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martedì 13 maggio 2014

#Gori e la verandeide di #Bergamo Alta







sabato 10 maggio 2014

Manette e ripresa

LE INCHIESTE GIUDIZIARIE,
LA RIPRESA CHE RESTA UNA CHIMERA,LE LACERAZIONI DELLA SINISTRA: TUTTA ACQUA AL MULINO DI GRILLO

Speriamo di sbagliare, ma coltiviamo il timore – e non da oggi – che le elezioni europee siano uno tsunami. Avendo avuto il sopravvento il populismo, e pure di grana grossa, era inevitabile che con il passare dei giorni a godere del vantaggio di un clima di tensione emotiva fossero coloro che più e meglio fanno leva sull’indignazione degli italiani. Grillo in testa, ovviamente, ma anche la Lega che tenta di rigenerarsi sposando la linea anti-euro. Ma se questa era la tendenza già in atto, ora, però, anche i fatti vanno in soccorso del populismo radicale, regalandogli occasioni di acquisizione di consenso insperate.

Ci riferiamo alla nuova ondata di arresti che, come goccia che fa traboccare il vaso, rappresenta in sé, senza neppure indurre ad entrare nel merito di ciascuna inchiesta e dei loro reali fondamenti, appare agli occhi dei cittadini a dir poco devastante. Ma ci riferiamo anche alle notizie, per quanto passate in secondo piano, che certificano che – come ha scritto TerzaRepubblica in tempi non sospetti, anche a costo di beccarsi l’accusa di menar gramo – la ripresa non c’è e che non si vedono i presupposti perché, almeno per quest’anno, ci sia. Come pure ci riferiamo alle sempiterne contorsioni della sinistra che, in tempi di crisi della destra e scarsa rilevanza del centro, rappresentano un ulteriore vantaggio offerto alla marea montante dell’antipolitica.

Vediamo i tre regali a Grillo con maggiore dettaglio. Partendo dalla “nuova Tangentopoli”, l’ennesima. Il paragone regge fino a un certo punto, anche perché quella di oltre vent’anni fa era un’ondata di fango che sommergeva i partiti, qui invece si tratta di vicende legate alle persone. Ma soprattutto, ciò che rende diverso l’oggi è la magistratura. Non perché siano cambiati i metodi – anzi – ma perché nel 1992 una procura, quella di Milano, prese la leadership del mondo togato dando l’impressione all’opinione pubblica di essere un contro-potere organizzato, mentre ora è proprio quella stessa procura a simboleggiare – caso Robledo, ma non solo – le spinte centrifughe che attraversano la magistratura, in una sorta di “tutti contro tutti” lacerante. Tuttavia, proprio questa confusione accresce gli effetti deflagranti delle inchieste in corso, rendendole potenzialmente capaci di assestare un colpo mortale ad una classe politica acerba e ancora in cerca di legittimazione. A tutto vantaggio di chi – Grillo – è nella condizione naturale di cavalcare l’ennesima ondata di indignazione. Anzi, Grillo non dovrà nemmeno scomodarsi troppo, perché i frutti cadranno direttamente nel suo prato. E a tutto svantaggio di chi – Renzi – dovrà scegliere se alzare il tono contro la “vecchia politica”, finendo per pagarne le conseguenze in parlamento (ricordiamoci che le europee non ne modificheranno gli assetti), oppure se pagare il fio elettorale per evitare di alzare troppo i toni della polemica politica.

Il fatto è che questo stesso schema – Grillo che sale, Renzi che scende – rischia di ripetersi per effetto delle notizie che arrivano dal fronte economico. Il calo della produzione industriale di marzo, che porta ad un miserabile +0,1% il risultato del trimestre, smentisce infatti tutte le previsioni, anche le più prudenti, andando a consolidare l’idea che, contrariamente a quanto detto dal governo, la ripresa è di là da venire. La qual cosa diventa un assist per Grillo e un boomerang per Renzi non tanto e non solo perché con questi dati non c’è che da attendersi un rialzo del pil modesto per il 2014 – non è un caso che l’Ocse abbia appena licenziato la previsione di una crescita di mezzo punto contro il +0,8% del governo (lo scarto è di oltre un terzo) – quanto perché non sarà difficile propinare all’opinione pubblica l’equazione “Renzi è uguale agli altri, promette ma non mantiene”.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica

venerdì 19 luglio 2013

ascesa e caduta della #lega nord


Pontida: l'auto-mito fondativo della Lega Nord
[photo: iltafano]
LEGA ADDIO

INESORABILE
DECLINO
DI UN’IDEA

di  GIOVANNI COMINELLI
L'Eco di Bergamo, 19/07/13

Al cospetto del dramma del declino politico-culturale della Lega, serve il consiglio di Baruch Spinoza, filosofo ebreo olandese del ’600: nec ridere, nec lugere, sed intelligere. Né ridere, né piangere, ma capire le ragioni. La prima è stata l’incapacità della Lega di pensare l’Italia intera, mentre si proponeva come paladina degli interessi del Nord. La seconda: aver praticato un modello carismatico illiberale di organizzazione politica. Quando, tra gli anni ’70 e ’80, i ceti produttivi conquistarono la percezione che il Nord veniva saccheggiato dallo Stato

centrale, il quale poi distribuiva con criteri politico-clientelari lungo i canali del Centro-Sud, Bossi investì su quella presa di coscienza, che era e resta vera. Mentre l’intero sistema politico rappresentava la Questione meridionale, Bossi costruì unmovimento per la Questione settentrionale.

