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sabato 11 ottobre 2014

Pd stai sereno, ci pensa Renzi

È VENUTO IL MOMENTO
DI “ROTTAMARE” IL PD
ULTIMO BALUARDO
DEL VECCHIO SISTEMA

 Sull’articolo 18 le componenti del Pd ostili a Renzi hanno tirato la corda ma non fino al punto di romperla. Tardi, ma appena in tempo, si sono accorte che a strappare gli avrebbero fatto un piacere grande come una casa. Ma cosa faranno di fronte alle prossime provocazioni – che, statene certi, arriveranno presto e ancora più forti – del premier? Se, per esempio, il governo proponesse l’invio di un paio di Tornado a far la guerra all’Isis, resisterebbero alla tentazione di far scoppiare una rissa parlamentare che potrebbe anche avere come esito quello che stavolta è stato evitato?

A noi i partiti liquidi non piacciono, ma veder liquefare il Pd ci piace, e molto. Ma come, si dirà, siete contro i “non partiti” e poi volete che si dissolva l’unico soggetto politico che ha le caratteristiche del partito di massa, o comunque che ne ha conservato le sembianze? No, non c’è contraddizione. Intanto perché il Pd partito vero non lo è mai stato. Ricordate il momento della fondazione nell’ottobre del 2007? Veltroni fu eletto segretario non dal congresso ma dall’assemblea costituente del Pd, un organismo, composto da 2.858 persone, figlio delle nomenclature di Ds e Margherita. E sapete quando si tenne la prima assise congressuale, chiamata chissà perché “convenzione”? Due anni dopo, l’11 ottobre 2009, quando Veltroni si era già dimesso, sostituito da Franceschini, e il governo Prodi era caduto. Nel frattempo hanno inventato le primarie aperte a chiunque, che significa azzerare – anzi, mortificare – il ruolo dei tesserati. E un partito senza iscritti non è un partito. Non è un caso se in coincidenza con il quasi 41% delle europee, cioè il miglior risultato elettorale mai conseguito dalla sinistra (pur in percentuale e non in numero assoluto di voti), si registra il numero minimo di aderenti (100 mila contro il mezzo milione della segreteria Bersani).

Il secondo motivo per cui siamo spettatori plaudenti della parabola “morente” del Pd – sì, è una parola forte, ma la usiamo a ragion veduta – è perché esso contiene ancora tutte le ambiguità insite nel claudicante processo di trasformazione del Pci – che non ha mai metabolizzato fino in fondo il comunismo, tant’è che dovette aspettarne la formale caduta a Berlino come a Mosca per distaccarsene – cui si sono aggiunte le fragilità culturali e politiche della sinistra cattolica e la marginalità delle componenti laiche. Chiudere con il passato in modo definitivo, dunque, gioverebbe alla stessa sinistra, che potrebbe rinascere su basi più moderne.

Infine c’è un terzo motivo per cui guardiamo a quel che accade dentro il Pd con la speranza di chi avendo come propria ragione sociale la nascita della Terza Repubblica, auspica che si chiuda definitivamente la sciagurata stagione politica apertasi nel 1994. Suo malgrado, Renzi ha il merito di aver sepolto il bipolarismo bastardo su cui si è retto il gioco politico di questi vent’anni e a cui gli italiani hanno guardato – sbagliando – come al salvifico sistema che avrebbe rilanciato il Paese debellando la corruzione. Come sia andata, oggi non c’è bisogno di dirlo. Ora, l’irruzione sulla scena di Renzi, pur tra mille contraddizioni, ha consentito di archiviare entrambi i poli: il centro-destra si è liquefatto, del centro-sinistra è rimasto solo il Pd, che a sua volta si sta liquefacendo. E tutto questo è un bene, perché prima consegniamo alla storia (si fa per dire) la Seconda Repubblica e meglio faremo nel comunque difficile compito di uscire dal declino e far rinascere il Paese. Da questo punto di vista, Berlusconi non è più e mai più sarà un problema. Anche perché sembra essere tornato all’idea iniziale di quando, nel 1993, architettò la sua “discesa in politica” e certo non si attendeva il successo e le responsabilità del 1994: a lui basta un manipolo di parlamentari che gli consentano di tutelare se stesso e i propri interessi. Diverso è invece il Pd, che pur avendolo eletto segretario considera Renzi un corpo estraneo e ha una gran voglia di espellerlo per poter tornare come prima. Ma i rapporti di forza sono rovesciati, è Renzi ad avere il coltello dalla parte del manico. Ed è bene che lo usi come un macete. Anche perché non riuscirà mai a farlo suo, il Pd. E quindi tanto vale che lo “superi”. Come questo avverrà è dettaglio di cronaca, che sia nelle cose crediamo non ci siano più dubbi.

