giovedì 3 ottobre 2013

#Lampedusa, l'#Europa non puo' negare asilo politico

«La fuga dalle torture in Ciad La Libia, il mare e poi l'Italia» Moussa, a 17 anni, scappato dalla guerra: non so niente dei miei cari. Sidik dal Sudan su un barcone: rotto il motore, in balia delle onde.

Laura Arnoldi, L'Eco di Bergamo 4/10/13

La paura Moussa l'ha ancora negli occhi, nonostante sia in Italia dal 13 agosto 2011, arrivato a bordo di un barcone partito dalla Libia. Alle spalle si è lasciato la prigione, i ribelli, un Paese – il Ciad – in cui non può tornare. In Italia ci è arrivato per caso: non l'ha scelta come meta del suo viaggio. «Io non conoscevo l'Italia – dice –, ero solo stato in Africa». Il giovane è uno degli oltre trecento profughi accolti dalla Caritas diocesana bergamasca nell'ambito del progetto biennale di accoglienza per l'Emergenza Nord Africa. In viaggio dal Ciad all'Italia Moussa Barko Sidik ha più o meno 22 anni: «Non conosco esattamente la mia età – dice –: in Ciad abitavo in campagna e non si viene registrati». Sarà per questo che conserva con tanta cura il tesserino di identità che ha ricevuto al suo arrivo a Lampedusa: «È tutto rovinato, ormai. Non vale più, ma lo tengo sempre con me». Lo toglie dal portafoglio, lo mostra e si percepisce che per lui ha un valore immenso. Rispetto a un qualsiasi coetaneo Moussa ha vissuto esperienze terribili. Ha più volte rischiato di morire. Diventa adulto in fretta quando nel 2008 entra nelle truppe dei ribelli: «Combattevamo contro il governo». A quel periodo risalgono le cicatrici che ha sul corpo: «Una bomba è scoppiata e mi sono bruciato», mentre parla si tocca il petto e il volto. Viene catturato dalla polizia, portato in prigione. Erano in cinque: uno viene ucciso subito al momento dell'arresto perché ha con sé dei documenti dell'esercito ribelle, un altro muore dopo che gli agenti, che torturavano i prigionieri, gli tengono la testa sott'acqua. Così appena possibile scappa dal carcere: «Il soffitto era una gabbia di metallo, ma non molto forte e duro». Si nasconde da un parente che lo ospita per un mese e alla fine gli dà il denaro sufficiente per lasciare il Ciad. «Ho passato la frontiera e attraversato il Niger su un'auto. Eravamo in più persone che non conoscevo». Il mezzo dopo qualche giorno giunge a Tripoli («Durante il viaggio stavo male, avevo la febbre, non ricordo bene cosa è successo») e qui si imbarca. «Siamo rimasti in mare per tre giorni, avevo paura, la barca era piena, con centinaia di persone, non ci si poteva muovere. C'era gente dal Ghana, dal Niger, dalla Somalia, dall'Etiopia. Non avevamo né acqua, né cibo, non c'era un bagno. Io ero seduto vicino al motore. Il rumore era forte e la testa mi faceva male». All'arrivo i migranti hanno trovato accoglienza sull'isola siciliana e Moussa ha avuto il suo primo documento: «C'erano le ambulanze per chi stava male. Non sapevo di essere arrivato in Italia. Non conoscevo nemmeno una parola. Non avevo pensato a dove andare. Volevo solo salvare la mia vita». Ora il giovane ha un permesso di soggiorno «politico» valido fino al 2017, concesso a chi necessita di alta protezione, ma non è ancora tranquillo: «Continuo a pensare alla mia famiglia. Mio fratello da anni è in prigione perché si è opposto al regime, i miei genitori sono rimasti senza nulla. Tempo fa la casa è bruciata. Vorrei aiutarli». Per questo ci vuole un lavoro: il ragazzo ha studiato italiano e seguito un corso per pizzaiolo, ma un'occupazione non l'ha ancora trovata. Ha anche un altro desiderio: «Vorrei cancellare la cicatrice dalla mia faccia» sia perché gli dà fastidio, sia perché «se torno in Ciad tutti capiscono che sono stato tra i ribelli e per me è finita». «I morti li buttavano in acqua» Sidik Farah invece non ha alcuna speranza di tornare in Sudan: «Non ho più nulla». Un fratello è morto, altri familiari sono forse nei campi profughi del Darfur, di loro non sa nulla da molto tempo. Chissà, forse anche loro lo credono morto. L'uomo, che ha ora 33 anni, nel 2001 va in Libia in cerca di lavoro. Lì per 8 anni fa il saldatore. Poi scoppia la guerra: «Vivevo vicino a una caserma; un giorno viene bombardata; così dobbiamo scappare». Nel suo caso è la polizia libica che raduna le persone, gli stranieri e li fa imbarcare. «Ci spingevano tutti colpendo con i manganelli. Io non ho pagato per partire. Non avevo nulla. Solo i vestiti che indossavo». Sulla barca rimane sei giorni con altre 300 persone. «Siano rimasti fermi in mezzo al mare, perché il motore si è rotto. C'erano donne, bambini. Niente acqua, niente cibo. Qualcuno piangeva o si lamentava. Cinque persone sono morte. Sono state buttate in mare. Un bimbo e la mamma no, sono rimasti sulla barca fino all'arrivo». Il rottame con il suo carico umano riesce ad arrivare al porto. «Paura? No. Anche con la guerra o quando sono arrivato, mi sono sentito tranquillo» dice Farah con un fatalismo proprio di chi non ha nulla da perdere. Lui sa che nel suo Paese non tornerà, non gli sarà possibile. A Bergamo non ha perso tempo: ha studiato la lingua, ha frequentato due corsi per saldatore e cerca un lavoro: «Sappiamo che sono tempi difficili per tutti» conclude, mostrando di desiderare solo una vita «normale» e che migrare non è stata una scelta libera, ma una necessità «per la guerra». «Io non avevo alternative: non potevo tornare in Ciad, mi avrebbero imprigionato, in Libia c'era la guerra. Sono partito per salvarmi» ripete Moussa.

