domenica 7 luglio 2013

la #spendingreview e l'estinzione dei burosauri

Il mitico TPS aveva visto lungo
[photo: Ilpeggio]

UN SOLO OBIETTIVO RIDURRE LA SPESA

di  PINO ROMA
L'Eco di Bergamo 7/7/13

l livello raggiunto dal debito pubblico – oltre
2.000 miliardi di euro –
ci obbliga ad emettere
ogni anno 400 miliardi di titoli e a pagare 80 miliardi di
interessi. Tale obbligo è la
causa principale del permanere di una condizione di oppressione fiscale per le imprese, i lavoratori e le famiglie, ostacola enormemente la crescita e ci espone alla speculazione internazionale.

L’uscita dall’euro non servirebbe certamente ad alleggerirci da quest’obbligo, né sarebbe una soluzione salvifica quella di superare il principio del pareggio di bilancio. In presenza di un debito così elevato,
l’obiettivo primario rimane quello di ridurre sensibilmente la spesa, in particolare quella improduttiva, per rendere sostenibile il debito ed evitare che si avvii una spirale pericolosa dove a maggior debito corrispondono maggiori tensioni sul mercato e, soprattutto, minore crescita. Questo obiettivo fu posto in primo piano dal compianto ministro del Tesoro Tommaso Padoa Schioppa, che si propose di sostituire al sistema dei tagli lineari il metodo della spending review, con l’intento di realizzare tagli incisivi ma selettivi della spesa. Ciò non gli fu possibile per la breve durata di quel governo. Il ministro del Tesoro che gli successe, Giulio Tremonti, continuò nella prassi di contenere il debito attraverso tagli lineari, certamente di più agevole realizzazione anche se foriera di indubbie iniquità e di risultati modesti.

Con l’avvento del governo Monti, è stato approvato dal Parlamento un emendamento che ha fissato, finalmente, come obiettivo prioritario la realizzazione della spending review. Il compito è stato affidato ad un’apposita Commissione, presieduta da Enrico Bondi, che, fortemente ostacolata dalla burocrazia ministeriale, ha prodotto risultati modesti, realizzando risparmi di spesa per soli 5 miliardi di euro. Il neo ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, collega per molti anni in Banca d’Italia di Padoa Schioppa, ha riproposto, in una recente intervista al Corriere della Sera, l’esigenza imprescindibile di una nuova energica azione di spending review. A sollecitargliela sono: gli impegni presi per i pagamenti alle imprese da parte della Pubblica amministrazione; gli incentivi per le ristrutturazioni; la rata Imu non pagata; il mancato
aumento dell’Iva; i fondi per la Cassa integrazione in deroga e quelli anticipati alle Regioni; lo sblocco dei versamenti per i vari terremoti. Non solo, perché il ministro ha ancora affermato: «Vogliamo
rilanciare l’economia riducendo le tasse sul lavoro e sulle imprese. Non possiamo farlo aumentando
il debito, quindi dobbiamo ridurre la spesa corrente. Riconvocheremo il comitato interministeriale
per il controllo della spesa e avremo un commissario straordinario».

È certamente questa l’unica strada per fare uscire il Paese da una situazione che apre scenari sempre più drammatici. Ciò che c’è da fare lo sappiamo da tempo. Ci sono enti e uffici inutili da sopprimere e altri da rafforzare. Ci sono imprese pubbliche da privatizzare, ci sono spese ministeriali da
tagliare consistentemente e dotazioni ministeriali da rifinanziare, come quelle per l’istruzione, perché funzionali a generare sviluppo. Ci sono centri di ricerca da sostenere e molti altri da eliminare.
Ci sono università da chiudere ed alcune da potenziare. Lo stesso vale per tribunali ed ospedali, alcuni dei quali anche pericolosi per la salute dei cittadini. Occorre ridurre i trasferimenti a quegli enti (Regioni, Province, Comuni) che dissipano denaro pubblico, ma anche operare aumenti nelle dotazioni degli enti virtuosi.