Fin dal primo momento, abbiamo detto che Renzi ci sembrava forte nella parte destruens e debole in quella costruens. Dunque non ci aspettiamo che sia lui – se poi invece lo fosse, tanto di guadagnato – l’architetto della Terza Repubblica, cioè di un nuovo ordine politico e di più moderni assetti istituzionali. Tant’è vero che quando si è mosso su questi terreni, dalla legge elettorale fino alla boiata della riforma del Senato, lo ha fatto molto maldestramente. Ma ci aspettiamo invece che sia pienamente capace di dare sepoltura al vecchio sistema. Sì, certo, avendola presa, quest’opera di rottamazione, prima di tutto dal lato delle persone, e con modi spicci, un po’ è sgradevole. Ma, si sa, la politica non è un “tea delle cinque”. Dunque, il rottamatore vada fino in fondo. Poi ne riparliamo.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica

sabato 9 novembre 2013

#Cisnetto: Evitare la deriva populista

La cronaca politica è riempita esclusivamente dalle diatribe interne a Pd e Pdl. A volte sovrastano quelle relative al sanguinoso percorso dei Democratici verso le primarie per la segreteria, altre volte predominano quelle che riguardano Berlusconi e lo scontro tra berlusconiani doc e diversamente berlusconiani. In entrambi i casi si tratta di guerre fratricide, senza alcuna esclusione di colpi, che hanno per obiettivo il controllo dei rispettivi partiti, o per meglio dire quel che di loro rimane. Fanno da contorno, ma si integrano perfettamente nel contesto, gli scontri dentro Scelta Civica, che hanno già portato il suo fondatore, Mario Monti, a lasciare, e dentro la Lega, con il possibile ritorno di Bossi, la ancor più probabile uscita di Tosi e la segreteria messa in palio da Maroni, che preferisce restare asserragliato nel fortino della Regione Lombardia. Persino i pentastellari di Grillo faticano a tenere insieme i cocci.

In questo quadro spicca la debolezza del governo, sovrastato da guai interni ai suoi tre azionisti che finiscono per brandire come clave i temi relativi all’esecutivo, dalle scelte economiche (prima Imu e Iva, ora la legge di Stabilità) alle insorgenti emergenze (ultimo il caso Cancellieri), al solo scopo di regolare i propri conti interni. Peccato, però, che siano guerre inutili. Il discredito di cui godono la politica e i suoi attori – tutti, senza eccezione alcuna, accomunati da un giudizio che inevitabilmente appare generico e qualunquista, ma che purtroppo è più che fondato – come pure le istituzioni, discredito rafforzato proprio dallo spettacolo indecoroso di queste guerre intestine fini a se stesse, fa si che la conquista della leadership dei partiti risulti, e sempre più risulterà, del tutto ininfluente ai fini della conquista del consenso popolare.

La nostra stima è che gli attuali partiti alla prossima occasione elettorale, specie se sarà quella europea, che da sempre induce l’elettorato a maggiore libertà, saranno investiti da uno tsunami di proporzioni gigantesche, che finirà per spazzarli via. Sia chiaro, non è un auspicio il nostro, ma una previsione. Noi desideriamo il cambiamento, anche radicale, ma naturalmente ci poniamo il problema di verso quale lido s’indirizzeranno i voti in fuga e della conseguente governabilità. Non siamo per il tanto peggio tanto meglio, ma condividiamo le ragioni per cui gli italiani non ne possono più. E vorremmo che i partiti, o quel che resta di loro, capissero –ammesso e non concesso che siano ancora in tempo – quel che gli aspetta e ciò che può succedere al Paese. Ma, appunto, è difficile credere che possano averne la capacità, visto lo spettacolo cui ci fanno assistere.
Si dice che molto dipenderà dalla legge elettorale. È stato vero per molti anni e fino a qualche tempo fa. Ora è tema relativamente indifferente: non sarà una tecnicalità di conteggio dei voti o l’altra a indurre maggiore o minore disponibilità degli italiani verso questa offerta politica. Né sarà questa o quella legge elettorale a determinare il quadro politico successivo alle elezioni. Noi restiamo fermamente convinti che sia meglio una legge di forte ancoraggio europeo, e che le uniche due esperienze copiabili – a patto che vengano importati anche i rispettivi sistemi istituzionali –siano la tedesca e la francese. Preferiamo il sistema tedesco, ma piuttosto che un qualche pasticcio all’italiana, ben venga quello transalpino. Tuttavia, salvo adottare un maggioritario ancor più sfacciato di quello in vigore, il tema vero sarà quello che il basso consenso costringerà nuovamente a riunire le forze residue in larghe coalizioni. Ed è per questo che se ciascuno degli attori in campo avesse un briciolo di cervello residuo, si affiderebbe ad un sistema di tipo proporzionale, correggendo la dispersività con una robusta soglia di sbarramento (non meno del 5%), a sua volta corretta dal diritto di tribuna.

