venerdì 12 dicembre 2014

La crisi non molla Servono statisti non «capipopolo»

Il 12 agosto, in un intervento pubblico, il premier, Matteo Renzi, ha dichiarato: «L’Italia è in una situazione drammatica, ma possiamo farcela». La situazione è, dunque, difficile e pericolosa; potrebbe finire anche tragicamente, ma non dobbiamo perdere la speranza. Grosso modo le parole di un medico, che curando un paziente in condizioni gravi e di pericolo, non nasconde la drammaticità del momento, ma conforta i familiari, dicendo che la speranza non deve andare perduta, giacché lui stesso resta fiducioso.

Il dramma troverebbe sintesi nel concretarsi di una condizione di deflazione, ossia: una generalizzata tendenza dei prezzi a flettere. Quando tale sia l’orizzonte economico: sono differiti i consumi in beni durevoli; cala la propensione agli investimenti di impresa; aumenta il peso dei debiti, per chi è ricorso al mercato del credito; i saggi di interesse, ancorché nominalmente molto bassi, possono essere alti in termini reali; i risparmiatori inclinano a divenire rentiers e investono in titoli del debito pubblico; divengono alquanto privilegiati, ma esuberanti come numero, i dipendenti della pubblica amministrazione, garantiti dal posto fisso; e via elencando. In breve: la deflazione si congiunge con un’alta avversione al rischio. Per questo fa scattare il segnale di pericolo. I governi sono allora propensi: a nuovi investimenti pubblici finanziati in disavanzo; a concedere incentivi per nuovi investimenti di impresa; ad allentare i vincoli burocratici; a rendere molto flessibili i contratti di lavoro; a sollecitare la politica monetaria verso scelte così dette «accomodanti», sperando che riprenda un’inflazione, sia pure molto contenuta; a stimolare investimenti esterni e a importare risparmio meno avverso al rischio; a un controllo più rigoroso per contenere la spesa pubblica corrente; e così via.

Resta da capire se tutto ciò sia possibile al governo italiano, al presente. La risposta affermativa è tutta collegata con l’attuazione di riforme strutturali, che per ora hanno difficoltà ad essere approvate dal Parlamento, e che potrebbero richiedere anche qualche trasferimento di sovranità all’Europa.

Certo, potremmo farcela! Non, tuttavia, in virtù di una distribuzione «a pioggia» di un bonus mensile di 80 euro o a motivo della approvazione in prima lettura della riforma del Senato. Non invocando che la Commissione di Bruxelles concordi su nuova spesa pubblica in disavanzo sul fondamento di riforme strutturali solo indicate come buone intenzioni.

Insomma, la crisi si supera e dal pericolo ci si allontana premettendo gli interessi generali del Paese a quelli elettorali della propria parte politica. Secondo esperienza, agendo da statisti e non da capi-popolo. Questo è il problema: direbbe Amleto!

Tancredi Bianchi

L'Eco di Bergamo, 13/12/14

mercoledì 26 novembre 2014

L'astensionismo alle regionali? E' il fallimento del federalismo



http://www.tubechop.com/watch/4217119

A La Gabbia del 23/11/14 si commentano i dati freschissimi della scarsa affluenza alle elezioni regionali in Emilia-Romagna (39,96%, elezioni precedenti 64,93%) e Calabria (44,08%, elezioni precedenti 59,26%).

Il conduttore Gianluigi Paragone mi dà la parola ed esprimo il mio "pensierino della sera". Il tutto sotto l'occhio attento della Viviana Beccalossi, Assessore al Territorio, Urbanistica e Difesa del suolo della Lombardia.

lunedì 3 novembre 2014

Lo Stato dei diritti negati: lavoro, casa, dove siete?



http://www.tubechop.com/watch/3887170

Ospite tra il pubblico a La Gabbia del 2/11/14, il conduttore Gianluigi Paragone mi dà la parola sui dirittti negati: lavoro e casa, con un occhio alle fasce sociali più deboli, quelle che sembrano invisibili agli occhi dei più.

sabato 25 ottobre 2014

Se Renzi si salda con Silvio (attenti a quei due)

SE BERLUSCONI DA' VIA LIBERA ALLE ELEZIONI VOLUTE DA RENZI ANDIAMO VERSO UN BIPOLARISMO “STRABICO”  

Se fosse vero che il recente risveglio di Berlusconi dopo mesi di letargo politico – “io non mollo e se torniamo in piazza possiamo vincere, anche da soli” – dipende dai disastrosi sondaggi che gli hanno fatto vedere, in cui Forza Italia sarebbe precipitata sotto il 12% e si appresterebbe a perdere pesantemente le prossime amministrative, si tratterebbe della miglior conferma che prende sempre più corpo l’ipotesi delle elezioni anticipate. Finora, infatti, la percezione che tutto congiurasse per chiamare gli italiani alle urne al più presto, la davano i comportamenti di Renzi. Per esempio quel cercarsi continuamente un nemico elettoralmente utile – i sindacati per l’opinione pubblica moderata, Confindustria e i poteri forti per quella progressista, ora l’Ue che entusiasma gli uni e gli altri – o fare scelte che fossero altrettanti richiami di consenso vasto (l’articolo 18 a destra, gli 80 euro a sinistra). Così come le forzature dentro il Pd, le comparsate televisive, la convocazione dell’ennesima Leopolda.