fenomenologia del #trasformista

il trasformista è una figura politica tipicamente italiana, che tutti gli italiani ben conoscono ma dal quale molto spesso amano farsi illudere. il fascino del trasformista è quello del camaleonte: non avere una forma definita ma poterle assumere tutte a piacimento e secondo convenienza. il trasformista ovviamente non ha nessun credo e nessuna ideologia, se non la conservazione del proprio potere. e per avere potere bisogna dire alla mitica #laggente quello che vuol sentirsi dire, sempre.

quindi fatalmente trasformismo fa rima con populismo. come disse un vecchio trasformista, il più grande della storia italiana, bisogna saper essere concavi con chi è convesso e convessi con chi è concavo. al popolo bisogna grattare la pancia solleticandone i peggiori istinti, e in questo modo si verrà ricompensati nel segreto delle urne. questo è il volto pubblico e mediatico del trasformista, che ha però anche un volto più tecnico e politico.

anche con i suoi colleghi politici il trasformista sarà tutto e il contrario di tutto, facendo e disfacendo le alleanze più disparate e disperate pur di conservare il potere e azzoppare gli avversari. ma, mentre gestisce nel modo più cinico e disincantato questi intrighi di palazzo, il trasformista deve sempre ammantarsi di una buona causa per non sfigurare con il pubblico dei suoi elettori e clientes.

se ad esempio minaccia di far cadere un governo per interessi personali, dirà che lo fa per salvare i cittadini dalle tasse che il premier cattivo vuole imporre. se vuole mettere la mordacchia ai giudici che si stanno occupando dei suoi affari, dirà che vuole la riforma della giustizia per il bene di tutti i cittadini. il sostegno che il trasformista dà a questo o quello schema di governo si basa unicamente su un calcolo tattico di convenienza personale e di conservazione del potere: ma al popolo il trasformista dirà sempre che si allea con tizio o con caio unicamente per fare il bene del paese per il quale si sta sacrificando.

ma come cade il trasformista? è un mistero, così come è un mistero il segreto della sua ascesa, fatta di un mix di leadership, fascino personale e dirompenza mediatica. come che sia, a un certo punto il trasformista perde il ritmo, sbaglia il passo di danza, fallisce l'ennesimo travestimento in corsa: ed ecco che tutti scoprono il suo pagliaccesco gioco. che gli riesca male l'ultimo colpo di teatro, o spari una balla spaziale troppo spaziale, o non riesca più a dare  la colpa agli altri, o la storia delle tasse da cui dice di proteggerci pur avendocele sempre alzate venga finalmente smascherata... alla fine si trova sempre un bambino capace di gridare che il re è nudo.