Ma in tutti i casi il nodo da sciogliere è un altro: chi erediterà il voto in uscita dai vecchi recinti della sinistra, del centro e della destra. Che accada prima delle prossime elezioni – ripetiamo, con tutta probabilità quelle europee, considerato che riteniamo improbabile una caduta del governo anche dopo la decadenza da senatore di Berlusconi – perché nel frattempo avverrà l’implosione di Pdl e Pd, o che avvenga dopo le urne per effetto del “voto contro” degli italiani, la questione delle questioni è la nascita di nuovi soggetti politici – avulsi rispetto agli attuali – capaci di incanalare la protesta.

La nostra speranza e il nostro impegno è che ciò avvenga a favore di soggetti alternativi ma non protestatari e populisti (massimalisti di sinistra, qualunquisti di destra, genericamente agnostici). Ma è dura. Perché all’orizzonte non c’è ancora niente, e il tempo stringe. Maledettamente.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica

09/11/13

mercoledì 5 giugno 2013

la legge che NON abolisce il finanziamento pubblico ai partiti


tanto tuonò che piovve. dopo anni di polemiche sui fiumi di denaro convogliati dallo stato nel pozzo senza fondo delle casse dei partiti, in barba al referendum che abrogò il finanziamento pubblico (prontamente reintrodotto ribattezzandolo "rimborso elettorale"), la montagna ha partorito il topolino del disegno di legge governativo. l'ennesimo caso di funambolismo semantico, dove si dichiara solennemente che il finanziamento è abolito ma poi lo si reintroduce sotto mentite spoglie, come spiega l'articolo di Giovanni Cominelli pubblicato su L'Eco di Ber gamo. per cui la legge sull'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti tutto fa fuorché abolire il finanziamento pubblico ai partiti.  

quousque tandem abutere, catilina, patientia nostra?

"Tra il 2016/17 la legge dovrebbe andare a regime. Solo che il ddl «rimodula», ma non abolisce affatto! Il finanziamento attraverso i rimborsi elettorali – circa 150 milioni all’anno –, scacciato dalla porta, rientra dalla finestra in molti modi. Il primo è quello del finanziamento dei gruppi parlamentari (75 milioni annui) e regionali (70 milioni). Il secondo è il previsto due per mille drenato dalle tasse con detrazioni al 52% per importi compresi fra 5 e 5.000 euro annui e al 26% per importi tra i 5.001 e i 20 mila euro. Il terzo sono le agevolazioni per la stampa, per la comunicazione tv, per l’uso degli immobili.
Le circa 80 Fondazioni, legate a correnti e a persone di partito, continueranno ad incassare ogni anno contributi per quasi mezzo miliardo.

Ma le spese maggiori, che finora nessuno ha «abolito», sono quelle per il funzionamento delle

Camere. Nel 2012 sono costate 1,5 miliardi, dieci volte di più del finanziamento dei partiti. Il nostro Parlamento costa il doppio di quelli europei. Lo stipendio medio di un dipendente – dall’autista, al barbiere, al commesso – è di 150 mila euro all’anno. Un insegnante prende 30 mila euro all’anno; un preside, che dirige una scuola di mille alunni e 120 insegnanti, ne prende 60 mila! Se, poi, scendiamo «giù per li rami» delle istituzioni regionali, provinciali e comunali, i soldi pubblici finiscono in stipendi per «lavori» privatamente utilissimi, socialmente inutilissimi. La Regione Lombardia conta un dirigente ogni 80 dipendenti; Sicilia e Molise un dirigente ogni 9 dipendenti. Resta il terzo capitolo di spesa, quello dei «rappresentanti» nazionali, regionali, provinciali, comunali e di... zona: è il più alto in Europa e nel mondo.

Chi ha costruito questa mostruosa macchina di rappresentanza/governo inefficiente e dissipativa? È l’immoralismo delle classi dirigenti politiche? O quello della società civile complice, che le sceglie? Da sempre, la natura umana è quella che è. Ma sono le cattive istituzioni che fanno emergere il lato peggiore degli uomini che le abitano."