Ora, però, è l’avversario-amico di Renzi a dar corpo all’ipotesi che si vada presto a votare. Ormai lo conosciamo, Berlusconi: quando sente odore di competizione elettorale si rimette in pista, lancia segnali rassicuranti sulle sue intenzioni, riaccende vecchie polemiche. Si dirà: ma come, fino a ieri sembrava dirci che vedeva in Renzi la sua continuità, e ora, di colpo, proprio mentre la sua scomparsa dalla scena politica – sostituito da improbabili comparse – gli procura un vistoso (e ulteriore) calo di consensi, si prepara al voto? Sì, è così, e non c’è contraddizione tra le due cose. Perché Berlusconi non ha alcuna intenzione – né possibilità, peraltro – di insidiare il giovane Matteo. E più passa il tempo, e peggio sarà. Dunque, se Renzi sente l’esigenza di trasformare il suo livello di consenso popolare in forza parlamentare a lui vicina – rispetto ad ora in cui, pur avendo conquistato palazzo Chigi e il partito, controlla poco dei gruppi, specie al Senato – perché Berlusconi dovrebbe impedirglielo (ammesso e non concesso che ne abbia realmente le possibilità)? Qualcuno sussurra che il fondatore di Forza Italia avrebbe sentore che il presidente del Consiglio lo voglia fregare, disattendendo il cosiddetto patto del Nazareno. E allora? Intanto se c’è un motivo per cui Berlusconi considera Renzi un se stesso con 40 anni di meno è proprio per la sua spregiudicatezza. Dunque certo non se ne meraviglia. Ma poi, ciò che più conta, è che in cambio della sua “non opposizione”, il vecchio Berlusca non ha nessuna contropartita politica da chiedere, ma solo la salvaguardia della sua persona, della sua famiglia e dei suoi interessi economici. E sa – perché così farebbe anche lui a parti rovesciate – che Renzi lo tutelerà solo nella misura in cui, e fino a quando, quel drappello di parlamentari azzurri gli sarà funzionale.

Certo, le elezioni anticipate interessano a Renzi, non a Berlusconi, e quel presidio parlamentare forzista con il voto non potrà che diminuire. Ma qual è l’alternativa? Nessuna. Senza contare che il successo con cui Salvini sta operando la trasformazione della Lega da partito localista a partito ultra-nazionalista (e quindi nazionale) anti-euro, rischia di togliere altra acqua al bacino già sempre più ristretto di Forza Italia. Dunque, nelle prossime settimane siamo destinati ad assistere ad un ritorno sulla scena di Berlusconi non per tentare l’impossibile recupero, ma per rinnovare il patto con Renzi subito dopo le elezioni. A questo fine, l’accordo sulla legge elettorale si troverà, avendo entrambi la convenienza a sancire la vittoria di Renzi con un premio di maggioranza e a tutelare Berlusconi con uno sbarramento alto in modo da far fuori Ncd e i residui centristi, e impedire nuovi ingressi sulla scena. Già, invece della Terza Repubblica, stiamo sperimentando una sorta di “bipolarismo strabico”, in cui è già deciso chi sta in maggioranza e chi fa l’opposizione, avendo entrambe le parti pieno interesse a rivestire quei ruoli. In questo senso, vale il raffronto tra il Pd renziano e la vecchia Dc che ci siamo permessi di avanzare in questo spazio.

Uno che se ne intende come Marco Follini, ha scritto su Europa che in realtà la somiglianza è labile, perché la Dc aveva scelto la politica di coalizione (anche quando non aveva bisogno, come dopo il voto plebiscitario del 1948) perché non si fidava della possibilità egemonica, avendo coscienza dei propri limiti, mentre Renzi è un solitario a vocazione maggioritaria che il sistema delle alleanze lo rifiuta per principio. Ora è vero che Renzi non è né De Gasperi né Moro, così come è vero, però, che in giro non ci sono né i La Malfa né i Craxi. Ma, soprattutto, questa è una fase storica in cui il Paese è così arrugginito da richiedere prima di tutto un’azione di smontaggio dei sistemi e delle logiche che hanno permeato la Seconda Repubblica. Resta comunque il fatto che il Pd, così come allora la Dc, si è piazzato al centro del sistema politico, occupandone quanto più possibile gli spazi tanto a destra come a sinistra. E così facendo non può che uccidere il bipolarismo, che per definizione richiede che ci sia una sinistra e una destra in competizione tra loro. Esattamente come era nella Prima Repubblica, in cui c’erano predefiniti sia il partito di maggioranza (seppure relativa e dotato di alleanze) sia quello di opposizione.

È un bene o un male per il Paese? Per chi, come noi, ha difeso il sistema proporzionale dal pubblico ludibrio cui è stato sottoposto, e ha criticato il bipolarismo non solo per la versione armata (pro-contro Berlusconi) con cui è stato attuato in Italia, ma in assoluto come sistema non adatto al dna italico, sarebbe facile rispondere che è un bene. Ma attenzione: noi vogliamo costruire la Terza Repubblica, non riedificare la Prima. E dunque sarà bene tornare a ragionare su che razza di sistema politico stiamo andando incontro.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica

sabato 11 ottobre 2014

Pd stai sereno, ci pensa Renzi

È VENUTO IL MOMENTO
DI “ROTTAMARE” IL PD
ULTIMO BALUARDO
DEL VECCHIO SISTEMA

 Sull’articolo 18 le componenti del Pd ostili a Renzi hanno tirato la corda ma non fino al punto di romperla. Tardi, ma appena in tempo, si sono accorte che a strappare gli avrebbero fatto un piacere grande come una casa. Ma cosa faranno di fronte alle prossime provocazioni – che, statene certi, arriveranno presto e ancora più forti – del premier? Se, per esempio, il governo proponesse l’invio di un paio di Tornado a far la guerra all’Isis, resisterebbero alla tentazione di far scoppiare una rissa parlamentare che potrebbe anche avere come esito quello che stavolta è stato evitato?