e a quel punto il trasformista sta per essere sommerso dalle risate di un popolo intero.

domenica 1 settembre 2013

#Siria: le 10 anzi 11 ragioni contro la #guerra

Livio Caputo su L'Eco di Bergamo del primo settembre riporta le 10 ragioni contro l'intervento militare degli Stati Uniti o di qualche potenza occidentale contro il regime siriano. Sono ragioni forti ma ce n'è una ancora più forte, l'undicesima ragione: l'Islam moderato sta subendo in tutto il mondo la pressione del radicalismo jihadista, che ha dichiarato guerra all'occidente. Per questo l'occidente non puo' provocare con le sue azioni vuoti di potere regionali, che sarebbero prontamente colmati dai qaedisti, come la storia del medio oriente insegna. Elezioni, democrazia son belle parole, ma senza Costituzioni nazionali che vietino l'introduzione della sharia son parole vuote, che apron la porta a dittature teocratiche, per giunta votate alla jihad contro il satana occidentale. Anche Hitler venne eletto democraticamente...

Spiace dirlo, ma Bin Laden ha qui la sua vittoria postuma, costringendo l'occidente a scelte molto amare per contrastare il folle disegno qaedista del califfato islamico mondiale.

Ma ecco le dieci ragioni di Caputo:

" 1 La legalità di un'azione militare è discutibile. Non c'è nessuna probabilità che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, dove Cina e Russia hanno diritto di veto, la approvi e neppure la Lega Araba ha dato luce verde. Anche presentare l'attacco come un intervento umanitario, a tutela della popolazione civile, non ha molta credibilità, perché per due anni e mezzo nessuno si è mosso neppure in presenza di centomila morti. Che differenza c'è, è legittimo chiedersi, se le vittime sono uccise a cannonate o con il gas nervino?

2 Gli esperti dell'Onu non hanno ancora concluso la loro indagine e le uniche prove certe che il gas è stato usato da Assad e non dai ribelli per provocare l'intervento americano (come sostiene il regime) sono alcune intercettazioni di comunicazioni tra i comandi militari siriani.

3 Non si capisce quali risultati pratici possa ottenere una offensiva di due-tre giorni, con missili Tomahawk ed eventuali incursioni aeree. Si potranno distruggere centri di comando, basi aeree e palazzi governativi, ma non i depositi di gas nervino, perché si rischierebbe di produrre un'autentica catastrofe.

4 Per quanto mirati, i bombardamenti farebbero sicuramente vittime anche nella popolazione civile, infliggendo un altro colpo al già difficile rapporto degli Usa con il mondo arabo e fornendo ad Assad una formidabile arma propagandistica.

5 Se anche l'attacco dovesse accelerare la caduta del regime, il risultato sarebbe, probabilmente, l'avvento al potere a Damasco di estremisti islamici ferocemente ostili all'Occidente; la guerra civile comunque non finirebbe, perché le minoranze schierate con Assad dovranno battersi per la sopravvivenza.

6 L'attacco americano, anche se essenzialmente dimostrativo, potrebbe innescare un conflitto generale in Medio Oriente. L'Iran ha già minacciato ritorsioni contro Israele, che non esiterebbe a replicare, e se l'Hezbollah intervenisse a sua volta, il Libano rischierebbe un ritorno alla guerra civile.

7 Sebbene abbia mosso a sua volta la propria flotta verso il Mediterraneo orientale, la Russia, grande protettrice di Assad, non prenderebbe iniziative militari; ma i rapporti tra Mosca e Washington, già pessimi, peggiorerebbero ulteriormente.

8 Il ricorso, sia pure limitato, alle armi da parte americana eliminerebbe ogni possibilità di una soluzione diplomatica, quale è auspicata dalla maggioranza dei Paesi e dallo stesso Ban Ki Moon. La auspicata conferenza di Ginevra sarebbe quasi sicuramente cancellata.

9 Le opinioni pubbliche occidentali, compresa quella americana, sono massicciamente contrarie all'apertura di un nuovo fronte mediorientale dopo la traumatica esperienza dell'Iraq, anche per ragioni economiche.