Rispetto a tutto ciò, le continue contrapposizioni che ostacolano l’azione dell’attuale governo, che,
nonostante la larga maggioranza di cui dispone, vive una situazione di evidente precarietà, non lasciano spazio a ottimismi. Forse, il segnale più confortante registrato nei mesi scorsi è rappresentato dalla volontà del governo di rivedere e porre in discussione i rapporti tra politica e burocrazia.
Negli ultimi anni c’è stata una crescita abnorme del potere di strutture e di personaggi dell’alta burocrazia che sono nati nell’ombra della politica e hanno poi finito per condizionarla. Nella giusta direzione, quindi, va la decisione del governo di sostituire alla guida della Ragioneria Generale dello Stato Mario Canzio - definito il «signor no» e ritenuto l’unico vero interprete dei conti dello Stato - con Daniele Franco, proveniente dall’Ufficio Studi della Banca d’Italia. Sarebbe opportuno che a questa decisione seguisse anche l’avvicendamento dei massimi burocrati tra i vari ministeri, in modo da evitare l’accumulo di eccessivi poteri personali.

I responsabili politici dovrebbero ormai essersi resi conto che la gran parte dei cittadini è ben consapevole della necessità di scelte radicali e razionali in ogni comparto della spesa pubblica e sa bene che
dalla situazione di grave crisi che stiamo vivendo si può uscire solo con scelte coraggiose e ancorate
solo all’interesse generale.

martedì 2 luglio 2013

#spendingreview o spending deppiù?


L’intervista
Stefano Visalli
[photo: officinedemocratiche]
STEFANO VISALLI
analista di problemi finanziari

«La spesa si riduce
eliminando gli sprechi
Ma servono 5 anni»

Caccia alle risorse finanziarie per coprire i «buchi» che si creano nei conti pubblici magari perché si riducono voci di entrata come Imu e Iva.
È una spirale che va bloccata.
Basta con gli interventi sporadici o d’emergenza: serve, invece, un piano di riorganizzazione
della spesa pubblica a medio raggio, calibrato su un arco di almeno cinque anni, altrimenti la
toppa rischia di essere peggio del buco. È questa l’analisi di Stefano Visalli, analista di McKinsey
& Company, nota società di consulenza per la gestione di problemi finanziari e societari. Vissalli ha, tra l’altro, fatto parte della Commissione ministeriale per la revisione della spesa tra il
2007 e il 2008 e di fronte alle polemiche di questi giorni taglia corto:
«I centri di spesa – spiega – sono tanti e ramificati in ogni
livello dell’amministrazione pubblica. Basterebbe razionalizzarli, senza intaccare la qualità
dei servizi, per avere a disposizione trenta miliardi l’anno di
nuove risorse a disposizione dello Stato. Ma invece si preferisce
correre sempre dietro all’emergenza. Per non cambiare davvero le cose. L’emergenza rischia
di essere un alibi».

Spending revew, tagli alla spesa,
sua riqualificazione. Come e dove
trovare i soldi?
«Prima di tutto una doverosa premessa. Quello che è emerso
con estrema chiarezza dal lavoro fatto, a tale scopo, sia dalla
Commissione istituita dal compianto ministro Padoa Schioppa nel 2007 sia da quello svolto,
più recentemente, dai tecnici incaricati dal ministro Giarda è
che lo spazio per riorganizzare la spesa è uno spazio molto importante. Lo confermano anche le analisi
di McKinsey portate a termine in altri Paesi».

«Importante» nel senso
del valore economico?
«Sì. Non è difficile immaginare che questa riorganizzazione potrebbe liberare risorse per una trentina di
miliardi l’anno».

Due punti di Pil?
«Esatto ma il problema è che riorganizzare la spesa pubblica
vuol dire ristrutturare le modalità di erogazione dei servizi. Attenzione: non meno servizi ma
rivedere come questi vengono offerti».

Possiamo fare qualche esempio?
«Prendiamo il caso delle Prefetture, ma questo potrebbe valere
per qualsiasi altra "agenzia" erogatrice di servizi. Noi oggi abbiamo una Prefettura in ciascuna
provincia e il personale che vi lavora è più o meno indipendente dal numero degli utenti serviti.
Anche le cose che fa ogni Prefettura sono, più o meno, indipendenti dalla tipologia della provincia in cui si trovano ad operare questi uffici. Se uno ripensasse alla loro organizzazione, si
dovrebbe chiedere: "Ma quali sono le cose che effettivamente servono
nella mia provincia e quali, invece, vanno studiate per la popolazione di Roma?". Se
si ragionasse così ci accorgeremmo facilmente che un buon 30% delle attività svolte potrebbe essere razionalizzato. Una razionalizzazione che, col trascorre del tempo,
porta a risparmi ed economie di scala».