Quei ceti continuarono, tuttavia, a turarsi il naso e a votare Dc, che li proteggeva dal «comunismo». La caduta del quale nel novembre del 1989 li liberò. Nel giro di pochi anni Questione settentrionale, Tangentopoli, movimento referendario e Questione morale costituirono un terreno fecondo per la Lega. Ma essa non riuscì a fare il salto politico-culturale necessario per proporre all’intero Paese un nuovo progetto storico, politico e istituzionale. Gianfranco Miglio ci aveva provato con la sua ipotesi di tre macro-regioni e un nuovo assetto politico-istituzionale presidenziale e federalista «alla Svizzera». Venne liquidato con disprezzo.

Mentre sul piano progettuale Bossi oscillò vistosamente tra «secessione» e «federalismo», su
quello politico scelse l’alleanza con Berlusconi, che a sua volta teneva all’alleanza con Fini. Il senatùr
si illuse che bastasse, ai fini della difesa degli interessi del Nord, far valere i rapporti di forza all’interno della coalizione. Così il vino del federalismo, mischiato con padanismo, celtismo e localismo da
«piccola patria», etnofobia ai limiti del razzismo, arrivò annacquato all’appuntamento del 2001,
quando Berlusconi, Fini e Bossi conquistarono il governo.

Berlusconi ha distrutto lentamente Fini e Bossi, mentre i ministri di quest’ultimo rimanevano
impaniati nelle trame della politica nazionale e urtavano impotenti contro il muro di una burocrazia amministrativa statale onnipotente, assai più solido di quello di Berlino. La «ridotta del Nord» a
poco a poco si è ristretta alle valli e ha cominciato a disfarsi.

E qui siamo alla seconda ragione della crisi, che riguarda il modello di organizzazione politica.
Quello carismatico illiberale, tipico degli anni ’30, adottato da Bossi, deve fare i conti, oggi, nell’epoca della comunicazione globale, con la domanda di trasparenza quotidiana. Vedasi alla voce Di Pietro
e Grillo. Il carisma ha bisogno di successi qui e ora per durare. Non si sono visti. Ed è esposto allo
sguardo severo dei cittadini, che osservano quotidianamente i movimenti dei politici come quelli
dei pesci in un acquario. Nessun cerchio ristretto, oramai, è magico. Il caso del tesoriere infedele Belsito è nato su questo terreno.

Per uscire dalla palude, la Lega è ora tentata di appoggiarsi alle correnti pre-moderne, etnofobe
e/o razziste, che sono attive, ma minoritarie in tutta Europa. Così facendo tradisce anche la propria
ispirazione originaria. Perché il declino della Lega è un dramma? Perché il suo fallimento si porta via
illusioni, speranze e militanza di qualche milione di cittadini. E ora? L’Italia avrebbe bisogno di un
federalismo cattolico, liberale e democratico.

Ma i partiti democratici non sono federalisti, e quelli federalisti non sono democratici. Non è un dramma?

lunedì 10 giugno 2013

la scelta tra la peste e il colera

la scelta tra la peste e il colera
mai come oggi la politica pare aver perso la capacità non si dice di entusiasmare, ma persino di richiamare alle urne gli elettori. il dato delle elezioni per il sindaco di roma è emblematico e sconfortante: l'affluenza al ballottaggio registra un calo di sette punti sul già basso dato del 52,3% al primo turno, arrestandosi  al 45,03%. significa che a 5,5 romani su 10 nun je ne può fregà de meno di scegliere tra due candidati evidentemente non ritenuti nemmeno degni di essere votati.

insomma siamo a quella che un proverbio tedesco chiama "la scelta tra la peste e il colera", ossia tra due malattie della quale si fa fatica a individuare la meno mortale: e in questo dubbio, non potendosi più nemmeno turare il naso, il popolo se ne va al mare.

non va meglio negli altri comuni in ballottaggio: i dati diffusi del viminale indicano che in media nazionale si sono recati alle urne solo  il 51% degli aventi diritto, con un calo record di17 punti sul dato già basso del primo turno (68,1%).

il dato politico delle elezioni tra roma e il resto d'italia? a caldo possiamo dire che sono almeno 4:
  1. fortissimo astensionismo, che dovrebbe far suonare non il campanello ma la sirena d'allarme alla politica italica tutta quanta
  2. stanchezza e sfaldamento del centrodestra (allargato alla lega)
  3. scoppio della bolla movimento 5 stelle
  4. nel caos della crisi politica regge solo l'apparato della militanza post-comunista ("compagni, il comunismo è disciplina"), seppur  ampiamente minoritario rispetto al corpo elettorale (gli "aventi diritto al voto")
possiamo dire che si tratta di segnali inquietanti per la tenuta della struttura politica del nostro sistema-paese? che la fuga dei cittadini dall'elettorato attivo non è  mai preludio di democrazia ma, spesso, di soluzioni autoritarie, dato che crea un vuoto politico di facile riempimento da parte del mito italico dell'uomo forte, con le palle ecc.?

per chi non ha perso la passione della politica come cura della cosa pubblica, la domanda è: quando nascerà una compagine politica capace di fare sintesi delle istanze della maggioranza silenziosa dei cittadini, disgustata dai politicanti di ieri, oggi e (dio non voglia) domani? un partito o movimento o come lo volete chiamare, che riesca a dare a queste istanze risposte politiche concretamente spendibili invece del solito mix di fumo senza arrosto, annunci interrotti e stanche promesse da marinaio?

perché quando un simile partito politico nascesse, con idee chiare e concrete e facce pulite, con teste pensanti pronte a sporcarsi le mani con la res publica invece di starsene sul ponte di comando in azienda o  nell'aria condizionata dei loro studi professionali; quando una simile nuova forza politica nascesse, rischierebbe addirittura di intercettare la maggioranza dei delusi da questa inguardabile politica politicante italiana.