GIOVANNI COMINELLI

L'Eco di Bergamo 06/06/13

foto: tabelle sul finanziamento pubblico ai partiti mandate in onda da Porta a porta, Rai1

martedì 21 maggio 2013

#scoop! #hitler ha copiato #grillo [ma #M5S non lo sa]

photo: infoaltra
grazie all'amico di twitter filippo pasini @fil_pasini sono venuto in possesso di un documento sconvolgente, che dimostra come adolf hitler si sia ispirato, nella sua propaganda politica, agli slogan e stilemi dialettici di beppe grillo. ma leggete voi stessi:

“…i contadini, gli operai, i commercianti, la classe media, tutti  sono testimoni… invece loro preferiscono non parlare di questi 13 anni passati, ma solo degli ultimi sei mesi… chi è il responsabile? Loro! I partiti! Per 13 anni hanno dimostrato cosa sono stati capaci di fare.  Abbiamo una nazione economicamente distrutta, gli agricoltori rovinati, la classe media in ginocchio, le finanze agli sgoccioli, milioni di disoccupati.. sono loro i responsabili! Io vengo confuso.. oggi sono socialista, domani comunista, poi sindacalista, loro ci confondono, pensano che siamo come loro. Noi non siamo come loro! Loro sono morti, e vogliamo vederli tutti nella tomba! Io vedo questa sufficienza borghese nel giudicare il nostro movimento...mi hanno proposto un’alleanza. Così ragionano! Ancora non hanno capito di avere a che fare con un movimento completamente differente da un partito politico…noi resisteremo a qualsiasi pressione che ci venga fatta. E’ un movimento che non può essere fermato… non capiscono che questo movimento è tenuto insieme da una forza inarrestabile che non può essere distrutta..noi non siamo un partito, rappresentiamo l’intero popolo, un popolo nuovo…” (adolf hitler, dal comizio di chiusura della campagna elettorale per le elezioni parlamentari tedesche, anno domini1932)

l'unica spiegazione possibile è sconvolgente: hitler, che era in contatto con circoli magico-esoterici  e propugnava il ritorno ad un paganesimo mistico e arcano, dev'essere riuscito ad attingere ad una qualche forma di divinazione che gli ha consentito di superare le barriere dello spazio/tempo e leggere nel futuro. colui che si sarebbe autoproclamato fuehrer del "reich dei mille anni" ha così potuto impunemente plagiare i cardini ideologici, il lessico, gli stilemi retorico-dialettici e finanche il tono di voce di un grande comico e uomo politico italiano del XXI secolo, il nostro beppe grillo. 

ecco quindi l'odio contro i partiti politici, fonte di ogni male; ecco la strumentalizzazione abilissima della crisi economica, con la disoccupazione dei lavoratori e lo svuotamento della mddle class; ecco la rivendicazione della differenza ontologica e morale del movimento contro il marciume dei partiti; ecco il rifiuto sdegnoso di qualsivoglia ipotesi di alleanza e mediazione, che sono gli strumenti cardine della politica democratica; ecco la volontà di superare la democrazia parlamentare a favore di un leaderisimo carismatico che si propaga attraverso i nuovi mezzi di comunicazione di massa (ieri la radio, cruciale per hitler e mussolini, oggi il web 2.0); ecco il rifiuto del dialogo e confonto interno al movimento [certo poi adolf ha un po' esagerato con "ein Reich, ein Volk, ein Fuehrer"], ecco infine il linguaggio di morte, l'additare come morti gli avversari, anche se hitler ha radicalizzato il verbo di grillo e ha virato il "mandiamoli a casa" in un più schietto "mandiamoli nella tomba".

che dire? siccome grillo denuncia che per colpa della politica lui non lavora più, noi siamo preoccupati soprattuto per i diritti d'autore: beppe, da buon genovese, dovrebbe chiederli ad adolf che lo ha plagiato leggendo nel futuro. ma la siae, per esigere i suoi crediti, arriva fino all'inferno?

sabato 16 marzo 2013

#Grillo e l'ultimo treno della politica

il grillo in agguato [photo: 123RF]
forse persino Bersani ha ormai capito che con Grillo e il Movimento 5 Stelle è impossibile fare alleanze. la finalità dichiarata dei Penta Stelluti è il superamento della democrazia parlamentare e il rifiuto dei partiti. a questo punto qualsiasi dialogo sembra controproducente e suicida.