Il problema, allora, è come condurre in porto questa riorganizzazione?
«Certo, non si può procedere per decreto. Bisogna entrare nel
merito, rivedere la situazione, ristrutturare e riorganizzare, esattamente come farebbe una qualsiasi azienda. Gli spazi per operare e risparmiare ci sono. Peccato che questi stessi spazi non
possono essere usati per coprire l’Imu o l’Iva».

Perché?
«Perché bisogna ragionare in una prospettiva di cinque anni
con processi di riorganizzazione calibrati per questo arco temporale. Fatto questo, alla fine ci
si ritroverà con una trentina di miliardi di spesa in meno che
potranno essere reinvestiti proprio nei servizi. Ragionare sull’immediato, con la caccia alle
coperture di Iva e Imu, non mi sembra serio. Se lo si fa con questa enfasi e insistenza è solo perché la politica, in realtà, non vuol cambiar niente».

Forse l’emergenza incalza?
«Non credo che sia così. Penso invece che sia più difficile fare le
cose di cui ho parlato prima piuttosto che operare con i soliti tagli lineari a tutti gli enti statali. Verificare nel dettaglio quando, dove e come si spendono i soldi dei cittadini è una strada più ardua. Tocca interessi
concreti. Invece tagliare un po’ a tutti si tramuta nella solita, neutra, operazione contabile.
Quindi si preferisce percorrere la via più facile. Quella che, di fatto, non rompe gli equilibri e
che soprattutto non si fa nemici».■

Daniele Vaninetti
L'Eco di Bergamo, 03/07/13

sabato 29 giugno 2013

IL #GOVERNO DEGLI SPIEDINI


di GIORGIO GANDOLA
L'Eco di Bergamo, 29/06/13
Il nipote di Letta
[photo: Panorama]

In Dalmazia, vicino a Pisak,
c’è una trattoria che si chiama
Stalingrad. Il menù è un
trionfo di piatti: antipasti,
primi di pasta all’italiana, secondi di pesce, dessert. Ma
ad ogni richiesta il titolare risponde:
«Oggi questo finito, domani». Oggi si
possono ordinare sempre e solo cevapcici, spiedini con patate fritte e insalata di cetrioli. Ogni giorno così. Il domani di quell’oste non arriva mai e lui, per farsi perdonare, sull’ultimo cetriolo attacca a suonare la fisarmonica.

Quando il governo Letta ha deciso di
prendere tempo anche sulla faccenda
degli F35 abbiamo pensato all’arte del
rinvio del signor Stalingrad. C’era l’Imu da abolire o confermare? Tutto
rimandato a settembre. C’era l’Iva da aumentare o no? Tutto congelato fino a ottobre. C’era la legge elettorale da cambiare per dare al Paese uno strumento idoneo a ottenere solide maggioranze e governabilità? Tutto sciolto nel brodo delle parole. Domani. Oggi spiedini e patate fritte, il minimo indispensabile per poter dare la sensazione di crescita, il minimo indispensabile per
garantire la navigabilità, il minimo indispensabile sempre. Non c’è, o non c’è ancora, la dimensione
del sogno, dell’orizzonte da raggiungere, del rilancio da mettere in atto con idee nuove. Servono vigore, caro presidente del Consiglio, e ancora vigore. La fisarmonica mette malinconia, meglio una
schitarrata rock.

Per la verità una decisione ruggente dal governo Letta è stata presa: le dimissioni del ministro Idem. Il problema è che non l’ha presa lui, l’ha presa lei.

venerdì 28 giugno 2013

#quanto


quanta strada è passata, quanta acqua versata, quanti occhi guardati, quanti giorni sprecati, quante scelte affermate, quanti treni saltati, quanti bivi tagliati, quante porte spaccate, quanta voglia gustata, quanta notte imbiancata, quanta cosa saputa, quanta fede sperata, 
quanta cura vegliata,
quanta scienza studiata, quanta morte vissuta, quanta vita serbata

mercoledì 26 giugno 2013

la #rivoluzione americana è scoppiata per molto meno

il boston tea party, 16/12/1773
[photo: ogginellastoria]
una burocrazia sadica e assurda ci rende sudditi del caos e ci fa mantenere un apparato elefantiaco e inutile, ma il governo non capisce. non capisce di essere servo di un apparato ministeriale che se ne infischia dei vari "decreti semplificazione", perché dal caos e dalla complicazione trae la sua ragione di vita e il suo potere. la semplificazione vera di questi burosauri ne manderebba a casa la metà, come possono volerla?