A noi i partiti liquidi non piacciono, ma veder liquefare il Pd ci piace, e molto. Ma come, si dirà, siete contro i “non partiti” e poi volete che si dissolva l’unico soggetto politico che ha le caratteristiche del partito di massa, o comunque che ne ha conservato le sembianze? No, non c’è contraddizione. Intanto perché il Pd partito vero non lo è mai stato. Ricordate il momento della fondazione nell’ottobre del 2007? Veltroni fu eletto segretario non dal congresso ma dall’assemblea costituente del Pd, un organismo, composto da 2.858 persone, figlio delle nomenclature di Ds e Margherita. E sapete quando si tenne la prima assise congressuale, chiamata chissà perché “convenzione”? Due anni dopo, l’11 ottobre 2009, quando Veltroni si era già dimesso, sostituito da Franceschini, e il governo Prodi era caduto. Nel frattempo hanno inventato le primarie aperte a chiunque, che significa azzerare – anzi, mortificare – il ruolo dei tesserati. E un partito senza iscritti non è un partito. Non è un caso se in coincidenza con il quasi 41% delle europee, cioè il miglior risultato elettorale mai conseguito dalla sinistra (pur in percentuale e non in numero assoluto di voti), si registra il numero minimo di aderenti (100 mila contro il mezzo milione della segreteria Bersani).

Il secondo motivo per cui siamo spettatori plaudenti della parabola “morente” del Pd – sì, è una parola forte, ma la usiamo a ragion veduta – è perché esso contiene ancora tutte le ambiguità insite nel claudicante processo di trasformazione del Pci – che non ha mai metabolizzato fino in fondo il comunismo, tant’è che dovette aspettarne la formale caduta a Berlino come a Mosca per distaccarsene – cui si sono aggiunte le fragilità culturali e politiche della sinistra cattolica e la marginalità delle componenti laiche. Chiudere con il passato in modo definitivo, dunque, gioverebbe alla stessa sinistra, che potrebbe rinascere su basi più moderne.

Infine c’è un terzo motivo per cui guardiamo a quel che accade dentro il Pd con la speranza di chi avendo come propria ragione sociale la nascita della Terza Repubblica, auspica che si chiuda definitivamente la sciagurata stagione politica apertasi nel 1994. Suo malgrado, Renzi ha il merito di aver sepolto il bipolarismo bastardo su cui si è retto il gioco politico di questi vent’anni e a cui gli italiani hanno guardato – sbagliando – come al salvifico sistema che avrebbe rilanciato il Paese debellando la corruzione. Come sia andata, oggi non c’è bisogno di dirlo. Ora, l’irruzione sulla scena di Renzi, pur tra mille contraddizioni, ha consentito di archiviare entrambi i poli: il centro-destra si è liquefatto, del centro-sinistra è rimasto solo il Pd, che a sua volta si sta liquefacendo. E tutto questo è un bene, perché prima consegniamo alla storia (si fa per dire) la Seconda Repubblica e meglio faremo nel comunque difficile compito di uscire dal declino e far rinascere il Paese. Da questo punto di vista, Berlusconi non è più e mai più sarà un problema. Anche perché sembra essere tornato all’idea iniziale di quando, nel 1993, architettò la sua “discesa in politica” e certo non si attendeva il successo e le responsabilità del 1994: a lui basta un manipolo di parlamentari che gli consentano di tutelare se stesso e i propri interessi. Diverso è invece il Pd, che pur avendolo eletto segretario considera Renzi un corpo estraneo e ha una gran voglia di espellerlo per poter tornare come prima. Ma i rapporti di forza sono rovesciati, è Renzi ad avere il coltello dalla parte del manico. Ed è bene che lo usi come un macete. Anche perché non riuscirà mai a farlo suo, il Pd. E quindi tanto vale che lo “superi”. Come questo avverrà è dettaglio di cronaca, che sia nelle cose crediamo non ci siano più dubbi.

Fin dal primo momento, abbiamo detto che Renzi ci sembrava forte nella parte destruens e debole in quella costruens. Dunque non ci aspettiamo che sia lui – se poi invece lo fosse, tanto di guadagnato – l’architetto della Terza Repubblica, cioè di un nuovo ordine politico e di più moderni assetti istituzionali. Tant’è vero che quando si è mosso su questi terreni, dalla legge elettorale fino alla boiata della riforma del Senato, lo ha fatto molto maldestramente. Ma ci aspettiamo invece che sia pienamente capace di dare sepoltura al vecchio sistema. Sì, certo, avendola presa, quest’opera di rottamazione, prima di tutto dal lato delle persone, e con modi spicci, un po’ è sgradevole. Ma, si sa, la politica non è un “tea delle cinque”. Dunque, il rottamatore vada fino in fondo. Poi ne riparliamo.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica

mercoledì 8 ottobre 2014

Marchionne maestro nell'uso degli aiuti di Stato, di qua e di là dall'oceano



http://www.tubechop.com/watch/3706391

Nella puntata de La Gabbia del 5/10/14 Gianluigi Paragone modera il dibattito su Marchionne e il modello-Fiat. Intervengo per ricordare con quali soldi (pubblici) il manager eroe dei due mondi manda avanti la baracca, di qua e di là dall'oceano. All'ubiquo Mario Adinolfi che mi dà sulla voce preciso che gli aiuti di Stato americani sono serviti a salvare i posti di lavoro della Chrysler negli Usa, non certo quelli della Fiat in Italia che sono a rischio.

Ecco il mio live-tweeting dallo studio de La Gabbia (con una piccola spiegazione finale anche per l'On. Emanuele Fiano del Pd ospite in studio, anche lui alquanto fiatofilo):



sabato 4 ottobre 2014

RENZI, È VENUTO IL MOMENTO DI DARE UN SENSO AL SEMESTRE UE: RISCRIVERE TUTTE LE EURO-REGOLE

RENZI, È VENUTO IL MOMENTO
DI DARE UN SENSO AL SEMESTRE UE: RISCRIVERE TUTTE LE EURO-REGOLE

Il semestre europeo a guida italiana ha superato la metà della sua durata senza aver lasciato alcun segno. Né s’intravede all’orizzonte nulla che possa far pensare che nella seconda parte la musica cambi. Ma l’errore grave non è tanto quello di non saper bene cosa mettere in quella pentola, quanto di aver fatto inizialmente credere che ci avremmo cotto chissà quale piatto. La partita europea si gioca molto a Francoforte, poco a Bruxelles e niente nelle singole cancellerie, Berlino a parte. Dunque era non solo inutile, ma anche sbagliato, alimentare aspettative.