10 La situazione siriana è talmente complessa, che qualsiasi intervento esterno potrebbe solo aggravarla ulteriormente: come ha scritto - con un certo cinismo - Edward Luttwak, è meglio lasciare che i siriani se la sbrighino da soli, a costo di continuare a combattersi, perché all'Occidente non conviene né una caduta di Assad né una vittoria dei jihadisti che rappresentano il nucleo forte dell'opposizione".

domenica 25 agosto 2013

allo Stato serve lo spesometro

Spesa pubblica record: più 69% in quindici anni Mestre (Venezia) Il Centro studi della Cgia di Mestre ha calcolato che dal 1997 a oggi la spesa pubblica, al netto degli interessi sul debito, è aumentata del 68,7%. In termini assoluti è cresciuta di quasi 296 miliardi. Alla fine del 2013 le uscite, sempre al netto degli interessi, ammonteranno così a 726,6 miliardi. Per contro, le entrate fiscali che comprendono solo tasse, imposte, tributi e contributi pagati dagli italiani, sono cresciute del 52,7%. A fronte di un aumento di 240,8 miliardi, il ammonterà 2013 nel complessivo gettito considerato l'incremento è stato del 58,8%, ma se analizziamo il trend delle tasse locali ci accorgiamo che sono praticamente «esplose»: più 204,3% (pari, in termini assoluti, a +74,4 miliardi di euro), con un gettito che nel 2013 sfiorerà i 111 miliardi. Quelle centrali, invece, sono incrementate «solo» del 38,8% (pari a +102,6 miliardi in valore assoluto), anche se nel 2013 le entrate di competenza dello Stato ammonteranno a ben 367 miliardi di euro. Tutti gli importi, sottolinea ancora la Cgia, sono a prezzi correnti, includono, cioè, anche l'inflazione. In linea generale lo studio afferma che lo scenario emerso da questa analisi vede che la spesa pubblica, al netto degli interessi, ha viaggiato a una velocità superiore a quella registrata dalle entrate fiscali, anche se a livello locale la tassazione ha subito una vera e propria impennata. Ciò ha contribuito ad aumentare il carico fiscale generale, portandolo a toccare un livello mai raggiunto in passato. In aggiunta, alla luce di una spesa pubblica complessiva che in questi anni è sempre stata superiore al totale delle entrate finali, la dimensione del nostro debito pubblico è continuata a crescere in partenza di questa rilevazione, fa notare la Cgia, coincide con l'approvazione della prima legge Bassanini che diede avvio al federalismo amministrativo e alla semplificazione burocratica. «Appare evidente – dice il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi – che qualcosa non ha funzionato. Se i rapporti tra i cittadini e la pubblica amministrazione sono materia di federalismo le leggi Bassanini e le riforme di settore che sono state realizzate successivamente non hanno aspettavamo proprio sul fronte della razionalizzazione della spesa e sul suo contenimento a vantaggio dei cittadini».