in italia siamo giunti al paradosso che persino la direttiva bolkestein, magna charta europea di tutte le semplificazioni e liberalizzazioni, si è tradotta in un aggravio di burocrazia. questa è la tassa occulta che ci stronca, l'eterno UCAS o Ufficio Complicazione Affari Semplici che inventa, ad esempio, procedure pleonastiche per comunicare agli enti pubblici dati già in loro possesso. la SCIA (segnalazione certificata inizio attività) spesso serve proprio a quello, con l'aggravante della responsabilità penale se sbagli a comunicare qualcosa. quindi prima devi farti la firma digitale, che ora le camere di commercio manco distribuiscono più, rimadando a centri servizi e commercialisti (a pagamento). poi devi accedere a piattaforme telematiche farraginose e inusabili che non riconoscono la tua firma digitale, e suderai sette camice per abbinare un account di accesso servizi alla tua identità certificata dal dispositivo di firma. poi accederai a programmi di comunicazione dati come starweb, dove devi essere un marziano laureato in cibernetica che parla assirobabilonese per sperare di capirci qualcosa (ma anche l'associazione marziani ha lamentato difficoltà).


allora disperato chiamerai l'assistenza, un 199 a pagamento dove dopo barocchi costosi giri di risponditoria parlerai con un fantozzi che ti risponde dal sottoscala e non sa nulla della pratica che devi istradare. quindi avrai speso i tuoi soldi invano, anzi a volte ti lasciano in attesa per poi rimbalzarti causa congestione traffico (tanto tu paghi comunque la telefonata...).


a quel punto non ti resta che rivolgerti al commercialista, moderno scriba in grado di interpretare i geroglifici della burocrazia, e pagare anche a lui la sua decima, che per te è l'ennesima. la burocrazia è la tassa occulta del sistema produttivo italiano, il balzello beffardo e moralmente offensivo che opprime chi lotta nonostante tutto per mandare avanti la baracca, e andrebbe agevolato non azzoppato. la burocrazia è particolarmente nociva in quanto non solo comporta quotidiano dispendio di tempo e denaro, ma è uno sberleffo della pubblica amministrazione che allontana moralmente lo Stato dai produttori di ricchezza, e mina il patto sociale e fiscale alla base del sistema-paese. in parole povere un'inaccettabile presa per i fondelli di chi manda avanti la nostra improbabile nazione con enormi difficoltà.  un governo serio prudente e accorto dovrebbe avere come primo compito quello di evitare questo sfaldamento della coesione sociale, a partire dal tessuto produttivo che è alla base del ciclo economico.


le tasse vanno pagate e gli adempimenti procedurali onorati, non sono d'accordo con chi grida "stato ladro!" strizzando l'occhio all'evasione. ma non si può continuare a tirare la corda all'infinito con tasse salate senza servizi, balzelli demenziali e adempimenti impossibili e kafkiani a mo' di ciliegina sulla torta. ricordiamoci che è sempre lultima goccia che fa traboccare il vaso.

la rivoluzione americana (#sapevatelo) è scoppiata per molto meno.

sabato 22 giugno 2013

il #gombloddoh dell'info #tv

avvertenza: avendo partecipato per un anno a l'ultima parola, il talk show politico-eretico di Raidue condotto da Gianluigi Paragone, sono sicuramente infettato dalla teoria del complotto anzi #gombloddoh. proprio per questo non posso fare a meno di notare e mettere in correlazione alcune notizie di queste ultime ore sull' informazione televisiva.

l'ultima parola è messo in forse, non sappiamo se ci sarà nei palinsesti dell'anno prossimo (più no che sì), se ci sarà un programma rischia comunque di essere riveduto e corretto ad usum delphini: si fa addirittura l'ipotesi di un talk show politico senza politici.

in casa La7 chiude i battenti l'attuale gestione di In onda, talk show condotto da Luca Telese e Nicola Porro (ma forse più dal primo che dal secondo), che danno vita ad una diaspora: Telese a Canale 5 e porro a Rai 2 (nuovo programma politico del giovedì sera). la fascia di In onda, cioè la prima serata di sabato e domenica, verrà affidata da la7 a Lilli Gruber, che ora tiene la striscia dalle otto e mezzo alle nove e mezzo di sera.