Tuttavia, ora si affaccia un’opportunità straordinaria per l’Italia, che Renzi dovrebbe cogliere al volo. Si tratta della finestra che la posizione italiana e francese sul deficit apre ad una riforma strutturale dei trattati europei, una riscrittura finalizzata a rimettere in moto l’arenato – ma sarebbe più giusto dire, mai partito – processo di integrazione politico-istituzionale ed economico-finanziaria dell’area euro. Attenzione, non si tratta di costituire improbabili cartelli mediterranei “espansivi” contro i maledetti “rigoristi” del Nord. Questa è una rappresentazione della crisi europea del tutto fantasiosa. È falsa non solo la contrapposizione Parigi-Berlino di cui si parla, ma anche solo la rottura del tradizionale asse franco-tedesco: basta pensare ai cambi voluti da Hollande nel governo, con l’estromissione degli anti-Merkel, o alla posizione di Moscovici, fino a ieri ministro che sosteneva più deficit e ora commissario Ue che chiede il rispetto dei vincoli di bilancio. È pure falsa l’idea che la stupidità – assolutamente conclamata – dei parametri europei, da quelli di Maastricht fino al “fiscal compact”, si combatta dando gas alla spesa pubblica corrente, come fin qui (e sono anni) hanno fatto i paesi “cicala”, Italia in testa. Ed è falsa la convinzione che in queste ore si sta diffondendo, secondo cui quella della Francia è una prova di forza muscolare, mentre è evidente che si tratta di una mossa di politica interna nel tentativo (disperato) di tagliare la strada all’ascesa della Le Pen all’Eliseo. Per carità, bene che riesca, ma se la destra populista e nazionalista è arrivata ad insidiare socialisti e gollisti è colpa di una politica che, tanto con Sarkozy quanto con Hollande, è stata fallimentare. E non per colpa della Germania.

Chi ci segue sa che la nostra è una posizione “liberal-keynesiana” – e non è un ossimoro, proprio perché non abbiano un approccio dogmatico – ma sa anche che abbiamo sempre sostenuto che non si poteva uscire con nuovi surplus di spesa pubblica dalla crisi causata da un eccesso di debito privato (la bolla immobiliare e finanziaria scoppiata nell’estate del 2007 negli Usa e trasferitasi immediatamente al sistema bancario mondiale) e tamponata con una moltiplicazione di debito pubblico (quello servito a immettere liquidità ed evitare il default creditizio). Comunque non facendo altra spesa corrente e non senza mettere al servizio di nuova spesa in conto capitale – gli investimenti pubblici, quelli sì che sono da fare – il patrimonio degli Stati, sottoponendoli così ad un sano dimagrimento (senza per questo sposare le tesi ultrà dello “Stato minimo”).

Dunque, evitiamo la puerile polemica anti-tedesca o non illudiamoci che domattina possa nascere l’asse Parigi-Roma. Anzi, i francesi ce li troveremo nemici sul vero terreno cui è necessario muoversi: unificare i debiti, trasformando quello medio dei paesi dell’eurozona (attualmente è circa il 90% del pil complessivo) nel debito dei nascenti Stati Uniti d’Europa. Sì, inevitabilmente ci dovranno essere tappe intermedie, ma nella direzione dell’integrazione occorre andare. Bisognava farlo già vent’anni fa all’inizio del processo di creazione dell’euro, tanto più occorre farlo ora se si vuole davvero salvare la moneta unica. Questo è il vero vulnus che mantiene i piedi d’argilla all’eurosistema, non il rigore – eccessivo, dogmatico quanto si vuole, ma almeno in parte necessario – predicato e praticato dalla Germania. Hai voglia ora di dire che la Merkel è cattiva perché vuole l’austerità e impertinente perché ci tratta come studenti a cui chiede di fare i compiti a casa. Hai voglia di evocare lo spettro della troika in nome della sovranità violata. Per sostenere certe tesi, anche quando sono giuste, occorre avere la necessaria credibilità, e Roma in questo difetta clamorosamente.

E allora, Renzi prenda la palla al balzo e predisponga nel tempo che ci separa dalla fine del semestre un road map per una nuova Europa. Si accusa la Merkel di essere una ragioniera? Bene, si dimostri di saper fare politica. Quella alta, con la P maiuscola. L’integrazione monetaria è monca senza quella politica, l’azione della Bce non è sufficiente a surrogare la mancanza di una politica economica comune. L’Europa rischia di affondare nel mare aperto della globalizzazione non (o non solo) per l’ottusità di politiche restrittive in una fase di stagnazione (per noi recessione) e deflazione, ma anche e soprattutto perché non esiste come soggetto unitario. Renzi, che ha il dono – fin troppo usato – di saper buttare il cuore oltre l’ostacolo, prenda un’iniziativa forte: convochi a Roma, nella sua veste di presidente di turno dell’Unione, i leader continentali che pesano e sparigli un gioco in cui rischiamo di finire stritolati prima di tutto gli italiani, ma con noi l’euro e l’Europa nel suo insieme. Se ci sei, batti un colpo, please.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica

                       
                       
                       


giovedì 2 ottobre 2014

Renzi governa con Berlusconi?



http://www.tubechop.com/watch/3676650

Nella puntata de La Gabbia del 28/09/14 il conduttore Gianluigi Paragone mi dà la parola, e dico che il re è nudo, e governa con Silvio...

lunedì 15 settembre 2014

Renzi: dimenticare Cernobbio

 MENTRE INFURIA LA GUERRA TRA I “POTERI DEBOLI” (ENI DOCET) NON BASTA ROTTAMARE CERNOBBIO  

TerzaRepubblica non ha mai creduto ai grandi complotti, e tantomeno ci crede ora che i poteri – tutti, da quelli politici e istituzionali a quelli economico-finanziari per finire con quelli mediatici – lungi dall’essere “forti”, come si insiste a definirli, sono debolissimi, anzi drammaticamente frantumati. Ergo, non crediamo che esista un gruppo di potere, e neppure un singolo “grande vecchio”, che stia organizzando in Italia chissà quali trame, come farebbe credere – anche grazie ad una sequenza temporale che effettivamente induce al sospetto – il combinato disposto tra le recenti inchieste giudiziarie (Eni), il brutale regolamento di conti ai piani alti di quel che resta del capitalismo italico e il repentino cambio di umore di alcuni media su Renzi e il suo governo.