ma cosa ci insegna la lezione di Grillo, o meglio del suo straordinario successo elettorale? ci insegna semplicemente che la gente è arcistufa di come i partiti hanno finora interpretato la politica, e ha inviato a lorsignori un potentissimo segnale di volontà di cambiamento. Grillo ha raccolto consensi persino tra quegli imprenditori che oggi invocano che si faccia un governo alla svelta e che l'Italia non vada a carte quarantotto. una parte di elettorato scontento che contraddice se stesso ma non va lasciato inascoltato.

in che cosa il movimento di Grillo può essere rivoluzionario davvero? nel convincere i partiti tradizionali come Pd e Pdl ad un radicale cambio di passo. nel Pd urge un passaggio di mano a Renzi, che porterebbe l'elettorato postcomunista ad allargarsi a fasce liberali e liberiste sottraendo voti sia alla base Pdl scontenta di Silvio sia allo stesso Grillo, e determinando così una mutazione del DNA del Partito Democratico in una vera forza liberal.

anche il Pdl non può aggrapparsi in eterno alla gigantografia di Berlusconi-Silviocè, anche perché  (Dio non voglia, ma) non foss'altro per ragioni anagrafiche prima poi il leader maximo sarà costretto a passare la mano. da partito azienda il Pdl sarà costretto diventare un vero partito di centro destra, pena il suo dissolvimento.

a questo punto forse non saremo mai un paese normale, ma potremmo diventare un pochino meno anormali. e soprattutto questo rinnovamento sarebbe la base per quella colossale operazione di pulizia e smagrimento della politica da tutti auspicata.

questo è l'ultimo treno per il rinnovamento pacifico della politica, treno passato il quale tutto è possibile e si aprono scenari a dir poco inquietanti. Grillo non sarà mai il capotreno come lui forse spererebbe, ma con il suo spauracchio che terrorizza i partiti tradizionali potrebbe essere, senza volerlo, un utilissimo capostazione che fischia la partenza del convoglio. chi si è laureato in Alabama chiama questa cosa eterogenesi dei fini.

il treno sta passando, è l'ultimo, non ne arriveranno altri: o i politici nostrani lo prendono al volo, oppure che Dio abbia pietà della nostra anima.

venerdì 8 marzo 2013

#elezioni e #governo: noi non siamo normali

siamo messi bene. in un paese normale, dopo un risultato elettorale come il nostro il partito di destra si mette d'accordo con quello di sinistra e si fa una grande coalizione. sopratutto se tutti insieme si è ratificato il trattato europeo del fiscal compact, che priva di senso la distinzione tra destra e sinistra in un'ordalia di tagli e tasse per i prossimi 20 anni. e ancor più se oggi serve fare fronte comune per rimodulare i trattati europei.

ma noi non siamo un paese normale.

da noi il partito di destra è un partito azienda usato dal suo proprietario come scudo verso i suoi personali guai giudiziari. dall'altra parte il partito di sinistra ha fatto tutta la campagna elettorale con un motto demenziale, "smacchiare il giaguaro", che adesso rende difficile spiegare ai suoi elettori che bisogna diventare l'amico del giaguaro.

il terzo partito emerso dalle urne, il Movimento 5 Stelle di Grillo e Casaleggio, non ha invece alcuna intenzione di sporcarsi le mani a governare. preferisce logorare le altre forze politiche in una lunga guerra di posizione, volta al superamento della forma partito novecentesca e all'instaurazione di una fantomatica democrazia diretta (anticostituzionale e oggettivamente eversiva) web 2.0.

purtroppo Bersani non ha capito. non ha capito la natura dadaista del movimento di Grillo e Casaleggio e non ha capito che vogliono prenderlo in giro per gettarlo nel ridicolo. non avendo capito si rende ridicolo da solo senza bisogno che ci pensino altri.

a questo punto se il partito di destra e quello di sinistra non vogliono mettersi d'accordo è meglio tornare subito alle urne. subito, prima cioè che Grillo guadagni nuovi consensi e anzi approfittando dell'intrinseca debolezza del suo esercito parlamentare, molto simile all'armata Brancaleone. per avere chance di successo il partito di destra e quello di sinistra dovranno rinnovarsi e presentare idee e facce nuove: e qui grillo sarà servito eccome, non si butta via niente...

non c'è tempo da perdere. ogni giorno che passa l'Italia si avvicina al baratro della Grecia. se vogliamo veramente rinegoziare i Trattati europei c'è bisogno di un governo forte e di un interlocutore affidabile, dotato di una robusta base parlamentare.

l'alternativa è uno splendido suicidio del sistema paese, che aprirebbe a scenari imprevedibili e - il ciel non voglia - forse financo novecenteschi.