arcistufa di come i partiti hanno finora interpretato la politica, e ha inviato a lorsignori un potentissimo segnale di volontà di cambiamento. Grillo ha raccolto consensi persino tra quegli imprenditori che oggi invocano che si faccia un governo alla svelta e che l'Italia non vada a carte quarantotto. una parte di elettorato scontento che contraddice se stesso ma non va lasciato inascoltato.

in che cosa il movimento di Grillo può essere rivoluzionario davvero? nel convincere i partiti tradizionali come Pd e Pdl ad un radicale cambio di passo. nel Pd urge un passaggio di mano a Renzi, che porterebbe l'elettorato postcomunista ad allargarsi a fasce liberali e liberiste sottraendo voti sia alla base Pdl scontenta di Silvio sia allo stesso Grillo, e determinando così una mutazione del DNA del Partito Democratico in una vera forza liberal.

anche il Pdl non può aggrapparsi in eterno alla gigantografia di Berlusconi-Silviocè, anche perché  (Dio non voglia, ma) non foss'altro per ragioni anagrafiche prima poi il leader maximo sarà costretto a passare la mano. da partito azienda il Pdl sarà costretto diventare un vero partito di centro destra, pena il suo dissolvimento.

a questo punto forse non saremo mai un paese normale, ma potremmo diventare un pochino meno anormali. e soprattutto questo rinnovamento sarebbe la base per quella colossale operazione di pulizia e smagrimento della politica da tutti auspicata.

questo è l'ultimo treno per il rinnovamento pacifico della politica, treno passato il quale tutto è possibile e si aprono scenari a dir poco inquietanti. Grillo non sarà mai il capotreno come lui forse spererebbe, ma con il suo spauracchio che terrorizza i partiti tradizionali potrebbe essere, senza volerlo, un utilissimo capostazione che fischia la partenza del convoglio. chi si è laureato in Alabama chiama questa cosa eterogenesi dei fini.

il treno sta passando, è l'ultimo, non ne arriveranno altri: o i politici nostrani lo prendono al volo, oppure che Dio abbia pietà della nostra anima.

venerdì 8 marzo 2013

#elezioni e #governo: noi non siamo normali

siamo messi bene. in un paese normale, dopo un risultato elettorale come il nostro il partito di destra si mette d'accordo con quello di sinistra e si fa una grande coalizione. sopratutto se tutti insieme si è ratificato il trattato europeo del fiscal compact, che priva di senso la distinzione tra destra e sinistra in un'ordalia di tagli e tasse per i prossimi 20 anni. e ancor più se oggi serve fare fronte comune per rimodulare i trattati europei.

ma noi non siamo un paese normale.

da noi il partito di destra è un partito azienda usato dal suo proprietario come scudo verso i suoi personali guai giudiziari. dall'altra parte il partito di sinistra ha fatto tutta la campagna elettorale con un motto demenziale, "smacchiare il giaguaro", che adesso rende difficile spiegare ai suoi elettori che bisogna diventare l'amico del giaguaro.

il terzo partito emerso dalle urne, il Movimento 5 Stelle di Grillo e Casaleggio, non ha invece alcuna intenzione di sporcarsi le mani a governare. preferisce logorare le altre forze politiche in una lunga guerra di posizione, volta al superamento della forma partito novecentesca e all'instaurazione di una fantomatica democrazia diretta (anticostituzionale e oggettivamente eversiva) web 2.0.

purtroppo Bersani non ha capito. non ha capito la natura dadaista del movimento di Grillo e Casaleggio e non ha capito che vogliono prenderlo in giro per gettarlo nel ridicolo. non avendo capito si rende ridicolo da solo senza bisogno che ci pensino altri.

a questo punto se il partito di destra e quello di sinistra non vogliono mettersi d'accordo è meglio tornare subito alle urne. subito, prima cioè che Grillo guadagni nuovi consensi e anzi approfittando dell'intrinseca debolezza del suo esercito parlamentare, molto simile all'armata Brancaleone. per avere chance di successo il partito di destra e quello di sinistra dovranno rinnovarsi e presentare idee e facce nuove: e qui grillo sarà servito eccome, non si butta via niente...

non c'è tempo da perdere. ogni giorno che passa l'Italia si avvicina al baratro della Grecia. se vogliamo veramente rinegoziare i Trattati europei c'è bisogno di un governo forte e di un interlocutore affidabile, dotato di una robusta base parlamentare.

l'alternativa è uno splendido suicidio del sistema paese, che aprirebbe a scenari imprevedibili e - il ciel non voglia - forse financo novecenteschi.

lunedì 3 dicembre 2012

√ del #complotto delle #primarie

Ma ce la staran contando giusta? (photo: Asca)
nel turbinio delle primarie di centrosinistra, mentre twitter more solito ribolliva di commenti, imprecazioni ed esortazioni a mal fare, nella mia timeline s'affaccia iersera una tesi rivoluzionaria per spiegare la dinamica di queste prime vere elezioni primarie in casa PD. la teoria del complotto (pron. #gombloddoh) è come sempre suggestiva, e ve la riporto.

renzi ha dietro qualcuno, un grande vecchio che lo muove. silvio berlusconi via giorgio gori, direte voi...no! siete ingenui! il grande vecchio che manovra il putto fiorentino è (tenetevi forte)...è...è lui, il pigi bersani!!! ma che ci stai a prendere in giro? diranno i realsocialisti tra di voi. a parte che la teoria non è mia ma del "popolo della rete", non è affatto cabarettistica.