Ma, allontanata l’ombra della dietrologia, rimane necessario analizzare il perché di certi accadimenti, e le loro correlazioni. Partiamo dalla notizia dell’inchiesta giudiziaria che coinvolge vecchi e nuovi amministratori dell’Eni per una fornitura nigeriana. Nonostante fosse cosa già nota, e senza minimamente sottolineare che l’Italia è l’unico paese al mondo in cui si perseguono come reati intermediazioni intercorse in transazioni internazionali che altrove vengono considerate di assoluta normalità, il Corriere della Sera giovedì ha sparato la vicenda in prima pagina. Ma con tutta evidenza, anche leggendo altri articoli il giorno dopo, nel mirino dello scoop (si fa per dire) non è l’Eni ma il presidente del Consiglio, accusato di aver agito con leggerezza al momento delle nomine fatte recentemente ai vertici delle più importanti società a partecipazione del Tesoro.

A parte due osservazioni a margine – perché il Corriere non l’ha detto subito, e perché, in un paese dove la magistratura è decisamente fallace dovremmo trarre deduzioni e conseguenze da un capo d’accusa e non da una sentenza – viene spontaneo associare questa scelta sia all’enfasi con cui si è dato conto delle ruvide dichiarazioni della Bce negli ultimi tempi, dalla “minaccia alla sovranità” al “dovete fare una manovra correttiva”, sia al taglio che gli editoriali del giornale del fu “salotto buono” hanno assunto da un po’ di tempo a questa parte, ultimo quello del duo Alesina-Giavazzi in cui si avvisa Renzi che gli è rimasto poche ore per dimostrare di essere capace di governare, altro che “mille giorni”. Insomma, viene il sospetto che dopo l’entusiastico sostegno iniziale al giovinotto di Firenze, ora si voglia fargli la pelle. Per carità, non saremo certo noi – che quando tutti suonavano la fanfara lo abbiamo criticato, pur costruttivamente – a negare che ci sia una lunga lista di doglianze da rivolgere a Renzi. Ma un conto è alimentare un confronto dialettico, altro è cecchinare. Renzi ha dunque fatto bene a difendere la nomina di Descalzi: così facendo ha difeso l’Eni e il suo management e ha difeso se stesso, ma soprattutto ha fatto capire che la magistratura non può diventare il filtro che seleziona la classe dirigente del paese, che abbia scientemente o meno questo obiettivo in testa.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica

mercoledì 13 agosto 2014

Tavecchio, le banane e i nuovi padroni del calcio

Il prossimo logo della Federazione Italiana Gioco Calcio?
[Photo: Globalist]
Immaginate un mondo dove i calciatori non sono asset delle squadre ma di fondi d'investimento, che comprano il loro cartellino. Immaginate un mondo dove i fondi d'invesitmento prestano i calciatori alle squadre perché questi si facciano le ossa in campo e diventino migliori, per valorizzare l'asset insomma. E le squadre sono ben felici di avere nella loro rosa un campione che non hanno dovuto comprare ma solo allenare e formare, oltre a pagargli lo stipendio. Immaginate che a quel punto siano felici anche le televisioni, che pagano alle squadre i diritti per la trasmissione delle partite. E immaginate un mondo in cui quando il fondo di investimento rivende il cartellino del calciatore (con ogni probabilità ad un altro fondo di investimento), una sostanziosa quota dell'affare (20-30 per cento) venga incamerata dalla squadra che ha fatto crescere il valore dell'asset, pardon del giocatore.

Ecco, se usate bene l'immaginazione capite che oltre le banane di Optì Pobà si apre un mondo nuovo, in cui soggetti patrimoniali esterni alle squadre determinano i destini del calcio (come del resto già accade ora col mondo sommerso delle partite truccate dalla criminalità organizzata italiana e internazionale che specula sulle scommesso). E capite come mai l'elezione del presidente Figc faccia oggi tanto scalpore. In gioco ci sono tanti tanti tanti soldi. E tutti sono contenti: fondi di investimento, squadre, Tv, calciatori a sontuoso stipendio. Fantascienza? Il sistema è tollerato dalla Fifa mentre non piace proprio per nulla alla Uefa, ma dal Brasile è stato già esportato in molti Paesi europei. E ora i fondi puntano al calcio italiano.

Tavecchio, che inizia la sua presidenza con la zavorra di un gaffe razzista fantozziana, è l'uomo debole che lascerà fare ai poteri forti, quindi l'uomo giusto al posto giusto al momento giusto?

Lo scopriremo solo mangiando (le banane).


sabato 19 luglio 2014

Renzi, quella tentazione elettorale

ECONOMIA, RIFORME, EUROPA
​TROPPE DIFFICOLTÀ, C’È IL RISCHIO
CHE RENZI VOGLIA RISOLVERE TUTTO ANDANDO ALLE ELEZIONI

Renzi è un politico che coniuga la capacità tattica, di cui è dotato in modo inversamente proporzionale a quella strategica, con la vocazione del giocatore di poker. Inoltre eredita un sistema politico che negli ultimi due decenni ha creato quella che potremmo definire una “democrazia declamatoria”, basata sulla negazione formale del potere – che ha cancellato il senso della responsabilità politica e creato forme di potere surrettizie quando non occulte – ed esclusivamente orientata alla ricerca e raccolta del consenso, e come tale produttrice di “non governo”. Inevitabilmente, il combinato disposto delle due cose spinge Renzi, il suo governo e l’embrione di sistema di potere che intorno a lui si sta coagulando a forzare la mano e i tempi di un cambiamento in sé salutare ma che richiede, per non essere solo distruttivo, di possedere una chiara visione di ciò che si vuole costruire in alternativa. Definire tutto ciò un attentato alla democrazia e attribuire a questo processo di trasformazione l’obiettivo di arrivare ad una dittatura, come una certo filone mediatico-intellettuale sta facendo, è un evidente forzatura, che tra l’altro finisce col rafforzare proprio chi s’intende combattere. Evidentemente il lupo perde il pelo ma non il vizio: lo si è fatto per anni puntando il dito accusatorio contro Berlusconi, e il risultato è stata benzina nel motore del Cavaliere e costruzione di processi giudiziari che, come dimostra l’assoluzione – ineccepibile – sul caso Ruby, non reggono alla prova della magistratura giudicante.