#Silvio, cessa quest'assurda commedia

Non esiste soluzione politica ai tribunali

Il dibattito politico-istituzionale si sta letteralmente avvitando su un'equazione –l'agibilità politica di Berlusconi come presupposto per la governabilità – del tutto falsa. È come tentare un'impossibile somma, ci insegnavano i maestri alle scuole elementari, mettendo insieme le pere e le mele. Proprio da considerazioni elementari occorre partire per vedere quale gigantesca impostura si nasconda dietro la furoreggiante campagna politica e mediatica che predica la necessità di una «soluzione politica» per la condanna all'ex premier, colpevole e condannato definitivamente per frode fiscale. L'origine dello stravolgimento dei fatti sta proprio nel punto di partenza della richiesta. Fino «a prova contraria», è il caso di dire, una condanna penale è una circostanza che nulla ha a che vedere con la politica, a meno che non si tratti di una condanna per reati politici (di per sé fuori questione in una democrazia). La realtà dei fatti mostra che Berlusconi si è reso colpevole di un reato grave e socialmente esecrabile – sottrarre al fisco 7,3 milioni di euro – in particolare per un imprenditore facoltosissimo. La pretesa di un salvacondotto politico per una condanna giudiziaria sta fuori dal perimetro logico, prima ancora che di quello etico e civile. La questione potrebbe essere, dunque, facilmente rubricata come mancanza di raziocinio o, al peggio, come disturbo psichico di chi la sostiene. Disgraziatamente non è così, perché le ragioni – quelle sì strettamente e direttamente politiche – che stanno alla base delle posizioni del Pdl tendono a stravolgere il rapporto tra legittimazione popolare e legittimità dello Stato di diritto. Giuliano Ferrara – allorché esulta perché, a suo dire, il presidente della Repubblica ha riconosciuto «l'eccezionalità» del caso Berlusconi – compie una duplice forzatura. Piega in modo improprio e fuorviante le sagge parole di Napolitano e, nel contempo, cerca di dar credito alla tesi che essere leader di un partito (per di più di un partito che ha un notevole consenso elettorale) configuri, per ciò stesso, un carattere di diversità rispetto ai cittadini normali. Sarebbe come dire che avere consenso elettorale definisce uno status di privilegio. L'esatto contrario non soltanto della nostra Costituzione e del principio basilare che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, ma del comune buon senso. In realtà, coloro che sono alla testa di formazioni politiche, ancor più se (come nel caso dell'ex premier) con un passato di responsabilità istituzionali di altissimo livello, dovrebbero ripudiare per principio ogni forma di protezione che non sia espressamente prevista dalle leggi. E magari, come si usava fare sino a qualche decennio fa, chiedere esplicitamente, in caso di vicende giudiziarie, di non valersi delle tutele previste per i parlamentari. A ben vedere, la bislacca tesi del consenso come fattore di garanzia «speciale» ha alla base un presupposto rischiosissimo per la democrazia, quello che la legittimazione popolare ottenuta attraverso il consenso elettorale sia fonte di una legittimità «speciale», che non conosce limiti e non deve essere sottoposta alle regole degli ordinamenti democratici. A voler prendere minimamente sul serio tale idea, si finisce per scivolare verso forme plebiscitarie di derivazione sudamericana che poco hanno in comune con le democrazie vere.

Stefano Sepe
L'Eco di Bergamo 25 08 2013

domenica 18 agosto 2013

i #marò? venduti all' #india. la versione di #terzi

i marò attendono la loro sorte in india
[photo: oggi]
l'ex ministro degi esteri giulio terzi di sant'agata, dal buen retiro del suo feudo bergamasco, torna a parlare del pasticciaccio brutto dei marò e racconta la sua verità in un'intervista esclusiva a l'eco di bergamo. temo che terzi abbia ragione: l'italia ha venduto i marò all'india per interessi economici, creando un pericoloso precedente di violazione del diritto internazionale, che prevede un arbitrato del tribunale dei diritti del mare in caso di conflitto di attribuzione giurisdizionale. noi invece i marò agli indiani glieli abbiamo ceduti, e amen.

non stupisce quindi il recente pasticcio kazako, dove la shalabayeva e figlioletta son state vendute, per analoghe ragioni di interessi economico-politici, al dittatore del kazakistan: e cosa vi aspettavate da un paese che a quelle ragioni sacrifica i suoi stessi soldati, che prendesse a cuore la sorte degli stranieri perseguitati?

come si dice in italialand? o franza o spagna, purché se magna...

ed ecco l'intervista:


«L’Italia sempre meno capace di gestire crisi internazionali»
Giulio Terzi e il caso marò, i rapporti con l’ex premier Monti, la situazione in Egitto e Siria
«Per paura di perdere affari in India abbiamo perso credibilità con gli indiani: disastro»

Intervista di Susanna Pesenti
L'Eco di Bergamo, 18/08/13



Nel silenzio del parco, ritagliato fra i capannoni di Tresolzio, Giulio Terzi di
Sant’Agata rende omaggio alla tradizione del Ferragosto bergamasco, in quel di Brembate
Sopra. E quest’anno riprende anche le forze, dopo le montagne russe pubbliche e private
degli ultimi mesi. Un anno fa era ministro degli Esteri, nel pieno della crisi indiana. Ora,
fuori dalla Farnesina da marzo e chiusa la carriera diplomatica a dicembre, appare disponibile
a parlare con la consueta cortesia e un filo meno (solo un filo) di diplomazia.

Allora i marò tornano a Natale, come si augura Staffan De Mistura? 
«Mah, De Mistura ha detto che sente "vibrazioni" in base alle quali il processo inizierà a settembre e ritiene che debba finire entro dicembre per via della politica indiana. Se sente "good vibrations" come i Beach Boys...».