"embè?", direte voi, si tratta di autonome scelte imprenditoriali di tre aziende ben distinte e indipendenti...ma ecco scattare la teoria del #gombloddoh: non è che per caso si può intravedere un'unica manina o manona che influenza i programmi di informazione di  tutte le tv nazionali italiane? ma andiamo con ordine.

l'ostracismo a l'ultima parola in rai è  dovuto a influenti politici del Pdl, e parliamo di Gasparri e romani, che sono direttamente riconducibili a Silvio Berlusconi. anche la7, dopo essere stata acquistata da Urbano Cairo, ex homo berlusconianus, si dice sia entrata nell'orbita del cavaliere. Canale 5 è sicuramente di Berlusconi. porro è il vicedirettore del giornale, quotidiano della famiglia Berlusconi.

quindi io non ho le prove (direbbe Pasolini), ma so che dietro i tre poli televisivi nazionali che stanno vivendo un rimescolamento di carte dei programmi di informazione politica c'è un unico soggetto, il nostro silvio forever.

ora qual è la lettura complottarda e paranoica di tutti questi sommovimenti? semplice signori, il gioco si fa duro e i duri cominciano a giocare. mediobanca in un suo studio ci dice che l'Italia rischia il default entro sei mesi se non cambia qualcosa,incredibilmente avvalorando una fosca previsione di Grillo. la tensione sociale cresce di giorno in giorno insieme al rischio di instabilità politica. il governo letta è sotto ricatto permanente di Silvio Berlusconi, che minaccia ogni due per tre di far crollare la baracca se non vengono assecondati i punti del suo programma elettorale come l'abolizione dell'imu prima casa e dell'aumento iva. in pratica la campagna elettorale non è mai terminata.

in un momento economicamente così difficile e politicamente così delicato avere il controllo dell'informazione a reti unificate è il sogno di qualsiasi leader politico. programmi di approfondimento liberi e senza peli sulla lingua, di tendenza e amplificati sui social network come l'ultima parola e in onda diventano voci fuori dal coro che non ci si può permettere? meglio sedare sopire e ridistribuire le carte, in modo da avere sempre il controllo del banco?

ognuno tragga le sue conclusioni, purtroppo, come dicevo, un anno all'ultima parola mi ha traviato con la teoria del #gombloddoh, la mania di unire i puntini con una linea per vedere che disegno ne esce...
ah, e so che mi state per fare l'ultima domanda: e Santoro? ragazzi ma devo insegnarvi tutto. Santoro è quel genio del talk show politico che ospitando  Berlusconi nella celebre puntata del duello con Travaglio ha fatto risorgere mediaticamente il cavaliere dalla tomba, e aperto la strada alla sua vittoria o quantomeno non-sconfitta elettorale. da lì è venuto poi il governo letta - alfano con la golden share per il pdl, che può ritirare la fiducia all'esecutivo quando vuole.

basta, ma fermiamoci prima che dotti medici e sapienti mi facciano portar via, che sono queste idee balzane e sovversive.

potranno pure chiudere o rimodulare lultima parola, ma come vedete su di me ha già provocato danni permanenti.

#giscard: la #crisi? l' #europa ne uscirà tra 10 anni


Giscard: una crisi pilotata
L’Europa ne uscirà tra 10 anni

«Bisogna ritrovare uno scopo, una direzione di marcia. Torni l’asse Parigi-Berlino
Dopo la Grecia potrebbero attaccare l’Italia e la Francia. Letta? Una buona scelta»
DI EMANUELE RONCALLI
Valéry Giscard d’Estaing (photo: hellenandchaos)

L'Eco di Bergamo, 22/06/13

Lo stile, impeccabile, è quello di sempre. Giacca slim, pantaloni a sigaretta che lo rendono
ancora più alto e regale. Ma è il
viso lungo, affilato, con quegli
occhi piccoli e il sorriso a labbra chiuse – quasi un marchio
di fabbrica – che pare intramontabile.
Valéry Giscard d’Estaing, 86
primavere, è sempre quello degli Anni Settanta, quando con
Helmut Schmidt (allora entrambi erano ministri delle Finanze) iniziò a parlare di unificazione monetaria europea.
Ma di lui molti ricordano l’entrata in scena come scalpitante presidente. Lo incontriamo alla Nunziatura apostolica di Francia, dove è stato invitato in occasione dello scoprimento di un busto di
Papa Giovanni, realizzato da Carlo Balljana, presente il nunzio monsignor Luigi Ventura, il
ministro degli Interni francese Manuel Valls, una delegazione bergamasca con l’arcivescovo
Gaetano Bonicelli, il nipote di Giovanni XXIII, Beltramino Roncalli, Emanuele Motta, Franco Ghilardi.
E Giscard d’Estaing appare subito disponibile a rispondere ad alcune domande sul Vecchio
Continente attanagliato da forti crisi.