chiediamoci sempre (da buoni complottardi): cui prodi? e vediamo la situazione di partenza ante primarie. abbiamo un partito pachidermico, il PD, il dinosauro rosso che ha mangiato il fianco sinistro della balena bianca, un partito che ha il fascino mediatiico e il sex appeal di una carota lessa servita alla mensa della casa del popolo di roccacannuccia di sotto. il segretario bersani è sotto l'ala tutelare del mentore d'alema, burattinaio occulto del partito e del suo eterno fallimento. dal di fuori il fenomeno beppe grillo minaccia tutte le forze politiche, a partire da quelle più vetere e reftattarie al cambiamento (quindi PD in testa), conquistando a mani basse l'elettorato giovanile e la marea montante degli incazzati in genere.

ora che accade con le primarie? come per magia, ancor prima della competizione l'impresentabile (per bersani) compagno d'alema viene rottamato, dopo un goffo tentativo di autocandidarsi ad una ricandidatura in parlamento. le primarie, grazie a renzi e al suo camper dotato di ubiquità spaziotemporale e onnipresenza tuittera, riavvicinano il popolo della rete e i ggiovani ad un partito considerato quasi infamante dai 35 anni in giù. il dibattito televisivo all'americana tra i magnifici 5 delle primarie innesca un volano mediatico delirante, per cui ogni giorno a colazione pranzo e cena ti trovi uno del PD in televisione (su tutti i canali) che te la conta su di politica. addirittura gli orfani di silvio, la borghesia illuminata e il capitale finanziario (brivido d'affascinato orrore) corrono alle cene elettorali di renzi e poi a firmare il manifesto degli elettori di centrosinistra (che non sono mai stati) pur di votare il sindaco di firenze alle primarie.

insomma fuochi d'artificio, enorme grancassa mediatica per un partito apparatchik sin'allora grigerrimo, ampliamento della base elettorale, toppa alla falla di drenaggio dell'elettorato giovanile verso il movimento 5 stelle..e soprattutto un' immensa botta di vita e iniezione collettiva di automotivazionalità, che è l'ingrediente principe di tutte le campagne elttorali, come quella che ci attende in primavera (cioè domani).

ora la domanda sorge spontanea: non è che ci han presi tutti quanti per i fondelli, ed era tutta una messinscena? chi è un po' scafato politicamente sa anche che è ingenuo ipotizzare un conclave segreto tra renzi e bersani, incappucciati a mezzanotte nella cripta di un'abbazia diroccata dei colli piacentini, per un patto da scrivere col sangue al posto dell'inchiostro (dite la verità che lo scenario stile assassin's creed vi piaceva)...in politica moltissimi accordi sono taciti accordi, ovvero convergenze parallele d'interessi. non c'è bisogno di parlare, basta fare, ed ecco i famosi affari conclusi per facta concludentia...

che dire? sarà ciò che accadrà da ora alle prossime elezioni a falsificare o puntellare la conspiracy theory. certo se alla fine, come qualcuno ha ipotizzaro a caldo, i dioscuri del PD si accordassero per una spartizione di poltrone, a pierluigi il governo e al matteino il partito, qualche dubbio verrebbe anche al meno cospirazionista dei miei 25 lettori...

come diceva quello: ai postumi l'ardua sentenza.




sabato 1 dicembre 2012

√ delle elezioni #primarie e del #PD

Pd/Primarie: domenica si vota per il ballottaggio
I dioscuri del PD (photo: Asca)
[il mio umile e insindacabile parere sulle primarie di csx, col quale spero di inimicarmi tutti, renziani bersaniani e silviani :) ]

ho tuittato: 

#primarie: #renzi vuol mutare base elettorale e dna del #PD x questo l'apparato postsovietico lo odiah

ora ve lo spiego io:

del resto il pdl è finito, sicché i suoi elettori sono in libera uscita, salvo i fedelissimi silviani che lo seguiranno fino alla fine in qualsivoglia avventura (gli elettori-over di cdx). quindi l'idea di creare un contenitore lib-lab x intercettare il centro dell'elettorato è semplice e geniale. 

del resto in italia chi ha conquistato il centro ha sempre vinto le elezioni, siamo un paese di moderati. la "cosa nuova" lib-lab può essere o un pd allargato che cambia pelle ed amplia la sua base elettorale al fatidico 40% preconizzato da renzi, o una nuova offerta politica alternativa al vecchio pd postsovietico. il travaglio di questi giorni ci dirà se il pd è pronto a mutare il suo dna o se servirà un nuovo partito.


venerdì 30 novembre 2012

Le #primarie? Per i partiti son kryptonite, evviva!

Il leggendario Sindaco - Rottamatore fiorentino
La vicenda delle primarie è la cartina di tornasole dell'esigenza di introdurre dosi massicce di democrazia diretta all'interno della vita dei partiti. Ma i partiti italiani, coi loro apparati un po' borbonici, sono pronti? Il PD, dopo l'entusiasmo per la novità delle primarie e l'ubricatura mediatica del dibattito televisivo tra i candidati, ora pare preda di lancinanti mal di pancia in vista del fatidico ballottaggio di domenica, e le regole cominciano a non essere più così certe, ordini, contrordini, guerra di interpretazioni...

In compenso il PDL, dopo un groviglio grottesco di marce avanti, indietro, inversioni a U e derapate dialettiche, le primarie ha pensato bene di rottamarle quando Berlusconi ha dato l'ultimatum, anzi il penultimatum della sua ri-discesa in campo con un nuovo partito, la Cosa Nuova di Silvio [ultim'ora: dopo lungo e accorato vertice col Cavaliere, Alfano annuncia il ripristino delle primarie pidielline il 16 dicembre: solo i Maya potranno risolvere l'arcano]. 

Conclusione: le primarie per la nomenclatura dei partiti son come la kryptonite per Superman, quindi primarie per tutti, in tutte le elezioni a tutti i livelli, dalle circoscrizioni al parlamento!