Dunque, sgombriamo il campo dalle sciocchezze, e parliamo di cose serie. Il vero tema è quello individuato negli ultimi giorni da un paio di articoli pregevoli di Galli Della Loggia e da uno non meno acuto di Salvati: di che pasta è fatto Renzi, cosa ha in testa e cosa serve al Paese in questa fase in cui si gioca tutto, sotto il profilo economico, della tenuta sociale, della modernizzazione istituzionale e amministrativa. Noi siamo convinti che si sia commesso l’errore di non dire la verità al Paese sulle sue reali condizioni di salute e che, di conseguenza, dopo aver evocato mille idee suggestive e usato la tattica di lanciare continuamente la palla in avanti senza badare a far goal, si voglia puntare alle elezioni anticipate nel più breve tempo possibile. Perché da un lato, il Renzi politico, a discapito del Renzi statista, vuole tradurre in forza parlamentare sua quel 41% che – inaspettatamente anche per lui – ha preso alle europee, e perché, dall’altro, il Renzi presidente del Consiglio vuole scavallare il 31 dicembre senza manovre correttive a suo carico ed evitando che le molte contraddizioni in cui il governo è caduto diventino palesi agli occhi dell’opinione pubblica. Anche qui, non c’è da scandalizzarsi se la dimensione mediatica prevale su quella programmatica – purtroppo, succede ormai stabilmente in tutte le democrazie occidentali, sempre più intrise di populismo e peronismo – ma certo non può essere l’unico faro che illumina l’azione del governo e l’unico metro di misura dei suoi risultati. È stato così con Berlusconi, e il disastro è sotto gli occhi di tutti. E, seppure con modalità meno sfacciate, è stato così anche negli anni del centro-sinistra, con l’aggravante che taluni obiettivi erano sbagliati in partenza e che alcune componenti della sua eterogenea maggioranza erano vocate solo all’opposizione quando non all’antagonismo duro e puro.

Ora, però, la somma tra scelte di politica economica di scarso respiro – i cui risultati sono misurabili con i numeri del pil, che definiscono una deludente “non ripresa” – l’affastellarsi di provvedimenti, spesso un po’ dilettanteschi nella loro formulazione, che sono andati a creare un micidiale “ingorgo legislativo” da cui non sarà facile uscire a discapito degli impegni presi (Senato, legge elettorale, titolo quinto della Costituzione, province, ecc.), e gli inciampi sul terreno europeo (“caso Mogherini” ma ancor di più “caso Letta”) che fanno significativamente scrivere di Renzi all’Economist “inexperience, improvisation and moments of vacuity”, sono macigni del cui peso il furbo e veloce presidente del Consiglio intende assolutamente liberarsi. E per farlo ci sono solo due modi: o cambiare registro, o approfittare degli errori altrui per imbastire una bella campagna elettorale in stile berlusconiano. Come? Vittimizzandosi. Se ci pensate, non gli sarebbe difficile. Primo: le opposizioni interne alle due maggioranze, quella sua (i ribelli del Pd) e quella rappresentata dal “patto di sindacato” neanche troppo occulto con Forza Italia (i malpancisti ostili a Verdini e al cerchio magico berlusconiano), lungi dal rappresentare un problema, gli consentono di dire agli italiani che così il Paese non si può governare e che devono dargli una maggioranza salda e tutta sua per poterlo finalmente fare. Secondo: l’ostilità sempre più evidente delle cancellerie europee sarà pure un fastidio al suo ego, ma consente a Renzi di raccontare ai suoi concittadini che quella egoista della Merkel e quei burocrati mangia pane a tradimento di Bruxelles e Strasburgo ci stanno affamando e che occorre dargli più forza per vincerli nella tenzone che contrappone i membri del club dell’euro. Terzo: se poi ripartisse, come non è da escludere, lo spread e la pressione speculativa sui nostri titoli di Stato, ecco un altro buon motivo per sollecitare il consenso di un Paese che avendo scelto – e qui sta il capolavoro politico-mediatico di Renzi di questi mesi – di avere fiducia pressochè cieca nell’unico soggetto rimasto sulla scena dopo la fine della Seconda Repubblica e il fallimento dei governi di transizione di Monti e Letta, non disposto così facilmente a disinnamorarsi. Solo che bisogna far presto. Se non capiamo male, fosse per lui urne anche subito. Ma tra semestre europeo e freno (sempre più allentato, però…) del Quirinale, la data più probabile è quella di marzo 2015. Domani, se ci pensate bene.