Presidente, lei è pessimista o ottimista sul futuro dell’Europa?

«Non è questo il problema. Non è questione di essere pessimisti o ottimisti. Bisogna avere un obiettivo chiaro, una direzione chiara. L’Europa non può vivere alla giornata, anche con posizioni
contraddittorie e confuse, occorre avere una direzione forte o sale il malcontento della
gente, bisogna dire quale obiettivo ci poniamo e perseguirlo.
In poche parole in questo momento l’Europa soffre soprattutto
per non avere uno scopo».

Per la gente l’obiettivo è il lavoro
che sembra mancare ovunque.
«Questa è
una conseguenza.
Nessuno
ha deciso di ridurlo, è l’effetto
di una situazione generale.
Per raddrizzare questa situazione occorrerà una decina di
anni con politiche economiche e finanziarie europee».
Da dove nasce
questa crisi?
«La crisi è una
crisi bancaria.
Ma non dell’euro. Il lavoro delle banche è stato per alcuni
versi sregolato,
molto speculativo.
E come ho detto anche in altre occasioni,
il lavoro delle banche
americane
e delle “officines”
(società
segrete,
ndr) è stato quello
di organizzare la speculazione in Europa».
Un progetto, un’agenda pianificata ai danni dell’Europa?
«L’ho detto, parlando di una
mano anonima dei mercati con
l’obiettivo di portare a una demolizione controllata dell’euro: prima attacchiamo la Grecia, poi l’Italia e poi la Francia».
E per l’Italia cosa vede?
«Intanto vedo con positività la
Valéry Giscard d’Estaing mentre presiede la Convenzione europea L’ex presidente francese alla Nunziatura apostolica di Francia L’ex cancelliere Helmut Schmidt
scelta del vostro nuovo presidente del consiglio, Enrico Letta. Lui è giovane».
Veniamo all’asse franco-tedesco.
Lei ha incarnato con il cancelliere
Helmut Schmidt una delle coppie
mitiche degli anni d’oro delle relazioni tra Francia e Germania.
Cosa ricorda di quel periodo che
potrebbe essere applicato oggi fra
la Merkel e Hollande?
«Ne ho parlato pubblicamente
poche settimane fa. C’è molta
comunicazione, ma poco lavoro.
Helmut ed io avevamo fissato
una regola, alla quale ci siamo
tenuti durante i sette anni: e
cioè che mai una dichiarazione
dell’uno fosse diversa dell’altro.
Sarebbe un buon esempio su
cui tornare».
Tra Francia e Germania non corre
buon sangue?
«Parigi e Berlino dovrebbero
essere partner, non avversari,
l’antagonismo dà una brutta
immagine dei due Paesi che sono i principali in Europa.
Il mondo è cambiato, siamo già
troppo piccoli. Nel 2040 ci saranno nove miliardi di abitanti
nel mondo.
Né Francia né Germania rappresenteranno l’1% della popolazione globale.
Se questi due Paesi competono,
non ci sarà nessuna Europa, ma
ci sarà una raccolta di Stati.
Mentre si hanno grandi Paesi
come la Cina. Così l’Europa
sarà una sorta di frammentazione».
L’Europa è ancora un cantiere in
costruzione?
«Credo sia relativamente facile da fare, non senza però dare
un tempo ragionevole: il 2030.
Bisogna fissare un obiettivo
economico e sociale: avere la
stessa moneta, lo stesso equilibrio di bilancio e la stessa fiscalità, la stessa tassazione nei
prossimi quindici anni. E bisogna cominciare subito.
La fiscalità è considerata da
tutti come un attributo della
sovranità. Occorre ridurre le
differenze della fiscalità.
Chi sceglie l’integrazione deve
beneficiare di condizioni identiche in tutta la zona per il lavoro, l’investimento, la ricerca».
La gente è pronta al cambiamento?
«L’opinione pubblica sì, la politica no. E incapace di riformarsi, troppo numerosa. Abbiamo
più parlamentari rispetto agli
Stati Uniti. I tagli vanno fatti
anche qui».■