Sul serio.
«Sul serio, io trovo molto grave che in questi mesi si sia consolidato il principio che l’attività
delle nostre Forze armate all’estero in missione di pace sia giurisdizione di un altro Paese.
Tanti giuristi internazionali vedono un errore nella linea presa dopo il 21 marzo, opposta a
quella decisa l’11 marzo».

Quando i marò erano stati tenuti in Italia, contro i patti di rimandarli in India?
«Tenuti in base al fatto che gli indiani erano inadempienti rispetto alla richiesta di consultazioni bilaterali, mirate a un arbitrato internazionale, obbligatorio secondo il Trattato sulla legge del mare, ratificato da entrambi i Paesi. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, aveva richiesto che la regolamentazione della vicenda avvenisse secondo il diritto internazionale. L’11 marzo avevamo avviato il percorso verso l’arbitrato obbligatorio. Tempo massimo due mesi, il Tribunale dei diritti del mare ci avrebbe detto di chi era la giurisdizione. Se italiana, i marò sarebbero rimasti definitivamente; se indiana, avremmo rispettato l’obbligo internazionale».

Invece il 21 marzo il governo ha capovolto la decisione per motivi di onorabilità internazionale.
«Il 21 marzo è stato il disastro. Si è rovesciato tutto per paura che Finmeccanica perdesse i
suoi affari. Abbiamo perso credibilità con gli indiani (e infatti il nostro export sta andando a
picco) e per fare le cose bene, abbiamo cancellato anche l’azione verso l’arbitrato obbligatorio. Cambiato il governo, il nuovo – penso in omaggio alla linea Monti – continua a non prendere la strada dell’arbitrato e conferma l’incarico a De Mistura, che l’11 marzo aveva dichiarato che il governo nella sua collegialità aveva fatto bene a decidere di mantenere i marò in Italia».

É ancora arrabbiato con Monti?
«Il punto è un altro. La mia prima preoccupazione è che Latorre e Girone tornino. Ma la seconda è che si apra un processo nel quale vi sono elementi che non sono compatibili con il nostro ordinamento. Inoltre, il vulnus che il nostro Paese subisce, sarebbe più grave se l’Italia continuasse a non adire alle
istanze internazionali. Se per fare rispettare la nostra sovranità siamo tenuti a rivolgerci ai
livelli internazionali, non possiamo non farlo. É un tema di sicurezza dello Stato, sono in gioco lo statuto giuridico dei nostri militari, settemila uomini in giro per il mondo, e la tranquillità dei cittadini italiani che devono sentirsi difesi all’estero».

Ce lo spiega perché li avete lasciatientrare in porto?
«Il ministero degli Esteri è stato informato dal comando interforze cinque ore dopo che
l’incidente era accaduto, a quel punto noi abbiamo detto di non farli entrare in acque territoriali, ma la nave era già in porto, attraccata. E ancora adesso subiamo le conseguenze, con questa
commedia di mandare avanti e indietro un negoziatore».

E che ne pensa del caso kazako? 
«La capacità di gestire le crisi, secondo me, sta diminuendo. Non siamo sufficientemente attrezzati perché il concetto di sicurezza nazionale come difesa della sfera di sovranità non è abbastanza presente nell’opinione pubblica e tra gli stessi politici. Dopo la gestione del caso Shalabayeva, qualche accademico è arrivato con l’idea brillante di creare il Consiglio di sicurezza nazionale. C’è già, si chiama Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica. Riunisce la decina di ministri che contano e i Servizi e dovrebbe essere in sessione permanente. L’estate scorsa, proprio per la gestione marò, avevo chiesto un incontro rapido ogni giorno per avere sempre il polso della situazione. Da luglio a dicembre ci saranno stati quattro incontri. C’è un deficit di attenzione sui temi internazionali. E quindi, quando arriva la crisi, la reazione è scomposta».

Detto da un ex ministro degli Esteri fa un po’ paura.
«La politica estera è poco sexy per l’opinione pubblica, il politico pensa che il cittadino sia attirato più dalle tasse che dalle elezioni in Mali, ed è vero, se non gli spieghi che le elezioni in Mali influenzano anche il suo futuro. L’indifferenza parlamentare indebolisce l’azione del governo quando capita la crisi perché, invece di ragionamenti, ottieni umori».