Certo, se Renzi imposta una campagna elettorale di stampo berlusconiano dopo essere stato a palazzo Chigi con modalità berlusconiane, può darsi che lui ne esca vincitore, ma di sicuro l’Italia ha tutto da perderci. Per questo speriamo – senza troppa convinzione, però – di sbagliarci.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica

sabato 21 giugno 2014

Grillo vuol fare il nuovo Ghino di Tacco?



http://www.tubechop.com/watch/3107991

La proposta di legge elettorale del Movimento 5 Stelle fa discutere, a La Gabbia del 18/06/14 esprimo il mio parere: si tratta di un modello proporzionale che ci riporterebbe indietro di 20 anni, con Grillo&Casaleggio nel ruolo di Ghino di Tacco che fu di Craxi, che con un partito di minoranza si poneva come ago della bilancia ricattando i partiti di maggioranza. Solo una legge elettorale maggioritaria ci salva da questo scenario che ben conosciamo, e ha bloccato per decenni la politica italiana.

venerdì 30 maggio 2014

Il referendum sull' #euro? C'è già stato e ha vinto #Renzi



http://www.tubechop.com/watch/2951157

A La Gabbia del 28/05/14 tanto per cambiare si parla di Euro. Il conduttore Gianluigi Paragone mi dà la parola e faccio una breve riflessione sulle elezioni europee, che in Italia si sono risolte in un plebiscito pro-euro e pro-Europa. Vittorio Sgarbi e Matteo Salvini ascoltano, Michele Emiliano e Mario Adinolfi concordano.

domenica 25 maggio 2014

sabato 24 maggio 2014

Italia al collasso se lasciasse l'euro

Italia al collasso se lasciasse l’euro
Il fronte anti-Ue frastagliato e diviso

L'Eco di Bergamo, 21/05/14

L’euro ha fatto bene all’Italia e abbandonarlo vorrebbe dire rischiare il default. Lo afferma Paolo Magri, direttore dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) di Milano. Per l’analista, che è un bocconiano di Bergamo, decisive saranno la crescita e la lotta alla disoccupazione.

Dinanzi all’offensiva antieuro, l’opinione pubblica fatica a vedere i vantaggi della moneta unica.

«Negli anni ‘90 l’Italia pagava per indebitarsi fino al 12% di interessi. I mercati internazionali – ovvero chi ci prestava i soldi – non si fidavano dell’Italia e dell’uso che faceva della lira. Per quanto paradossale possa sembrare, con l’euro l’Italia ha acquisito quote di sovranità in campo monetario che non aveva più, quanto meno perché adesso partecipa alle decisioni della Bce – invece di soccombere alle decisioni della potente Bundesbank del marco –: anzi, ne esprime il presidente, Mario Draghi».

Uscire dall’eurozona che conseguenze avrebbe?

«Anzitutto sarebbe una decisione da prendere in gran segreto per evitare enormi fughe di capitali all’estero. La lira si svaluterebbe molto, ma i guadagni per le imprese che esportano rischierebbero di essere compensati dall’impennata dei prezzi delle risorse energetiche (che si pagano in dollari). La conseguenza probabilmente più drammatica sarebbe sul debito pubblico. L’inflazione ne ridurrebbe il peso reale, ma la sfiducia dei mercati farebbe schizzare in alto gli interessi, con il rischio di rendere insostenibili gli oltre 2.000 miliardi di euro di debito. Il default dell’Italia potrebbe essere dietro l’angolo».

Non pensa che la contraddizione dell’Ue sia il mancato equilibrio fra ciò che è necessario fare in economia e ciò che è possibile fare sul piano del consenso politico?

«Il caso italiano è emblematico: un Paese fortemente europeista, ma dallo scoppio della crisi il consenso è crollato. Se i cittadini percepiscono solo i vincoli dell’Ue e non le opportunità, è inevitabile che il consenso crolli. Quel che conta è tornare a tassi di crescita sostenuti e combattere la disoccupazione>.

Non pensa che vi sia anche una responsabilità delle classi dirigenti?

«Se si guarda alle varie misure prese dallo scoppio della crisi i poteri della Commissione Ue sono aumentati. L’impressione è che però si vada verso un’Europa intergovernativa in cui i governi prendono – quando trovano l’accordo – le decisioni. Questo perché i Trattati Ue non erano stati pensati per affrontare una crisi così profonda e i governi hanno dovuto prendere l’iniziativa per rispondere con velocità, in assenza di adeguati strumenti giuridici. Ma quando le nuove regole introdotte andranno a pieno regime, la situazione tenderà a riequilibrarsi. Servirà comunque un po’ di coraggio in più».

La Germania è il grande accusatore ma anche il grande accusato.

«La Germania è un grande leader riluttante e intermittente. La sua leadership appare piena quando si tratta di ricordarci di fare i compiti a casa, ma risulta quasi assente nel delineare la strategia di crescita dell’Eurozona. Sbaglia chi critica Berlino, perché ci ricorda –a ragione – che un rapporto debito - Pil che corre verso il 135% è insostenibile. Sarebbe invece bene chiedere con forza alla Germania di dar conto di un decennio di crescita basata sulle proprie esportazioni, con poco riguardo a quelle degli altri Paesi Ue, e di politiche commerciali ed energetiche perseguite secondo un’ottica bilaterale e poco europeista».

Si sta però creando una faglia fra il Nord «buono» e il Sud «cattivo».

«Esistono differenze sul piano culturale, che si riflettono a livello politico ed economico. Il mandato di Schroeder prima e la Grosse Koalition poi sono stati vissuti dai tedeschi come momenti di vera unità nazionale. Questo ha permesso di vincere le resistenze sulla riforma della contrattazione sindacale – avvicinandola al livello delle imprese e calmierando i salari – e di rilanciare la produttività del lavoro. Ha certamente contribuito una predisposizione culturale a cedere sul piano individuale per il bene della collettività, accompagnata dalla promessa di averne un ritorno nuovamente sul piano individuale attraverso uno Stato federale più forte e con un sistema di Welfare efficiente. Un approccio culturalmente difficile da replicare nel Sud dell’Europa, a partire dal nostro Paese».

I partiti tradizionali (popolari, socialisti e liberaldemocratici) con questo voto si giocano tutto.

«Secondo i sondaggi, gli euroscettici dovrebbero assestarsi tra il 27 e il 30%. Al loro interno si trovano partiti che spaziano dal populismo fine a se stesso a forme di nazionalismo acceso alla Le Pen. Difficile immaginare in che modo e su quali temi potranno trovare un accordo stabile. Il rischio è che la loro unità si esprima in un “no” ad oltranza. Di fronte a questa prospettiva, le pressioni per un’ulteriore convergenza tra popolari e socialisti saranno elevate».

A luglio inizia il semestre di presidenza italiana: quali dovrebbero essere le iniziative più opportune in chiave europeista e per alleviare le sofferenze sociali?

«La gente chiede un segnale forte sulla lotta alla disoccupazione, a partire da quella giovanile. L’Ue ha già avviato la Youth Employment Initiative, ma è difficile trovare qualcuno che ne sappia qualcosa. E a ragione. Si mobiliteranno risorse per 6 miliardi di euro, una briciola rispetto al necessario. D’altra parte con un bilancio europeo pari a circa l’1% del Pil dell’Ue, non si può fare molto altro. L’Eurozona dovrebbe potersi indebitare per creare occupazione e opportunità di crescita e fronteggiare choc che colpiscono, incolpevolmente, solo alcuni suoi membri».

Franco Cattaneo

venerdì 23 maggio 2014

La teoria del #gombloddoh



http://www.tubechop.com/watch/2908742

Trenta secondi di purissima teoria del complotto antierlusconiano (pron. #gombloddoh) a La Gabbia del 21/05/14.

giovedì 15 maggio 2014

#Tangentopoli continua: non son marce le mele, è marcio l'albero



http://www.tubechop.com/watch/2850983

Al talk show La Gabbia del 14/05/14 si parla della "cupola" che iintendeva ondizionaaregli appalti di Expo2015 e della sanità lombarda. Il Senatore Roberto Formigoni, per 20 anni imperatore della Lombardia, minimizza. Io mi alzo per una telegraefica riflessione...

martedì 13 maggio 2014

#Gori e la verandeide di #Bergamo Alta







sabato 10 maggio 2014

Manette e ripresa

LE INCHIESTE GIUDIZIARIE,
LA RIPRESA CHE RESTA UNA CHIMERA,LE LACERAZIONI DELLA SINISTRA: TUTTA ACQUA AL MULINO DI GRILLO

Speriamo di sbagliare, ma coltiviamo il timore – e non da oggi – che le elezioni europee siano uno tsunami. Avendo avuto il sopravvento il populismo, e pure di grana grossa, era inevitabile che con il passare dei giorni a godere del vantaggio di un clima di tensione emotiva fossero coloro che più e meglio fanno leva sull’indignazione degli italiani. Grillo in testa, ovviamente, ma anche la Lega che tenta di rigenerarsi sposando la linea anti-euro. Ma se questa era la tendenza già in atto, ora, però, anche i fatti vanno in soccorso del populismo radicale, regalandogli occasioni di acquisizione di consenso insperate.

Ci riferiamo alla nuova ondata di arresti che, come goccia che fa traboccare il vaso, rappresenta in sé, senza neppure indurre ad entrare nel merito di ciascuna inchiesta e dei loro reali fondamenti, appare agli occhi dei cittadini a dir poco devastante. Ma ci riferiamo anche alle notizie, per quanto passate in secondo piano, che certificano che – come ha scritto TerzaRepubblica in tempi non sospetti, anche a costo di beccarsi l’accusa di menar gramo – la ripresa non c’è e che non si vedono i presupposti perché, almeno per quest’anno, ci sia. Come pure ci riferiamo alle sempiterne contorsioni della sinistra che, in tempi di crisi della destra e scarsa rilevanza del centro, rappresentano un ulteriore vantaggio offerto alla marea montante dell’antipolitica.

Vediamo i tre regali a Grillo con maggiore dettaglio. Partendo dalla “nuova Tangentopoli”, l’ennesima. Il paragone regge fino a un certo punto, anche perché quella di oltre vent’anni fa era un’ondata di fango che sommergeva i partiti, qui invece si tratta di vicende legate alle persone. Ma soprattutto, ciò che rende diverso l’oggi è la magistratura. Non perché siano cambiati i metodi – anzi – ma perché nel 1992 una procura, quella di Milano, prese la leadership del mondo togato dando l’impressione all’opinione pubblica di essere un contro-potere organizzato, mentre ora è proprio quella stessa procura a simboleggiare – caso Robledo, ma non solo – le spinte centrifughe che attraversano la magistratura, in una sorta di “tutti contro tutti” lacerante. Tuttavia, proprio questa confusione accresce gli effetti deflagranti delle inchieste in corso, rendendole potenzialmente capaci di assestare un colpo mortale ad una classe politica acerba e ancora in cerca di legittimazione. A tutto vantaggio di chi – Grillo – è nella condizione naturale di cavalcare l’ennesima ondata di indignazione. Anzi, Grillo non dovrà nemmeno scomodarsi troppo, perché i frutti cadranno direttamente nel suo prato. E a tutto svantaggio di chi – Renzi – dovrà scegliere se alzare il tono contro la “vecchia politica”, finendo per pagarne le conseguenze in parlamento (ricordiamoci che le europee non ne modificheranno gli assetti), oppure se pagare il fio elettorale per evitare di alzare troppo i toni della polemica politica.

Il fatto è che questo stesso schema – Grillo che sale, Renzi che scende – rischia di ripetersi per effetto delle notizie che arrivano dal fronte economico. Il calo della produzione industriale di marzo, che porta ad un miserabile +0,1% il risultato del trimestre, smentisce infatti tutte le previsioni, anche le più prudenti, andando a consolidare l’idea che, contrariamente a quanto detto dal governo, la ripresa è di là da venire. La qual cosa diventa un assist per Grillo e un boomerang per Renzi non tanto e non solo perché con questi dati non c’è che da attendersi un rialzo del pil modesto per il 2014 – non è un caso che l’Ocse abbia appena licenziato la previsione di una crescita di mezzo punto contro il +0,8% del governo (lo scarto è di oltre un terzo) – quanto perché non sarà difficile propinare all’opinione pubblica l’equazione “Renzi è uguale agli altri, promette ma non mantiene”.

Enrico Cisnetto
Terza Repubblica